Il termine “Big Four” riferito al thrash metal è di fatto una onorificenza auto-assegnata. Furono Metallica, Megadeth, Slayer e Anthrax a intestarsela in occasione del tour collettivo che tra 2010 e 2011 segnò varie tappe tra Europa e nord America, e che vide il suo battesimo il 16 giugno 2010 a Varsavia. Da lì, retroattivamente, nasce il mito dei Quattro Grandi del thrash, le colonne portanti del genere, i pionieri o presunti tali: marchi registrati a partire dal 1981 – Metallica, Slayer e Anthrax – con i Megadeth a seguire nel 1983, una emanazione dei Metallica per le note ragioni biografiche e professionali di Dave Mustaine. Gli Exodus all’anagrafe riportano la data di nascita del 1979 e questo ha sempre sollevato una qualche polemica sulla corretta attribuzione del suddetto titolo nobiliare, ma di fatto l’ente certificatore è il medesimo che poi si è dato la medaglia, dunque gli allori lasciano il tempo che trovano. Si è sempre e solo trattato di un brand di puro marketing, non a caso nato per sponsorizzare un tour, nulla di più nulla di meno. Ognuno ha il proprio Big Four del cuore, con buona pace dei family banker dei quattro moschettieri della borchia di cui sopra.
Qual è oggi lo stato dell’arte del Big Four? Gli ultimi in ordine di tempo ad aver pubblicato qualcosa sono gli Anthrax, che con il loro singolo “It’s For The Kids” preannunciano l’arrivo del quattordicesimo titolo in carriera, “Cursum Perficio”. Appena qualche mese fa i Megadeth avrebbero (il condizionale è d’obbligo) dato l’addio agli studi di registrazione con l’auto-intitolato “Megadeth”, un commiato (perlomeno in studio, è bene ribadirlo) dopo oltre 40 anni di carriera e litigate con l’universo mondo.
L’ultimo capitolo dei Metallica (“72 Seasons) risale al 2023, mentre “Repentless” degli Slayer data 2015. 51 album in tutto (sin qui). Mi ha molto colpito il singolo degli Anthrax, non perché sia una canzone di strabiliante bellezza, per la verità mi è sembrato un compitino ben fatto, dignitoso, onesto, onorevole, ma nulla che faccia gridare al miracolo. E tuttavia via mi ha dato da riflettere.
Alla fin fine agli Anthrax andrebbe riconosciuto qualche merito in più di quanto la storiografia metal abbia tributato loro. È condivisibile affermare che del quartetto i newyorkesi erano i meno blasonati; Metallica e Slayer hanno di fatto codificato un genere, i Megadeth magari non hanno inventato niente ma hanno messo a terra capolavori di tale intensità e bellezza da prendersi il loro posto con la forza.
Gli Anthrax almeno un merito e un primato li hanno. Senza l’EP “I’m The Man” del 1987, e ancora prima senza la collaborazione tra Aerosmith e RUN DMC per “Walk This Way” (1986), la irruenta influenza del funky che inondò l’heavy metal di lì a qualche anno molto probabilmente non sarebbe stata sdoganata, accettata, capita, metabolizzata. Rispetto ai tre colossi del gotha del thrash gli Anthrax hanno avuto anche il merito di intendere la musica, la vita, il palco e il rapporto con i Media con molto più senso dell’umorismo, disimpegno e spensieratezza.
Gli Anthrax ridevano, il loro pubblico aveva il permesso di ridere con loro, le foto sul retro delle copertine dei loro album non erano da caproni ingrugniti, semmai da scappati di casa, amici scanzonati e fracassoni con i quali stavi per andarti a divertire, esattamente ciò che doveva accadere quando appoggiavi la puntina dello stereo sul vinile. Guardate le facce dei Metallica su “…And Justice For All”, guardate quelle di Kerry King in qualsiasi foto gli sia stata scatta dal 1983 a oggi, arrabbiati, strafottenti, boriosi, immortalati un attimo prima di venirti a picchiare, e quello avrebbe dovuto invitarti ad aprire il portafogli e dare delle fruscianti banconote al negoziante per portarti a casa il loro disco.
Dunque gli Anthrax erano simpatici e sono stati dei prime mover in ambito funky e hip hop in anni nei quali uscire fuori dal rigido recinto heavy metal equivaleva a tradire la patria e dover subire la corte marziale. Ma soprattutto gli Anthrax hanno pubblicato ottima musica, aspetto che non va affatto trascurato. Fino a quando? Qui si entra nel soggettivo. Secondo alcuni fino a “Persistence Of Time”; secondo alcuni fino a “Persistence Of Time” meno “State Of Euphoria”; secondo alcuni era bello anche il primo con John Bush ma solo quello; secondo alcuni anche altri album post “Sound Of White Noise” valevano la pena ma magari non tutti; secondo alcuni la reunion con Joe Belladonna è stata una mossa opportuna perché i veri Anthrax erano quelli con Belladonna; secondo alcuni tutta la discografia in blocco degli Anthrax è meritevole.
La mia versione è che “Persistence Of Time” sia un disco bellissimo, complesso e molto sottovalutato. La sua cupezza, la sua lunghezza, la sua farraginosità, la stratificazione dei suoi riff e delle sue partiture ritmiche ha spinto molti a ridimensionarlo se non addirittura a respingerlo. C’è un salto quantico tra “Among The Living” e quello, gli Anthrax sono sempre loro, riconoscibili, ma è tutto elevato a potenza, una cervellotica potenza che toglie immediatezza. “Persistence” è il disco della maturità, è il loro “…And Justice For All”, che infatti i fan più integralisti dei Metallica mettono all’angolo suppergiù per le stesse identiche ragioni (oltre a una produzione criminale che per uccidere Newsted ne uccise il basso).
Tra “Among The Living” e “Persistence of Time” c’è “State of Euphoria”, un album a cui sono state imputate le colpe opposte e contrarie, troppo superficiale, troppo ridanciano, troppo poco peso specifico (“Persistence” suonò infatti come una risposta a quelle critiche). “State Of…” è il mio disco preferito degli Anthrax anche se razionalmente sono disposto a concedere che “Persistence” gli sia superiore praticamente in tutto, ma affettivamente è quello il mio disco del cuore; per me li incarna e li rappresenta nel modo più verace e profondo ed è quello con cui li ho scoperti. Non la pensa così nemmeno la stessa band, ma pazienza, me ne faccio una ragione. E soprattutto non è effimero come la vulgata lo racconta.
“Who Cares Wins” è una canzone che dal punto di vista lirico e delle atmosfere è una delle più dure e drammatiche mai composte dalla band; “Make Me Laugh” narra della criminale ipocrisia dei tele-evangelizzatori americani, una vera e propria piaga in America tra gli anni ‘80 e ’90; “Misery Loves Company” ci scaraventa nel cupo mondo dello Stephen King di “Misery non deve morire”; “Now It’s Dark” in quello alieno, paranoico e disturbante del David Lynch di “Velluto Blu”; “Schism” riguarda odio e discriminazione. Insomma, se si vuole essere onesti intellettualmente bisognerebbe ammettere di aver giudicato quell’album quasi esclusivamente dalla copertina.
La scelta di incamerare John Bush in formazione e di ripensare lo stile musicale della band fu molto coraggiosa. “Sound Of White Noise” è un lavoro forse meno Anthrax di quanto i “die hard fan” si sarebbero aspettati ma è al contempo un album clamorosamente bello e che prometteva una seconda carriera piena di sorprese e creatività. Non fu così, come non fu così per i Motley Crue con John Corabi.
Gli Anthrax per la verità proseguirono per altre tre uscite discografiche assieme a Bush, gradevoli ma non altrettanto incisive. La scelta di riprendersi il figliol prodigo Belladonna e scaricare Bush fu tutt’altro che coraggiosa, ed è in fondo la più grossa recriminazione che muovo agli Anthrax. Da lì è partito un (comodo) terzo tempo fondato sul ritorno alle sonorità originali, come per altro accaduto al 99% delle band thrash metal provenienti dagli anni ’80.
Degli Slayer avevo apprezzato enormemente la decisione di fermarsi, soprattutto dopo album che erano diventati cattivismo fine a se stesso e basta. Una dimostrazione di grande integrità artistica a fronte di band incapaci di smettere, che ti perseguitano fino alla morte. Nel 2018 arriva la notizia che la band non proseguirà oltre “Repentless”, quello sarà un tour d’addio.
Kerry King da subito si mostra quello più scocciato, da quanto si racconta pare che sia stato Araya a mettersi di traverso, gli altri due membri Holt e Bostaph contavano quanto il due di picche perché erano Slayer acquisiti e non fondatori. Di fatto prevale la linea Araya, dettata dalla stanchezza, dal desiderio di famiglia, dall’amarezza mai superata per la perdita di Hanneman, dalla saggezza di aver capito che ogni cosa ha una fine e che la miglior fine è quando ancora si è in auge. Fatto sta che i Media danno al mondo la notizia che presto gli Slayer riposeranno a sud del paradiso. Se provate ad andare su Metalitalia, mettete “Slayer” come chiave di ricerca e guardate i risultati che saltano fuori, troverete che nelle prime dieci pagine la news più ricorrente è che gli Slayer forse torneranno per delle date live, che Araya nicchia, che King insiste, che magari però lo convince, che allora il tour si fa, ma forse no, ma sì che sta per partire, e allora ci sono le date, eccole, arrivano… e puntualmente: “due date a Londra e Cardiff”… ”annunciato un nuovo show americano”… “setlist e video dal primo concerto del 2025”… “suoneranno tutto Reign In Blood per il quarantennale”… eccetera, eccetera. Sul loro sito campeggiano in questo momento le date autunnali del tour americano 2026 e viene da chiedersi quanto reggeranno prima di annunciare nuovo materiale inedito in studio.
I Megadeth da una ventina d’anni pubblicano dischi in serie, a catena di montaggio. Il mio amico Francesco Ceccamea mi ha fatto un po’ riconsiderare il mio giudizio su “The System Has Failed”, album che all’epoca mi indispettì tantissimo perché fu una resa senza condizioni ai fan che non avevano tollerato la svolta melodica e financo hard rock di Mustaine. Orrore e raccapriccio. Album come “Cryptic Writings” e “Risk” erano stati rigettati come lesa maestà, peggio di una bestemmia in chiesa. “The World Needs A Hero” era stato letto come un traballante tentativo di ripulirsi un po’ la fedina metallara, ma ancora non c’eravamo, nonostante l’omaggio pagato in scaletta con “Return To Hangar” eravamo ben lontani dall’ortodossia.
“The System Has Failed” fu una genuflessione contrita, scusate abbiamo sbagliato tutto, ecco cosa dobbiamo fare d’ora in poi, “no more mistakes”. Dal 2004 in poi è seguita una serie ininterrotta di dischi interscambiabili tra di loro, il cui comune denominatore era il vestitino thrash, l’uniforme d’ordinanza, impeccabile, stirata, inamidata, tirata a lucido, e guai a dire che i Megadeth non fossero thrash.
E comunque si trattava perlomeno di heavy/thrash molto tecnico, arrembante, con cambi di tempo, intricato, come il marchio di fabbrica richiedeva. Fate un esperimento, prendete a caso una traccia dai vari album compresi tra il 2007 e il 2022, facciamo la numero 6 della tracklist, scambiatele tra di loro, non avvertirete la minima stonatura, staranno sempre bene ovunque le posizioniate, perché quegli album sono un’unica marmellata omogenea fatta di smaniosa, testarda, cocciuta volontà di farsi (ri)accreditare come thrash metal band tour court, rigorosa almeno nella forma e nelle apparenze.
Fa eccezione il solo “Super Collider”, album nel quale nuovamente Mustaine non riesce a sopprimere la sua vena melodica, e per il quale viene nuovamente cazziato dalla sua comunità. Eppure, signori, proprio la canzone “Super Collider” ad esempio ha una vena melodica sublime, è un ottimo pezzo, arioso, rilassato e gigione quanto si vuole ma dal gusto melodico sopraffino. Non si tratta di un album perfetto, anzi è piuttosto altalenante, tuttavia una manciata di brani vanno a segno (“Kingmaker”, “Built For War”, “Beginning Of Sorrow”, “Forget To Remember”), cosa che mi riesce difficile dire nei dischi che gli stanno sparpagliati attorno, tutti fatti con lo stampino, col solo assillo di farsi dire “bravo!” dai fan.
Che ci riesca bene, che ci riesca male, “Super Collider” prova a variare qualcosa, ed è proprio quello il suo peccato mortale. Da rabbioso e nevrotico songwriter Mustaine si è trasformato in uno zelante impacchettatore di canzoni fan-service, impantanato nelle sabbie mobili che il suo pubblico gli ha apparecchiato e dalle quali non gli è minimamente consentito di muoversi, pena la lapidazione. Non fa eccezione il disco d’addio (semmai sarà tale), nel quale per altro a ben vedere si annida nuovamente un po’ di quella beffarda melodia tanto invisa ai megafan, anche se hanno fatto finta di non accorgersene, celebrando l’album come una specie di liturgia funebre a cui tutto è consentito, perché in punto di morte (artistica) a Mustaine si può e si deve solo dire grazie.
Sui Metallica a essere generosi ci sarebbe da stendere solo un velo pietoso. Perché altrimenti ci si dovrebbe chiedere come abbiano fatto quei tre lì a pubblicare in sequenza “Kill’em All”, “Ride The Lightining”, “Master of Puppets” e “…And Justice For All”, come ciò sia potuto accadere senza evocare complotti fantascientifici alla stregua dell’invasione degli ultracorpi.
Deve per forza essere accaduto che da qualche parte all’altezza del 1990 o giù di lì, dei baccelloni spaziali abbiano segretamente preso il posto di almeno tre dei four horsemen rimpiazzandoli. Ciò che è sempre stato detto di Paul McCartney in realtà vale per Hetfield, Hammett e Ulrich, anzi forse per Ulrich nemmeno sarebbe stato necessario, sarebbe andato alla deriva nello stesso modo di suo, al naturale.
Come possono i creatori di “Motorbreath”, “Fight Fire With Fire”, “Orion”, “The Frayed Ends of Sanity” essere gli stessi che poi hanno pensato, scritto e inciso “Saint Anger” e “Lulu”?
Direte, beh hai preso il peggio del peggio. Ma perché… in fondo i vari “Load”/”Reload”, “Death Magnetic”, “Hardwired”, “72 Seasons” vi sembrano poi di tante categorie superiori? In quale buco nero siano precipitati i Metallica non lo so, quale risucchio degno del viaggio di allucinante di David Bowman in 2001: Odissea nello Spazio si sia mangiato i Metallica non è dato sapere, per poi risputarli in una qualche dimensione parallela, tra i grandi antichi lovecraftiani che celebravano in “The Thing That Should Not Be” e la vera costellazione di Orione, a miliardi di anni luce da noi.
Nessuno pretendeva che a sessant’anni suonati questi ragazzi avessero la stessa foga del 1983, ma da qui a dover ricevere album così dolorosamente lontani dalla meraviglia piovutaci addosso negli anni ’80 e al contempo assistere a scalette di concerti magari rimpinzate di ballad ed estratti dal Black Album ce ne corre. Rimaneva sempre sul piatto quella affatto disdicevole opzione di fermarsi un attimo prima di diventare una mesta copia dei giorni di gloria che furono. È pur vero che con una certa frequenza i Metallica devolvono cifre da capogiro in beneficenza grazie agli introiti di tutto il loro circo, e questo di per sé basterebbe a giustificarne la sopravvivenza, anche se in forma zombie. Gliene do atto, gliene riconosco merito, ma non mi chiedete anche di ascoltare quei mattoni chiodati che pubblicano da qualche decennio a questa parte.
Ai tempi gli Anthrax erano senz’altro il fanalino di coda, e con “ai tempi” non mi riferisco al 2010, quando il tour del Big Four è partito, bensì agli anni ’80, il tempo di quando quei nomi erano veramente grandi. E tuttavia oggi gli Anthrax escono da quel wormhole come dei giganti al confronto dei propri competitor. Questo non perché i loro dischi recenti siano grandiosi, anzi tutto sommato sono solo dei compitini ben svolti, ma gli Anthrax possono guardarsi indietro senza dover provare imbarazzo per qualche loro avventata release che col senno di poi sarebbe dovuta rimanere nel cassetto. Non c’è uno iato così grossolano e grottesco tra quanto pubblicato decenni fa e quanto mandano in stampa oggi.
Certo, il livello qualitativo è sensibilmente calato, nessuno lo nega, ma il tutto rimane ugualmente dignitoso, lo stesso non vale per i 3/4 rimanenti del Grande Quadrumvirato. Più di tutti gli Anthrax hanno addosso l’odore della verità, della genuinità, della sincerità d’intenti. Non hanno mai stravolto fino al parossismo il proprio sound, il che non è un merito, il cambiamento di per sé non è né positivo né negativo, dipende da cosa metti dentro quella scatola; se non hai nulla da metterci o peggio, se i contenuti sono scadenti, forse è meglio continuare a fare decentemente quello che sai fare, con franchezza e buon senso. Gli Anthrax di “It’s For The Kids” sono una band che cerca di tenere al passo con i tempi la propria formula, avendo magari perso lo smalto ma non la faccia. Non si sono così tanto ripiegati su loro stessi da diventare una parodia o uno stereotipo, ma allo stesso tempo non sono andati alla ricerca di strampalati allunaggi, perdendosi per strada. Sono una band che dopo 40 anni di vita può solo continuare a stare in piedi, nel rispetto della propria storia, senza disonorarla o ridicolizzarla. Non so come sarà “Cursum Perficio” nella sua interezza, molto probabilmente mi lascerà indifferente come i due capitoli che lo hanno preceduto, ma il fatto di non dover provare disagio nell’ascoltare gli Anthrax mi sembra già tanto. Come ha scritto il mio amico Gianluca Venditti, dei Big Four in termini di credibilità restano solo loro, una constatazione che sposo senza indugio.

