Viviamo l’epoca dei grandi silenzi. Quando fra qualche decennio, l’umanità si volterà indietro per studiare e comprendere lo spiriti di questi anni, si domanderà come tutto questo sia stato possibile. Sono gli anni del brusìo di sottofondo, in cui si parla di tutto a tutte le ore, eppure non accenna a diminuire il silenzio sulle guerre, sui genocidi, sulle malattie mentali, tutte cose rispetto alle quali il silenzio su Jason Newsted, che abbiamo già affrontato qui, è poca cosa. Le notizie del giorno ci raccontano di un altro caso, assai meno rilevante ma indicativo dei tempi che corrono (e qui si conclude la modalità “signora mia dove andremo a finire”). Era infatti una serata come le altre fino a quando non mi sono imbattuto in questo:
A botta calda, c’è un festival, uno dei tanti, tale Hellarock, che si tiene a Coventry. Dedicherà l’edizione 2026 a Phil Campbell. E fin qui, tutto bene. “Considerate le magagne sorte attorno ai Tailgunner, abbiamo deciso di estrometterli dal bill, perché le problematiche emerse all’interno della band non devono in alcun modo compromettere un tributo con tutti gli onori”.
Ehi ehi ehi, aspetta un attimo. Che succede in casa Tailgunner?
Una delle band emergenti più chiacchierate e apprezzate del momento estromessa da un festival per questioni extramusicali?
Incrociando le informazioni disponibili, non del tutto chiare, con le pagine social della band, si evince che un membro del gruppo, pare l’unico originale, sia stato oggetto di accuse, non meglio specificate, da parte di una qualche autorità, o magari no, ma comunque accuse molto gravi e infamanti.
Fatto sta che tempo zero la band ha preso le distanze da tutta la questione scatenando il consueto effetto a catena.
Inoltre si apprende, dai commenti sulla pagina del festival, che un altro membro ha lasciato il gruppo circa una settimana fa perché non si sentiva sicuro a suonare con l’incriminato.
Si tratta di un terreno bello scivoloso, non trovate?
Chi ce l’ha fatto fare di metterci le mani, direte voi. Beh, tanti elementi di questa storia ancora dai contorni poco chiari, scatenano più di una riflessione.
Intanto la band, che è giovane, lanciata, senz’altro valida, è così attiva sui social da risultare quasi noiosa. Una strategia di marketing che è quella ormai standard: contenuti cacciati fuori in maniera quasi compulsiva e una velata arroganza di fondo, che non guasta in un simile contesto dove la reazione immediata e viscerale è la base di ogni risultato apprezzabile.
La next big thing in pochi anni e due dischi ha già visto cambiare tutti i membri della prima ora. La spersonalizzazione è totale, dai Ghost in poi le band di nuova generazione assomigliano sempre più a un brand sotto il cui cappello può accadere di tutto.
Raramente emergono personalità artistiche dominanti, siamo più alla stregua dei CEO delle start-up. Ma questo sarebbe il meno, fa parte del gioco. Una band così sgamata a livello comunicativo e con un tale visibilità, tiene in pancia due defezioni strettamente correlate fra loro e prende le distanze da una di queste per via delle accuse “gravi e infamanti”, che vengono comunque tenute riservate.
Un tempo i panni sporchi si lavano in famiglia, ricordate? Era meglio, era peggio, questo non lo so. I problemi con la giustizia diventavano semmai degli spunti biografici, delle tacche di anzianità raggiunta sul campo. Ma i tempi sono cambiati e ci si regola di conseguenza.
La vicenda dei Tailgunner mi ricorda per certi versi quella dei Vektor; se hai talento, sei sulla cresta dell’onda e stai iniziando a farti un nome, devi stare molto attento a non pestare alcunché neppure di striscio. Oggi i mass media e l’opinione pubblica non danno seconde possibilità, figuriamoci poi se si viene tirati in ballo per “fatti molto pesanti”.
Quello che fa invece specie, e non è la prima volta, è la posizione del festival; voglio dire, perché punire una band che ha appena preso le distanze da uno dei suoi membri?
Non conoscendo i fatti, non sappiamo se sia giusto o meno, ma è senz’altro lecito che il gruppo non voglia essere tirato dentro a questioni strettamente personali.
Evidentemente chi è a conoscenza di quanto accaduto ha reputato che fosse la scelta migliore per l’integrità del progetto.
Appurato questo, che motivo c’era di cacciare dal cartellone una band che ha preso una posizione del genere? Non sappiamo i fatti, non conosciamo le accuse, non sappiamo se sono provate, se c’è una qualche presa di posizione d’ufficio, un arresto, un’accusa a mezzo stampa o una semplice calunnia…
Eppure qualcuno ritiene di avere già tutti gli elementi per emettere una sentenza inoppugnabile.
In tutto questo, risulta ancora una volta non pervenuta la “stampa” italica di settore. Sarà stata la notizia fresca fresca, ma di ‘sta storia non v’è traccia, da nessuna parte. Certo qualcuno potrebbe dire che in mancanza di informazioni circostanziate, fare notizia sarebbe controproducente, oppure che sia sempre meglio concentrarsi sulla musica e non sui “rumours”, come diceva uno che la sapeva lunga.
Forse mancano gli strumenti per indagare, sviscerare, tentare di comprendere e fare luce. Molto meglio limitarsi a “circolarizzare” le veline promozionali delle etichette, spacciandole per notizie. Meno casini, meno sforzo intellettuale. Vuoi mettere?
Alcune testate straniere riportano la notizia, corredandola oltretutto con dichiarazioni estrapolate probabilmente dalle pagine social dei musicisti, riportando dichiarazioni e ricostruzione dei fatti in sequenza.
Guitar World, The Riff Report, e Louder per esempio:
Il sugo della storia, come direbbe Manzoni, è la chiosa finale ripetuta in maniera ossessiva dagli organizzatori: non apriremo dibattiti, non fatevi domande, concentriamoci sulle cose positive e rendiamo questo festival unico. O se preferite, mettete la testa sotto la sabbia, tanto il tribunale del popolo ha già preso i forconi in mano. Giustizia è fatta.

