The Elephant Man e le evoluzioni culturali dei freaks

Con una trovata pubblicitaria, nel 1987, Michael Jackson offrì un milione di dollari al London Hospital Medical College per i resti scheletrici di John Merrick, il vittoriano grottescamente deforme la cui vita costituì la base di Elephant Man.
David J. Skal – The Monster Show

Il film “The Elephant Man”, per quanto sia un indubbio esempio di cinema “umano” e “umanizzante”, resta un passo nella giusta direzione. Anche “Freaks” di Tod Browning lo è, molto avanti per il proprio tempo, ma a ben vedere, ancora diverse miglia indietro rispetto al film di Lynch che, in ogni caso, è un termometro efficace per misurare la temperatura del pubblico anni 80 rispetto alla figura dei cosiddetti “mostri”.

Per capire meglio cosa intendo in questo incipit, mi tocca partire dal film di Browning. Sicuramente è un capolavoro, anche se sul piano tecnico è stato condizionato dai numerosi tagli. Quando un film è ridotto di un terzo in post-produzione, per quanto si mantenga il raggio narrativo intero, le asportazioni producono un effetto tipo “pallone sgonfiato”.

Inoltre, ma è una cosa che noi italiani percepiamo poco o nulla, per molti anni il pubblico di lingua inglese ha faticato ad apprezzare “Freak”, non solo per il disturbo di vedere dei veri “scherzi di natura” recitare, ma per “come” questi recitavano male le proprie battute.

Me lo spiega David J. Skal nel suo libro “Monster Show”. I freak erano così incapaci come attori, dal primo all’ultimo nel film, che sembrava di vedere in azione dei bambini allo spettacolo di Natale. Questa macchinosità recitativa, per il pubblico degli Anni ’30 era inaccettabile, infastidiva continuamente il flusso del coinvolgimento.

Per capire meglio l’atmosfera intorno al set di “Freaks”, un film che oggi appare così “illuminato” e “umano”, vi bastino un paio di citazioni di chi ci lavorò. Una è dell’attrice Olga Baclanova, interprete della perfida Cleopatra. “All’inizio fu difficilissimo. Perché non riuscivo a guardarli in faccia… mi ferivano in quanto essere umano. Quant’ero fortunata io. Ma dopo un po’ cominciai a farci l’abitudine. A tutti eccetto una, che pareva una scimmia, a volte impazziva… la ficcavano in uno sgabuzzino e chiudevano la porta”. (Monster Show)

La seconda citazione è del montatore Basil Wrangell, il quale, come scrive sempre David Skal nel suo libro, “si pentì il giorno stesso del suo incarico”, perché “era già tremendo doverli vedere di giorno sul set o quando si passava vicino alla loro mensa, ma quando si era obbligati a vederli in moviola per diciotto ore al giorno, si finiva per sbattere la testa contro i muri”. (Monster Show)

Oggi è innegabile che il film di Browning rappresenti qualcosa di molto speciale, coraggioso, “compassionevole”. Questo regista, scappato col circo in giovane età e molto vicino alla comunità dei freaks, sembrava nato per girarlo; ironia della sorte fu che “Freaks”, considerato il suo capolavoro, gli uccise la carriera.

Anche il produttore che lo difese dalle manovre di demolizione del progetto all’interno della stessa MGM, Irving Thalberg, ha oggi un indiscutibile merito di aver realizzato qualcosa in cui egli stesso in fondo faticava a mandar giù. Eccovi una terza citazione da parte sua: “ho chiesto un film davvero spaventoso e purtroppo l’ho avuto”.

“Freaks” era “avanti”, più dei suoi stessi artefici. E la cosa va bene: un’opera d’arte autentica trascende i limiti umani di chi l’ha realizzata. Non ci possiamo lagnare se il nostro scrittore o musicista preferito sia un pervertito o un razzista, nonostante i suoi libri appaiano pieni di umanità.

Il regista di Freaks è stato un tramite per quell’opera che, essendo un classico, va avanti da sola, parlando alle generazioni e facendosi ascoltare, senza che ci sia un padre con una condotta impeccabile a garantire per essa.

Tod Browning fu definito “sadico” da qualcuno della troupe per il modo sospetto in cui si relazionava ai “freak”. Li “trattava” in quanto materia filmica in modo così ingordo, da sembrare quasi un erotomane su un set pornografico.

Questa è ovviamente la dichiarazione di uno in preda al disagio che non si spiegava l’entusiasmo debordante del regista alle prese con quei “mostri”, ma a destare sospetti su di lui sono le dichiarazioni per la stampa che anticipavano l’uscita del film. Browning con esse non esprimeva un senso di dolce accoglienza nei confronti di questi “freak” ma puntava a invogliare il pubblico sulla natura bizzarra e meravigliosa dei freaks usando dichiarazioni false sulla loro natura ginecologica ed etnica, parla di “esotismo” e in definitiva calca la mano sulla sensazione estetica che avrebbero prodotto sul pubblico.

I Freaks vivevano separati dalla società, persino dagli altri artisti del circo, sosteneva Browning, e “conoscerne costumi, tradizioni e lingua è estremamente difficile. Quando lavoravo nel circo, anni fa, mi sforzai per mesi e mesi di guadagnarmi la loro confidenza e pure allora imparai ben poco”. Nel corso dei secoli i Freaks avevano sviluppato un gergo incomprensibile tutto loro, parte del quale, si disse, sarebbe comparso nel film. I nani in particolare, a sentir lui, erano esotici. Cominciò a pencolare in una zona di confine tra la geografia e la medicina con la fantasiosa affermazione che la maggior parte di loro “provengono dai Carpazi in Austria, dove il clima o altri fattori paiono influire sulle loro ghiandole endocrine in modo da arrestarne lo sviluppo… In Austria ve ne sono villaggi interi, dove fanno lavori di ogni tipo”. C’erano anche altre frottole – “I freaks erano l’aristocrazia scelta del mondo circense” – e accenni di grottesco antisemitismo. “Betty Green, la donna cicogna, era descritta come “una ragazza ebrea di Springfield, nel Massachusetts” che assomiglia “a un incrocio tra una gru e un bassotto tedesco depilato”. Si narrava che possedesse cinque palazzi a Chicago, e fosse un’accanita cinefila e cacciatrice di autografi, che collezionava dediche di tutti i più grossi divi, la gran parte dei quali – ovviamente – aveva ammirato il suo numero. Solo una celebrità hollywoodiana non aveva compiuto il pellegrinaggio al tendone del circo della Green, ed “è stato soprattutto per ottenere l’autografo di Ronald Colman che ha firmato un contratto cinematografico”. (The Monster Show)

Gli slogan di lancio della MGM del resto puntarono su una campagna pubblicitaria “tradizionale” promettendo alla gente un’esperienza sconvolgente, un po’ alla maniera dei banditori fuori dal tendone del luna-park.

Mi ricorda Teo Mora nel suo primo “Storia del cinema dell’orrore” edito da Fanucci molti anni fa: “Curiosamente, è proprio il mito più eversivo e più violentemente represso, quello di Freaks, a essere tornato prepotentemente alla ribalta nella seconda metà degli Anni ’70, in un recupero a mezzo tra lo sfruttamento commerciale, la citazione intellettuale e l’impegno politico, in film come The Mutations di Cardiff, Kobra di Kowalski e Anche i nani hanno cominciato da piccoli di Herzog”.

Evidentemente negli Anni ’70 si preparava il terreno all’arrivo dell’uomo elefante. Nel caso del film di Lynch le cose furono decisamente diverse rispetto a “Freaks”, ma fino a un certo punto. Intanto potrei avanzare la domanda retorica: come mai “The Elephant Man” è stato inserito, fin dall’uscita, nel filone horror?

Credo sia dipeso quasi esclusivamente dall’incipit. Nel racconto sulla vera storia di John Merrick, scritto dal dottor Frederick Treves (nel film Anthony Hopkins) non si menziona nessun incidente tra la madre incinta e l’elefante. Come spunto horror non c’è male e giustifica la presenza del film nel reparto dell’orrore: la collisione tra l’elefante e la donna produce questo essere deforme, dal cui nome si rimanda a un possibile parto mostruoso tra specie diverse (in un certo senso il risultato non è molto meglio di quello che Seth Brundle ha prodotto con la mosca in “The Fly”).

Ecco perché Domenico Cammarota in Il cinema dell’orrore 3 (Fanucci) ha inserito il film di Lynch nel capitolo sui mutanti. Riguardando quell’incipit ho pensato anche al recente “Titane”, che è un po’ come se  Julia Ducournau avesse fuso insieme “Crash” e (ancora) “The Elephant Man”.

Come dice Andrei Bleahu in Analisi semiotica di “L’uomo elefante”, l’incipit è in fondo la surreale messa in scena del preambolo inventato dal signor Bytes, lo sfruttatore di Merrick. L’articolo del dottor Treves uccide il suggestivo prologo fanta-genetico a cui la gente del tempo avrebbe voluto tanto credere, rivelando l’uomo elefante molto più umano di quello che la società di allora amava pensare. Il finale è infatti di nuovo un’inquadratura della stessa donna che si vede all’inizio, la madre di John, ma non ci sono più elefanti. Ovviamente l’idea dello “stupro” psicologico all’inizio, così come tutte le altre scene oniriche, è opera del regista. La sceneggiatura originale era un “normal” biopic sul povero John Merrick (il vero nome era Joseph) e la sua deformità nell’Inghilterra vittoriana.

Per quanto poi il film sia stato realizzato con un grande senso di umanità, il regista coinvolto era tutto tranne che preso dagli aspetti drammatici. David Lynch non è mai stato di questo mondo. Affrontò il progetto come un’occasione per crescere professionalmente ma non aveva nessuna intenzione di giudicare o trascinare il volgo verso il prossimo step del senso morale evoluto nei confronti dei freaks.

Mel Brooks credette in lui (anche se avrebbe voluto Alan Parker) e fu una scommessa davvero azzardata. Col senno di poi si trattò di un colpo molto più audace di quello che fece scommettendo su David Cronenberg per il remake de “La mosca”.

La cosa che mi ha sempre sorpreso di Lynch come autore cinematografico (in questo caso vale la pena usare il teorema della politica degli autori) è la sua capacità di conquistare il mainstream nonostante l’osticità del suo cinema. Ha commosso il mondo con “The Elephant Man” e ci è riuscito ancora con “Una storia vera” ma chissà dove aveva la testa e il cuore mentre li realizzava? Questi due film possono solo vagamente rientrare nel suo universo filmico e tanto sforzo hanno dovuto impiegare i critici per vederci la sua poetica, ma sono esempi limitati che non tolgono nulla alla magia che è riuscito a creare anche nei recessi più personali del suo cinema. Ha spopolato a Cannes e Venezia grazie a roba come “Velluto Blu” e “Cuore selvaggio” e ha trionfato anche in televisione grazie a “Twin Peaks”. Il pubblico non l’ha capito mai del tutto, ma si è lasciato sedurre lo stesso. Un sacco di gente è entrata al cinema a vedere film come “Lost Highway” o “Mullholland Drive” e ne è uscita con la testa sotto il culo.

Per capire meglio cosa voglio dire, leggete questo:

“L’elemento che mise in moto e mi avvicinò all’idea fu John Merrick. Il personaggio dell’uomo elefante. Era un individuo singolare, meraviglioso e innocente, ecco tutto. E poi la Rivoluzione Industriale. Hai presente delle immagini di esplosioni, grandi esplosioni? Mi hanno sempre ricordato i papillomi, le escrescenze di John Merrick: somigliavano a delle lente esplosioni che partivano dalle ossa. Non so con sicurezza quale ne fosse la causa, ma le eruzioni coinvolgevano persino l’apparato osseo, gli stessi tessuti, affiorando attraverso la pelle e provocando quelle crescite tumorali che esplodevano lentamente. In questo senso l’idea delle ciminiere, della fuliggine, delle industrie che circondavano quel corpo e quella carne fu per me un altro motivo d’ispirazione. Gli esseri umani sono come delle piccole fabbriche che generano una quantità di prodotti. Il concetto di qualcosa che cresce all’interno, tutti quei fluidi, quei ritmi e quelle mutazioni, e ancora quelle sostanze chimiche che in qualche modo catturano la vita, emergono, si dividono e si trasformano in qualcos’altro… è incredibile!” – Lynch secondo Lynch

Vedete che idee, aveva? Anche qui, il salto evolutivo della civiltà verso i freaks è stato compiuto grazie al lavoro creativo di uno che in fondo era guidato da istinti ambigui e per nulla patetici. Pensava al corpo di Merrick come una metafora della rivoluzione industriale. Capite? Non c’è nulla di più lontano dal gusto e dal concetto compassionevole di mainstream, alla cui retorica “inclusivista”, il film “The Elephant Man” ha finito per dare una buona dose di cemento alle nuove fondamenta.

Lynch ha girato il film introiettando in un modo tutto suo la malattia del protagonista e la crudeltà dickensiana della Londra in cui visse. C’è tanto mestiere, in gran parte acquisito sul campo. Anthony Hopkins voleva farlo licenziare perché era, secondo lui, inesperto per un simile progetto.

Lynch realizzò un grande film, questo è indiscutibile, inserendovi certe parti “strane” che il grande pubblico si bevve con tutta la spremuta melodrammatica, eppure è solo quel dieci per cento, la parte onirica, a esprimere sul serio la presenza di questo regista. Il resto avrebbe potuto dirigerlo un qualsiasi altro bravo mestierante.

La sceneggiatura era a prova di bomba e il momento per un lavoro del genere, al contrario di “Freaks”, era perfetto. Nonostante ciò, la commozione generale, le recensioni ottime e le nomination agli Oscar, l’Academy preferì premiare il primo film di Robert Redford come regista, “Gente normale”; una storia su un giovane problematico in una famiglia problematica alle prese con morti e tentati suicidi.

Il titolo del film (“Ordinary People”) è quanto mai provocatorio e tutto sommato si tratta di un buon dramma non proprio consolante, come molti altri che verranno in seguito, sempre dagli USA. Per esempio “American Beauty” o la recente serie “Euphoria”. La contrapposizione tra “The Elephant Man” e “Ordinary People” è intrigante, in fondo il ragazzo è trattato dall’ambiente borghese come un reietto e un pericolo per gli altri, solo perché ha provato ad ammazzarsi e oggi non riesce più a ritrovare un ruolo in quel mondo di studenti sportivi e famiglie ricche tenuto su dalla colla dell’ipocrisia.

Ma come disse Mel Brooks, il film di Redford negli anni “sarà buono per dare la risposta giusta a un quiz in famiglia, mentre la storia di John Merrick e la sua deformità, il pubblico continuerà a volerla vedere per molto tempo ancora”.

Oggi “The Elephant Man” sfonda una porta aperta e già allora, aveva davanti un pubblico pronto a schierarsi con il freak, superando le apparenze e comprendendo bene quanto la mostruosità fosse più negli uomini che lo sfruttarono e lo sbeffeggiarono o schifarono che nelle fattezze rivoltanti di Merrick; creatura dall’interiorità fanciullesca, innocente, tenera e sognante.

In ogni caso c’era un mondo che capiva di dover tendere a quella concezione. O quantomeno certa gente intuì di non poter spregiare più ufficialmente i deformi, i diversi, ma mostrare per lo meno una sorta di apparente pietà, una forma di falsa e blanda benevolenza a bordo nausea.

Eppure chi soffrì nel vedere il film su Merrick e faticò per anni ad accettare l’opera di Lynch, furono proprio le persone affette da quella malattia: la Neurofibromatosi. Costoro erano presenti in numero considerevole nel mondo, come ci mostra il documentario “La vera storia di Elephant Man” (Discovery Channel).

Grazie al film si raccolsero molti più soldi per la ricerca, con apprezzabili progressi nelle tecniche chirurgiche relative a questo male. “The Elephant Man” sensibilizzò molto l’opinione pubblica, mantenendo però, grazie al talento spigoloso di Lynch, alcune asperità sinistre che relegarono il film ai confini della realtà e nell’orrore patetico alla “Frankenstein” e “Freaks”.

Fu una decina d’anni dopo, con lo sfortunato e incompreso “Cabal” di Clive Barker e soprattutto il trionfale Burton di “Edward mani di forbice” che le cose, come capita spesso, da un eccesso iniziarono a prendere una china verso l’opposto.

Johnny Depp, la sua faccia carina, le sue mani abili e il talento creativo, nonostante una serie di alti e bassi, è accolto da una piccola comunità di “Ordinary People”: il freak diviene “un figo”, retorica ben raccolta e sviluppata fino a livello di intollerabile sdolcinatezza nei film di Guillermo Del Toro. Questi due registi sono gli ultimi due freaks creativi a chiudere il cerchio avviato dalla mano tremante di Tod Browning.