EDOARDO BENNATO – IL PRIMO DELLA LISTA

Siamo un paese dove Irene Grandi, Ligabue e i Negramaro sono considerati punte di diamante del nostro rock. I più oltranzisti si spingono fino a Vasco Rossi e Gianna Nannini, eppure in questi elenchi di artisti debitori del rock, o vivamente incarnati nel rock, mancano sovente dei riferimenti realmente credibili. Vi do un nome e un cognome: Edoardo Bennato.

Io ho una venerazione per Bennato, quindi non intendo nascondermi dietro un dito facendo l’asettico storiografo avulso da partigianeria; credo di essere sufficientemente lucido da analizzare la carriera di un artista, comprensiva dei suoi momenti no, delle sue battute d’arresto e dei suoi passi falsi, anche laddove mi faccia battere il cuore ma, tutto ciò premesso, faccio veramente fatica a capire come un personaggio come Bennato non abbia goduto di riscontri e riconoscimenti ben maggiori di quelli pur positivi raccolti a inizio carriera, perlomeno fino a tutti gli anni ’70, anche se in parte una risposta saprei darmela.

Bennato è una creatura che ha sempre vissuto all’insegna dell’eterogeneità stilistica, per quanto le sue radici siano ben radicate e riconoscibili nell’America del blues e del rock, e nei ritmi mediterranei, a cominciare dalla sua Napoli. Per qualità e quantità la sua discografia è oggettivamente enorme, c’è l’imbarazzo della scelta. L’uso del dialetto napoletano come espressione di musicalità e non come banale rivendicazione sciovinista; la circumnavigazione di una gran messe di generi musicali; il rock come porto di partenza (anni’ 50, intriso di blues, funk, fino all’hard), il folk, il punk (post e new wave); la world music; il cantautorato; il reggae; le sonorità caraibiche; la lirica; la classica; il pop, anche sintetico, anche sofisticato; una costante ininterrotta apertura alla sperimentazione.

La profondità di testi che si abbeverano tanto da fonti letterarie quanto dalla cronaca e dalla realtà, con citazioni e ammonimenti al contempo innamorati e critici verso la sua terra (Napoli, Bagnoli, Mergellina, Campi Flegrei, Nisida, Licola, etc); uno sguardo acuto, disincantato, sarcastico e tuttavia sempre poetico, ricco di infinite sfumature; dischi immensamente creativi, capaci di essere raffinati e popolari al contempo, di piacere al circoletto degli intenditori come agli ultimi; lavori uno completamente diverso dall’altro, senza mai l’ansia di lisciare il pelo al pubblico, ma anzi avventurandosi dove portava la curiosità e l’ispirazione dell’artista, che fossero “canzonette” o incursioni nella psichedelia, nel rock industriale o nell’imbellettato Ottocento rossiniano.

Un uso della voce molto dinamico con frequenti giochi fonetici, scioglilingua e neologismi.

Coraggioso, come quando nel 1980 pubblica due LP a 15 giorni di distanza l’uno dall’altro (“Uffà! Uffà!” e “Sono Solo Canzonette”), infrangendo una regola non scritta del music business – anni dopo lo faranno pure Bruce Springsteen e i Guns N’ Roses.

L’intelligenza di circondarsi di musicisti sopraffini ma allo stesso tempo l’eclettismo di saper suonare tanti strumenti, anche contemporaneamente, praticamente una “one man orchestra” che ha più volte retto il palco in assoluta autonomia, indipendenza e solitudine.

Sin dall’inizio della sua carriera Bennato ha agganciato i mondi narrativi e immaginifici di Pinocchio e di Peter Pan, di fatto costruendoci sopra un proprio universo musicale che lo ha reso immediatamente riconoscibile. Forse lo ha persino tirato troppo per le lunghe perché dopo decenni e dopo svariati dischi Bennato ha continuato a servirsi di rimandi pirateschi e di personaggi come Lucignolo, ad esempio in un album come “Pronti A Salpare” che è del 2015, o come la rivisitazione di “Burattino Senza Fili” nel 2017, lavoro originariamente del 1977, con l’esordio discografico situato a pochi anni di distanza (“Non Farti Cadere Le Braccia”, 1973).

Nell’immaginario collettivo italiano Bennato si è eternato come quello di “Mangiafuoco”, “Il Gatto E La Volpe”, “Il Grillo Parlante”, “Il Rock Di Capitan Uncino” e “L’Isola Che Non C’è”, prove discografiche affatto da sottovalutare, anzi pregevolissime, e che solo l’abitudine e la consonanza ci hanno magari portato a relativizzare e considerare come “normali” e acquisite, ma che rimangono a tutti gli effetti straordinarie. “Mangiafuoco”, per dire, è davvero una prova sontuosa e meravigliosa che si può assumere come paradigmatica del talento dell’autore.

Io Bennato l’ho conosciuto grazie ai dischi di mia sorella, più grande di me di nove anni, in casa risuonavano continuamente le sue canzoni e negli anni della prima scolarizzazione le avevo già metabolizzate sottopelle.

Il passaggio dalle Elementari alle Medie è di per sé una piccola tappa nella perdita dell’innocenza e della fanciullezza: rappresenta la vertigine della crescita. C’è ancora tempo per diventare dei ragazzacci (quello di solito succede alle Superiori) ma le Medie iniziano a spalancare già diverse porte inaspettate, non sempre prive di malizia, sotterfugi e cinismo.

Le reazioni si fanno progressivamente meno spontanee, più elaborate, costruite, sofisticate, che poi è il (triste e ineluttabile) cammino verso l’età adulta. “Mangiafuoco” di Bennato secondo me incarna alla perfezione quella tensione strisciante. Il fuoco sotto la cenere. Pare fatta apposta per quel battesimo. Il burattinaio burbero è un personaggio in chiaroscuro, così come “Pinocchio” è una storia affatto priva di grandi inquietudini e momenti neri, come spesso accade nelle favole e nei racconti per i piccoli, nonostante vengano spacciati per innocui e privi di spine.

Ma mica è vero.

Biancaneve, Cenerentola, Peter Pan, Alice nel Paese delle Meraviglie, Hansel e Gretel, sono tutte storie terrificanti da una certa angolatura, lo sa bene il cinema degli ultimi anni che ha provato a rovesciare la prospettiva tradizionale con la quale si era guardato per decenni a quelle storie per ragazzi. William Golding ne “Il Signore Delle Mosche” capì perfettamente quale poteva essere la giusta lente del microscopio da entomologi attraverso la quale osservare la degenerazione di giovani esseri umani che potevano arrivare a incarnare il lato più buio della luna degli adulti. Spaventati e impreparati siamo in cammino dal primo giorno nel quale siamo venuti al mondo, di tanto in tanto qualcuno con grande coraggio prende le forbici tra le mani e taglia i fili, trattenendo il fiato per scoprire se perderà l’equilibrio, se potrà proseguire, cosa accadrà.

D’altra parte, tutto questo navigare nei mari di Collodi e di J.M. Barrie ha avuto anche effetti collaterali, asfissiando Bennato come musicista, come creativo e narratore. Bennato è stato molte altre cose ma quella è la figura che è prevalsa e che si è fatta totalizzante quando si parla di lui.

“Ma Che Bella Città”, “Allora, Avete Capito O No?”, “Che Combinazione”, “Restituiscimi I Miei Sandali”, “Uffà! Uffà!” (il cui testo è ancora di un’attualità politica sconcertante), “Venderò”, “Ma Chi È?”, “Quante Brave Persone”, “Troppo, Troppo!” sono solo alcune delle canzoni sparpagliate tra i vari album degli anni ’70 che vi invito ad ascoltare per farvi un’idea di quanto l’universo Bennato abbia confini che si perdono oltre l’orizzonte: complessi, vari e diversificati, affatto esauribili solo e soltanto a Capitan Uncino e ai burattini.

Negli anni ’80 poi si apre una parentesi che a chi come me è piuttosto sensibile alle sonorità rock e metal, non può che suscitare una immediata simpatia e sulla quale mi fa piacere soffermarmi con un po’ di pedante didascalismo. In un fazzoletto di anni, perlopiù compresi nella seconda metà di quella decade, Bennato pubblica un filotto di album che flirtano visibilmente con l’hard rock e con certe nuance provenienti dagli Stati Uniti di quel momento storico, ovvero quando l’hard rock “cromato” dominava le classifiche e MTV.

Ma va detto che già l’inizio del decennio è battezzato nel 1980 da “Uffà! Uffà!” (suonata con i Gaznevada), che è puro punk, e nel 1981 dal singolo “E Invece No”, che è una cover di Ry Cooder (“Down In Hollywood”) con beffardo testo italianizzato scritto da Bennato.

Gli album innervati di rock degli ’80 saranno croce e delizia. Sulla scorta del successo del decennio precedente verranno criticati e letti come “deludenti”, a Bennato non si perdona il cambiamento, ma Bennato è sempre stato il cambiamento.

“Kaiwanna” (1985) si presenta con una chitarra elettrica in copertina e si apre con “Eroe Fantasy”, dalla forte coloritura a stelle e strisce. Incedere anthemico, batteria perentoria, tastiere in odore di Album Oriented Rock, immaginario appunto fantasy.

“Zero In Condotta” per 4 minuti e 56 secondi ti fa vivere la città di notte, luci al neon, fari di Lamborghini Countach che fendono l’aria come laser, guidate da donne con i capelli vaporosi, il make-up carico, vestite di abiti alla moda dai colori fluo e con le spalline rigonfie. Pare un set dei Vanzina, profuma in modo inebriante di anni ’80.

La title-track è un esperimento fonetico (una lingua immaginaria che il genere umano parlerà nel 2585) che per analogia e per qualche motivo astruso – tutto soggettivo – mi fa venire in mente le atmosfere degli Scorpions di “Media Overkill”, dei Night Ranger di “Big Life”, dei Quiet Riot di “Main Attraction”, tutte pubblicate dopo “Kaiwanna”.

Il titolo è una fusione tra il nome della tribù pellerossa dei Cheyenne e Caivano, zona industriale del comune di Napoli.

“Asia” è una altra sferzata rock in 4/4 con chitarre che sbucciano la carne, compresse e vagamente metalliche come retrogusto.

“Cinque Secoli” afferra per le mani un ritornello che ti travolge come un treno merci, senza alcuna possibilità di sottrarvisi.

“Ok Italia” (1987) si apre all’insegna della bellissima title-track, Bennato gigioneggia tra chitarre vagamente ZZ Top e un affresco tematico dell’Italia ritratta nei suoi pregi e nei suoi difetti (soprattutto difetti). L’urletto del ritornello a me è sempre parso chiaramente debitore (o un omaggio se preferite) del Bruce Springsteen di “I’m On Fire”.

E poi c’è il videoclip sexy nel quale l’Italia è una splendida mora, una vera Miss Italia (Susanna Huckstep, di origini britanniche, incoronata nel 1984) in tacchi a spillo, guepiere, calze con la riga dietro e décolleté in bella evidenza; poi ci sono il night club, la chitarra, la moto, insomma tutti i parafernalia dell’hard rock yankee di quegli anni, rivisti e reinterpretati alla maniera nostrana da un ragazzo di Bagnoli.

Il pezzo di per sé è clamorosamente bello, nonché uno dei più sottovalutati di Bennato perché piuttosto spinto sul versante commerciale.

“Allora Chi” ha una inquietudine nervosa, tesa e insubordinata, mastica rock elettrico in sottofondo che scorre come un fiume carsico.

Con “Era Una Festa” Bennato celebra la sua “Footloose”.

“La Città Obliqua” forse ha poco a che fare con il rock ma è una canzone di una bellezza disarmante, un sogno a occhi aperti che toglie il fiato e si incastona perfettamente nella scaletta di “Ok Italia”, motivo per il quale meritava di essere citata in questa disamina a volo d’uccello tra le canzoni di fine anni ’80 di Bennato.

“Tu Vuoi l’America” gioca abbastanza scopertamente con le reminiscenze geografiche contenute nel titolo, che qui si fanno anche musicali.

“Chi Beve Chi Beve” è uno scoppiettante ibrido di ritmi e pulsioni rock partenopee, una denuncia sociale al contempo molto ironica, alla maniera di Bennato, con videoclip girato nei mercati rionali e l’armonica a bocca a cesellare le pulsazioni contenute in questi sei minuti. Impossibile ascoltarla rimanendo impassibili senza battere il tempo.

“La Televisione Che Felicità” chiude l’album come fosse un pezzo da “Eliminator” degli ZZ Top. Hai detto poco.

Nel 1988 Bennato pubblica “Il Gioco Continua” che contiene brani già editi (ri-arrangiati per l’occasione) più due cover, di fatto un lavoro interlocutorio dovuto alla necessità di accontentare la Virgin Dischi.

L’anno dopo arriva “Abbi Dubbi”, disco nel quale la componente più aggressiva comincia ad addolcirsi, ma lungo la scaletta sono ugualmente disseminate tracce piuttosto robuste, compresa quella che forse è la canzone di Bennato più vicina al mondo dell’heavy metal: “Zen”, dedicata all’omonimo quartiere di Palermo.

Pezzo abrasivo, crudo e scarno, con un riff che forse sarà piaciuto anche ad Angus Young e del quale mi piace pensare che un giorno faranno senz’altro la cover i Rammstein. In un album chiamato “Abbi Dubbi” la canzone “La Chitarra” non ne lascia alcuno riguardo a dove andremo a parare, e infatti l’anima soul blues che Bennato ci mette si respira a pieni polmoni, incessantemente.

“Stasera O Mai” ci porta negli anni ’50 dei diner americani, pare di vedere Marty McFly e sua madre seduti a qualche tavolo a mangiare hamburger e patatine; e sempre a proposito di madri, “Viva La Mamma” evoca ancora gli anni ’50, ma quelli italiani dei “poveri ma belli”, con gli occhi sempre rivolti Oltreoceano, quando “volevamo fare gli americani”.

“Mergellina” trasuda classicità rock, e per classicità si intende gli Elvis Presley, i Chuck Berry e i Jerry Lee Lewis. Sempre e comunque gli Stati Uniti e la loro colonna sonora.

“Non ebbi dubbi solo sul rock n roll” recita la vivace title-track dell’album, manifesto del rock italiano marchiato Edoardo Bennato. L’ennesimo pezzo trascinante e irresistibile di un musicista che pare nato apposta per prenderti per i capelli e portarti dentro un’arena elettrificata.

Terminati gli ’90, Bennato cambia ancora e si inventa l’alter ego di Joe Sarnataro, sotto il cui nome pubblica “È Asciuto Pazzo ‘O Padrone”, lavoro all’insegna di un blues elettrico alla maniera della scuola di Chicago, con testi in napoletano; è la consueta elegia dolce/amara su Napoli e sulle sue mille contraddizioni. Tony Esposito, Shel Shapiro dei Rokes, Patrizio Trampetti della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Vince Tempera, Enzo Avitabile, suo fratello Eugenio Bennato, sono alcuni dei musicisti di cui Edoardo si è intelligentemente circondato e che hanno contribuito a portare colore alla sua tavolozza pittorica.

Il rock è infuso e diffuso lungo tutta la sua carriera ultra-cinquantennale, anche se a tratti sembra concentrarsi maggiormente in alcuni lavori, come nel caso dei dischi di fine anni ’80 appena menzionati ma, come detto in premessa, il bello della musica di Bennato è l’estrema versatilità, l’eterogeneità, la pluralità di risultati e suggestioni.

Un artista troppo grande, viene da pensare, perché potesse essere sposato in modo del tutto mainstream dal pubblico italiano.

La differenza con i presunti rocker connazionali è abissale, laddove a repertori pressoché indistinguibili, inscalfibili e inamovibili nel corso dei decenni fa da contraltare uno che di album in album, ma persino di canzone in canzone all’interno della stessa scaletta, ingloba mille affluenti diversi e li restituisce sempre e comunque sublimati dalla personalità unica e definita di artista con la A maiuscola, un uomo la cui esperienza di vita ne ha forgiato l’arte.