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Helmet – Un successo avvelenato

In una intervista agli Helmet, pubblicata su Metal Shock nel gennaio del 1993, firmata da un certo Jonty Adderley, (presumo sia stata tradotta) scopro che per il secondo album, l’etichetta Interscope aveva fornito alla band “un milione e mezzo di dollari (quasi due miliardi di lire, del tempo) e di averglieli dati praticamente “al buio”. Se l’avessi letto da adolescente mi sarei meravigliato e avrei invidiato il gruppo. Oggi so cosa significa quella mossa e per quanto il tipo lì, Jonty, presentasse la faccenda come un inverosimile colpo di fortuna per un gruppo semi-sconosciuto e con un solo disco pubblicato, la verità è che si trattava di una cazzo di rogna. Basta leggere la storia degli Helmet e scoprire come quei soldi uccisero il gruppo neanche due dischi dopo.

Intanto non era un milione e mezzo di dollari. L’Interscope sganciò inizialmente un milione, a cui poi si aggiunsero altri trecentomila dollari di non so cosa. Tutto quel denaro per registrare un disco che, secondo Tom Whalley, il leggendario talent scout (A&R) dell’etichetta (fece il contratto anche a Tupac Shakur e ai Nine Inch Nails), avrebbe bissato e forse surclassato il successo di “Nevermind”.

Ora, come si potesse pensare che gli Helmet fossero i successori dei Nirvana la dice lunga su quanto, per le etichette grosse e affamate, il periodo fosse talmente confuso che bastava sentir parlare di un piccolo fenomeno underground capace di vendere qualche migliaio di dischi da solo, a stendergli un tappeto rosso davanti e farlo salire a forza in una gigantesca limousine.

Gli Helmet erano davvero un portento, in quel periodo, non ve lo devo dire io. Nell’underground newyorchese avevano già guadagnato una notevole credibilità. Ma se ottennero un contratto così generoso e che prevedeva dei diritti sulle vendite altissimi rispetto agli standard, il merito lo si deve all’agenzia di management che si prendeva cura di loro. In particolare l’avvocato David Altschul, il quale capì subito una cosa: gli A&R delle major erano nel pallone dopo l’exploit del grunge e avrebbero speso cifre assurde pur di mettere le mani sul prossimo fenomeno alternative. L’agenzia propose il gruppo a venti diverse etichette, facendo credere a ogni direttore artistico invitato a un concerto degli Helmet, che la band stava per firmare già con qualcuno e che c’era poco tempo per impedirlo e portarsela via.

Fu una specie di asta isterica che finì come sapete.

Il disco che fecero, “Meantime”, è ancora oggi considerato un classico hard & heavy degli anni 90. Vendette due milioni di copie, ripagando ampiamente l’anticipo lussuoso dell’etichetta. Questa cosa fatta dagli Helmet sembra la più scontata mentre invece è una specie di miracolo. Se vieni da un esordio pimpante nell’underground, giudicato bene dalla critica e che si attesta sulle diecimila copie, davanti a un anticipo così grosso, devi quantomeno farti venire un esaurimento nervoso. Le aspettative di chi ti finanzia sono estreme e tu probabilmente hai già investito la miglior parte del tuo repertorio nel primo album. Si sa quanto sia dura realizzare il secondo perché il primo ci metti anche degli anni ad assemblarlo, ma se va bene, dopo pochi mesi ti tocca rientrare in studio e cagar fuori dei nuovi singoli e tutto il resto.

Eppure Page Hamilton, che io ho sempre visto come una specie di cuginetto di Henry Rollins con la chitarra, è un cazzo di genio e uno con due coglioni così. Anche gli altri tre sapevano cosa stessero facendo, ma lui ha saputo guidarli attraverso una tempesta. Ah, badate che il contratto della Interscope prevedeva anche che l’etichetta non avrebbe messo becco su nessun aspetto dell’album. Questo deve aver aiutato gli Helmet a chiudersi il mondo fuori dalla porta dello studio, incidere un macigno levigatissimo, parte con Steve Albini “Meantime”; “Iron Head” e parte con Wharton Tiers, guru alternativo di N.Y. già attivo con Dinosaur Jr. e Sonic Youth. Con il primo registrarono i pezzi più violenti e con il secondo quelli di diversa intensità (“Unsung”). L’etichetta però pretese che al mix finale pensasse lo stesso di “Nevermind”, Andy Wallace. Sembra che Albini non abbia apprezzato il risultato finale, ma è innegabile che “Meantime” sia praticamente un lavoro perfetto.

Quindi ricapitoliamo. Il gruppo prese i soldi. Registrò il nuovo album con due spicci, impiegando pochissimo tempo e presentandosi in studio con i pezzi già preparati e rifiniti. Tenne il resto del budget e se lo spartì.

Se tu spendi duemilacinquecento dollari per un album, ti ritrovi un bel gruzzolo. E gli Helmet, che venivano dalla fame, i furgoni puzzolenti, appartamentini singoli, le bettole e gli atterraggi di fortuna, avevano tirato dritto lungo tutto quel periodo di gavetta con il tutto per uno e uno per tutti. C’era una specie di fratellanza tra i quattro musicisti e quei soldi, senza alcuna esitazione, pensarono di spartirseli in pari porzioni. Ne ricavarono all’incirca 250’000 dollari a testa. Si comprarono tutti una casa.

Intascarono tutti un mucchio di denaro e ne guadagnarono ancora di più dalle vendite di “Meantime”, che divenne presto disco d’oro, e dai concerti di supporto. O meglio Page continuò a fare la grana, perché le canzoni erano scritte da lui, di conseguenza, gli spettava l’ammontare dei diritti. Gli altri tre poterono godersi il momento con la propria fetta desunta dall’anticipo e gli incassi delle serate dal vivo.

E non è che la cosa gli andasse proprio bene.

Io penso che Hamilton meritasse di prendere i soldi dai brani, visto che erano suoi, ma per Henry Bogdan, il bassista, John Stanier, il batterista, e soprattutto per il chitarrista Peter Mengede, la cosa non era giusta manco per il cazzo.

In effetti, ascoltando “Meantime”, sorprende il muro sonoro, l’impatto poderoso di quei riff levigati. Ecco, secondo gli altri tre membri del gruppo, se gli Helmet suonavano così era merito loro. Il groove e la pesantezza erano ingredienti fondamentali quanto il riff portante e i testi. Però solo questi ultimi due erano considerati decisivi per la riuscita e il successo di una canzone e di conseguenza nella riscossione delle royalties.

Beh, come obiezione la capisco, eppure dovevano immaginarlo questi ragazzi che lasciare completamente a uno di loro la parte creativa avrebbe creato dei problemi, prima o poi. Ci sono gruppi come R.E.M. e Coldplay che hanno risolto la cosa continuando a spartire alla pari, anche se chi scrive è uno. Gli Helmet e molti altri ovviamente hanno optato per l’altra strada.

Hamilton era un provetto chitarrista Jazz. Si era laureato in una delle più prestigiose ed esclusive scuole di Jazz degli Stati Uniti. A sentirlo suonare non si penserebbe a uno capace di farti il culo di shred e accordi impossibili, ma negli Helmet tutto questo non è mai entrato. In apparenza. Perché l’uso di certe posizioni della chitarra, le dissonanze sugli assoli, ogni dettaglio, per quanto possa ancora apparire casuale e improvvisato, era pianificato nei dettagli da Page e con una motivazione teorica che mirava a determinare un preciso effetto.

Insomma, la formula Helmet era solo apparentemente semplice. Nulla al confronto dell’intrico di ripicche e invidie che presto divenne il gruppo dietro le quinte.

Hamilton accettò da subito di prendere la fetta più grossa e ancora oggi è convinto che fosse onesto. Gli altri a stento riuscirono a sopportarlo. Dopo il successo di “Meantime” lui iniziò a gestire le cose in modo sempre più perentorio, per non dire dittatoriale. La cosa peggiorò l’atmosfera a livelli insostenibili. “Betty” uscì in una specie di caos inviperito e il successivo “Aftertaste” fu l’addio smunto di un gruppo costretto a sciogliersi poco dopo, sia per il crollo delle vendite che per l’insofferenza tra i membri.

La Interscope ottenne ciò che voleva e diede, apparentemente, alla band ciò che questa chiedeva. La verità è che gli Helmet non si ripresero più da tutti quei soldi, mandando in vacca una delle line-up più sostanziose ed efficaci degli anni 90.