La discarica sembra conoscermi. A volte quando me ne sto lì a perquisire i cassoni, mi ritrovo un oggetto che ammicca tra bambolotti schiacciati sotto divani scoppiati o tra vecchie coperte in cui è morto qualcuno. Spesso si tratta di libri, di CD o DVD. La gente ne butta un sacco. Ho riversato scatole e scatole di vecchie TDK in cui c’era la storia di qualche ex adolescente degli anni 90; così come ho dovuto frullar via sacchi e sacchi di musica jazz di un marito che non c’era più da un mese.
Chissà perché mi sono sempre trovato a mio agio con dei lavori vicini alla morte, alla putrefazione, alla scomparsa. Qui nulla svanisce, tutto si ricicla. Ed eccomi qui che raccolto su “Native Tongue” dei Poison. Il lavoro che ha fama di essere l’unico disco “serio” e davvero impegnato della band del party selvaggio e del mascara indemoniato.
Era il 1993 e io iniziavo le superiori. Su Videomusic passavano “Stand”, una ballata piena di enfasi spirituale e un ritornello che mi scaldava il cuore nelle fredde domeniche autunnali. Non erano i Poison che conoscevo e che mi ero guardato bene dal bazzicare, negli anni in cui su Metal Shock c’era sempre la letterina di qualcuno che li insultava e ne reclamava l’espulsione dalle “riviste serie”.
Quel disco era davvero “serio”. Roba molto raffinata, hard rock adulto pieno di american sound, di blues, boogie e una pesantezza che non si risolveva tanto nel suono delle chitarre di Ritchie Kotzen, invero piuttosto lieve e svolazzante di pentatonica in pentatonica, ma nella sezione ritmica greve e sanguigna di Rockett e Dall.
I Poison non sembravano i Poison e questo a loro piaceva. Credevano che fosse una buona idea al tempo, prendere le distanze dagli eccessi, dallo sgargio, dalle sempre più malsane scenate del loro ex CC De Ville. Andare il più lontano possibile dall’esibizione disastrosa degli MTV Music Awards di due anni prima, quando il loro vecchio chitarrista era talmente fatto che per una parte non era riuscito a suonare e l’altra non aveva beccato uno dei tre accordi di “Talk Dirty To Me”. Se li avesse azzeccati comunque non sarebbe andato bene perché il resto del gruppo stava suonando “Unskinny Bop”.
Sentite qui però cosa successe.
La band cacciò CC, di lui si parla approfonditamente in un bel pezzo di Marco Tripodi che potete trovare cliccando qui. Lo cacciarono e si rifecero una verginità autoriale con il giovane e molto promettente Ritchie Kotzen, a cui lasciarono carta bianca e campo libero sulle canzoni nuove.
Il ragazzo aveva tipo ventun anni, tre dischi alle spalle per la Shrapnel Records di Mike Varney, una voce blues molto bella e uno stile davvero accattivante. Sapeva fare blues classico, era potente, sporco il giusto e allo stesso tempo era in grado di svisare come i più accaniti shredder van haleniani.
Native Tongue è un ottimo album e si può dire che l’abbia fatto lui. Peccato che non lo è per nessuno dei motivi che avevano permesso di vendere ai Poison milioni di copie. Era anche un altro momento, per carità, il 1993. Per quanto il gruppo puntasse sulla sobrietà, erano sempre una band glam con i vestiti di pelle e un repertorio fitto di canzoni festaiole.
Pare che i problemi con Ritchie iniziarono dalle prime date del tour. Il chitarrista era perfetto per i brani nuovi, ma sui classici della band faticava a gestirsi. Mentre gli altri montavano il solito spettacolo contagioso e goliardico, lui se ne stava per i fatti suoi. Non capiva granché quelle party-song e non vedeva l’ora che finissero.
Il pubblico si accorse di questa mancanza di coesione. I pezzi nuovi in repertorio del resto, non erano molti. Il gruppo aveva dato il via al restyling generale ma dal vivo non se l’era sentita di lasciare a bocca asciutta i fan degli anni 80, quindi l’altalena era evidente a tutti.
Probabilmente le cose con Ritchie sarebbero finite amichevolmente una volta completato il tour. Le vendite erano basse, i concerti in Europa belli pieni ma negli Stati Uniti c’era una micragna che i Poison non affrontavano da molti anni. Ci voleva altro per risalire la cina. Purtroppo le cose precipitarono prima e fecero un gran botto. A un certo punto si scoprì che Kotzen bombava la fidanzata storica del batterista Rockett, Deanna Eve.
Bret e gli altri si incazzarono così tanto che buttarono fuori dal tour bus tutti gli averi del chitarrista e se ne andarono lasciandolo a piedi. Per quanto negli anni si siano un po’ riappacificati, al tempo la chiusa fu terribile e definitiva. Si fece un sacco di gossip sopra la faccenda che Kotzen ha cercato di minimizzare negli anni. Eppure così andarono le cose. Lui se la faceva di nascosto con la donna di un altro membro del gruppo. Se la sarebbe sposata e ci avrebbe messo su famiglia per un po’; e questo riduce la pena per reato di mancata professionalità del chitarrista, però che cazzo, Ritchie era…
Cazzo, ho visto le foto su Metal Shock. Era un angelo irresistibile, Ritchie Kotzen, a vent’anni. Un talento magnetico e divoratore. Era inevitabile che combinasse qualche casino.
La cosa interessante è questa. “Native Toungue” era un album impegnato non solo sul versante degli arrangi e delle composizioni; Bret scrisse alcuni dei testi più seri e profondi del suo repertorio. In particolare ci sono “Until You Suffer Some (Fire and Ice)”; “7 Days Over You” e “Theatre of the Soul” dove le storie di tradimento e delusione amorosa sembrano muoversi su un doppio versante: quello delle relazioni dei membri della band con le donne e di tutti loro con CC De Ville. Michaels, nel brano “Theatre of the Soul” lo dice chiaro e tondo che non sa cosa sia successo tra lui e qualcuno, ma si sente tradito.
Convivere con un tossico allo sbando, uno con cui si sono condivisi alcuni dei momenti più duri e fantastici della propria vita e con il quale si è costruito qualcosa, può portare a un senso di frustrazione rabbiosa definibile anche abbandono e tradimento, quando questi manda tutti in coda e in cima alla lista mette lo strafarsi dalla mattina alla sera.
Ci fu una leggendaria chiamata in diretta a una stazione radio da parte di CC. Non deve essere stato facile ritrovarsi la sua ex band fare la puttanella impegnata con uno che aveva quintali di talento più di lui. Il disco poi era un assalto continuo ai suoi sensi di colpa e le sparate di Michael sulla sua condotta dovevano finire. Interruppe l’intervista che Bret stava facendo per dirgliene di terribili. Anni dopo sarebbero tornati amici e insieme nei Poison, ma quel momento tra loro era davvero dura e la chiamata pare sia ancora ai primi posti degli algoritmi dello scazzo rock and roll.
Le canzoni tentavano di esprimere quel senso di delusione per CC e non gliele mandavano a dire. La cosa buffa è che quei versi, in particolare su “Theatre Of The Soul”, col senno di poi sembrano più un profetico annuncio di ciò che stava portando in seno alla band Ritchie Kotzen che il ruminamento sulle vecchie faccende di De Ville. Le canzoni di “Native Tongue”, disco che comprensibilmente, ancora rende orgogliosi i tre Poison che vi parteciparono, quelle canzoni avrebbero dato voce alla rabbia e al dolore di Michael e di Rockett, per via della carognata del loro giovane salvatore.
Kotzen avrebbe dovuto tirar fuori il gruppo dalla crisi e invece riuscì quasi a seppellircelo.

