IL PROBLEMA CON GLI ISIS…

Il problema con gli ISIS è che avete smesso di ascoltarli verso la metà.

Ovvero: perché “In the Absence of Truth” e “Wavering Radiant” non sono la coda di una discografia, ma il suo completamento.

C’è una concezione comoda che circola da anni in alcuni circoli post-metal (spero esistano solo in rete ndr), una di quelle narrative che si consolida per inerzia e poi nessuno ha più voglia di metterle in discussione perché farlo richiederebbe il riascolto delle cose con attenzione, invece che limitarsi a ripetere quello che si è letto su un forum nel 2004. L’idea precotta è questa: gli ISIS hanno fatto due capolavori, “Oceanic” e “Panopticon”, poi hanno perso il filo, sono diventati più morbidi, più prog, meno urgenti. E quando si sono sciolti nel 2010, la storia era già finita da un pezzo.
Questa pappa è sbagliata. Non parzialmente sbagliata, non opinabile: sbagliata nel senso più piatto e documentabile del termine.

“In the Absence of Truth” esce nel 2006 e “Wavering Radiant” nel 2009. Sono il quarto e il quinto disco della band, gli ultimi due prima dello scioglimento. E sono probabilmente i dischi in cui gli Isis capiscono meglio quello che stanno facendo, cosa vogliono essere, dove vogliono arrivare, cosa significa costruire un’opera che non si esaurisca al secondo ascolto.

Il problema è che arrivano dopo “Panopticon”; e “Panopticon” è uno di quei dischi che funziona come un buco nero: tutto ciò che viene dopo si misura rispetto a esso, e quasi niente sopravvive al confronto perché il confronto è mal posto dall’inizio.

Partiamo da un dato strutturale.

“Oceanic” era un disco sull’immersione. “Panopticon” era un disco sulla sorveglianza, sul controllo, su una violenza diffusa e sistemica che non ha mai un solo volto.

Entrambi funzionano per accumulo, per densità, per una qualità specifica del post-metal che consiste nel farti sentire fisicamente il peso di ciò che stai ascoltando.

Sono dischi bellissimi.

Sono anche, in un certo senso, dischi relativamente semplici nella loro logica emotiva: ti schiacciano e tu ti lasci schiacciare. Il meccanismo è collaudato, il risultato è garantito.

“In the Absence of Truth” mostra qualcosa di diverso. Il disco ha un’ambizione concettuale sproporzionata. Turner ci costruisce sopra una riflessione su Hassan-i-Sabbah, su Cervantes, su Borges, su Danielewski (chi? ndr) e questa ambizione si sente nella musica in un modo che non è esibizionismo ma necessità.

Le canzoni si aprono su spazi che non si richiudono in modo prevedibile. “Wrists of Kings” è probabilmente il pezzo con cui gli ISIS aprono un album con meno urgenza e più architettura latente: non ti prende per il bavero, ti porta da qualche parte senza dirti dove.

“Non in Rivers, but in Drops” costruisce una tensione che si risolve in modi obliqui. “Dulcinea” è forse il momento in cui la voce pulita di Turner smette di essere una concessione al mainstream e diventa uno strumento reale, qualcosa con cui la band finalmente riesce a combinare qualcosa di autentico e originale. “Garden of Light” chiude tutto con una qualità rarefatta che non assomiglia a niente di quello che la band aveva fatto prima.

Il problema con questo disco è che richiede pazienza di tipo diverso rispetto a “Oceanic” o “Panopticon”. Lì la pazienza era ricompensata da esplosioni prevedibili, da catarsi costruite con precisione ingegneristica. Qui la ricompensa è più silenziosa, più distribuita, più difficile da identificare nel momento in cui arriva.

È un disco che migliora nel tempo invece di peggiorare, il che lo rende inadatto a essere recensito immediatamente dopo l’uscita da chiunque non sia disposto ad aspettare.

Poi arriva “Wavering Radiant”, e qui il discorso si fa ancora più netto.

Adam Jones dei Tool suona in due tracce. Joe Barresi produce. La band registra in un momento in cui sa già che probabilmente si scioglierà presto, e questa consapevolezza, che sia stata esplicitamente dichiarata o meno, si sente.

“Wavering Radiant” è il disco degli ISIS in cui tutto è al proprio posto. Non nel senso che è ordinato o controllato: ogni elemento però sembra essere dove deve essere perché la band ha capito qualcosa che non aveva ancora capito prima.

“Hall of the Dead” apre con una qualità quasi orchestrale che in bocca ad altri suonerebbe pretenziosa: qui suona necessaria. “Ghost Key” e “Hand of the Host” costruiscono una tensione che non si scarica mai del tutto, che preferisce sedimentare.

La title track dura meno di due minuti ed è uno dei momenti più inquietanti del catalogo. “20 Minutes / 40 Years” è il singolo che non sembra un singolo, il brano che dovrebbe avere più ascolti su qualsiasi piattaforma e invece viene sempre saltato dai nuovi ascoltatori perché la copertina del disco precedente è più iconica.

“Threshold of Transformation” chiude con quegli ultimi quattro minuti che qualcuno ha giustamente descritto come il punto in cui ti rendi conto che non c’era altro da dire.

“Wavering Radiant” è l’album di una band che “sa di essere” alla fine e decide di finire nel modo migliore possibile. Non è un testamento nel senso malinconico del termine: è una conclusione. Un periodo fermo dopo una frase lunga e complicata. Il fatto che molti ascoltatori lo abbiano vissuto come una delusione rispetto a “Panopticon” dice qualcosa di interessante, non sulla band ma sulle aspettative, su come un gruppo di riferimento diventi prigioniero del momento in cui è entrato nella testa delle persone.

La critica ai due dischi si riassume spesso in un’unica parola: “prog”.

Come se prog fosse un insulto.

Come se una band che decide di espandersi, di complicarsi, di smettere di ripetere le stesse soluzioni stia tradendo qualcosa, invece di crescere.

C’è un ché di profondamente conservatore in questo tipo di approccio, qualcosa che assomiglia al tifo sportivo più che alla critica musicale: vuoi che la tua squadra del cuore vinca sempre nello stesso modo, con gli stessi giocatori, con gli stessi schemi. Quando cambiano tattica, ti senti tradito.

Gli ISIS non si sono ammorbiditi. Si sono “precisati”. C’è una differenza enorme tra le due cose. “Oceanic” e “Panopticon” sono dischi in cui la forza emotiva viene dalla compressione, dalla densità, dall’accumulo. “In the Absence of Truth” e “Wavering Radiant” sono dischi in cui la forza emotiva viene dallo spazio, dalla rarefazione, dalla capacità di costruire qualcosa che funziona anche nel silenzio tra le note. Non è una perdita di potenza: è una redistribuzione del peso.

Il peso c’è ancora. È solo in posti diversi, e trovarlo richiede un ascolto diverso.

Il post-metal come genere ha prodotto decine di band che hanno capito “Oceanic” e “Panopticon” e li hanno replicati in modi più o meno convincenti. Non ha prodotto quasi nessuna band che abbia capito “In the Absence of Truth” e “Wavering Radiant” abbastanza da provarci. Questo non è un caso: i due dischi successivi sono più difficili da imitare perché sono meno meccanici, la loro logica è più nascosta, richiedono di essere la band specifica che li ha scritti per sapere perché quella nota va lì e non altrove.

Questo è esattamente il contrario di ciò che si intende quando si dice che una band è “in declino”.

Gli ISIS si sono sciolti nel giugno del 2010 con un comunicato asciutto e senza drammi. Hanno lasciato cinque dischi. I primi due sono quelli che chiunque conosce. Il terzo, “Panopticon”, è quello che chiunque cita. Gli ultimi due sono quelli che chi ha ascoltato una volta sola nel 2006 e nel 2009, poi l’ha rimesso sullo scaffale perché erano meno facili.

Sono anche quelli che reggono meglio all’ascolto nel 2026. Sono quelli che migliorano ogni volta. Sono quelli in cui la band era più se stessa nel senso completo del termine: non più giovane, non più arrabbiata, non più urgente, ma più precisa, più consapevole.