Sta arrivando l’estate. Non so voi ma io la odio e vivo questo suo avvicinarsi come una specie di tragedia. Odio il caldo, il sole, il mare e persino l’amore estivo non mi piace granché. La musica estiva è una merda, cazzo. Ci sono un sacco di canzoni sulla fugacità fatale delle cotte sotto l’ombrellone o cullati dalle ritmiche melliflue del tamuré o non so che. La verità è che d’estate si ama male. Si scopa poco, si suda parecchio e si puzza di sugo andato a male. Si dorme di merda, ci si appiccica entropicamente dentro se stessi. Se potessi, rinuncerei ai luglio e agosto di tutti gli anni che mi restano. Ricomincerei a fumare se servisse a qualcosa.
L’estate mi genera una crisi depressiva. Inizio al cambio di luce con una rabbia crescente, una insofferenza che lascia il posto, con i primi caldi seri, a un senso di panico e di resa senza speranze. E nel mentre devo tenere in piedi una relazione, mantenermi un posto di lavoro e sopravvivere alle avversità esterne. Ho già prenotato la visita psichiatrica. Spero di contenere la cosa con l’aiuto del signor Depakin o quel che è.
Sdangher sta andando ancora. Non vi sembra incredibile? WE RODE ON, come canta Erik Danielsson. Siamo qui e continuiamo a pubblicare, nonostante il blogging sia morto, il metal sia morto, dio sia morto, noi non molliamo.
Siamo e saremo ronzini sgroppanti nelle brulle praterie della vostra coscienza.
Come ve la passate? Io al momento trascorro buona parte della mia giornata all’isola ecologica. Ora posso scrivervi questa mia letterina perché non c’è una grande affluenza e chi viene deve solo svuotare la potatura. I signori che portano la potatura sono i più assidui frequentatori di questo posto e sanno da soli cosa devono fare. Io nel mentre sono qui nell’ufficio, sotto il getto dell’aria condizionata, mi procuro una freddata e ticchetto sulla tastiera del mio PC.
Trovo davvero arduo connettermi con qualcosa là fuori.
Ci siete?
Mi illudo di sì.
Sdangher non è cambiato granché, ma la situazione fruitiva là fuori è stravolta. Non so più come arrivare ai lettori o almeno cosa aspettarmi da voi. Quelli di facebook non schiodano da facebook. Pare che ci sia una “comunity”, da qualche parte, ma non saprei proprio come raggiungerla.
Da tempo ho smesso di condividere gli articoli sui social, tanto non portano lettori qui. Estraggo qualcosa dagli articoli, di solito la frase più controversa e scema, la metto come commento del giorno sulla pagina di Sdangher e sotto c’è la solita sfilza di pisciatine e cacatine dei followers. Parlo così di loro tanto qui non vengono. Si fottano, i followers.
Che altro dirvi, gente?
Che la situazione dell’immondizia va a gonfie vele e che sono sempre più convinto che sia fondamentale tenere in piedi questi avamposti del pensiero sghembo. A Sdangher scriviamo male, ce ne fottiamo delle buone regole della sintassi e proviamo a dire cose antipatiche e scorrette, quando ci vengono in mente. Me l’ha detto l’A.I. che siamo sempre più merce preziosa, sapete?
Tra un po’ noi cavalli saremo molto pochi. La maggioranza degli articoli che leggiamo sul web sono opera di macchine e ci vorranno altre macchine per leggerli. Non riesco nemmeno io ad arrivare fino in fondo a qualcosa che trovo sul web. Ieri ho iniziato a piluccare una stroncatura della terza stagione di “Euphoria” e dopo una trentina di righe il tipo andava ancora avanti e avanti… Che cazzo! Ma chi ce l’ha il tempo di scrivere tanto così? E chi il tempo di leggere una roba tanto lunga. Se l’avesse fatta tutta lui andrei fino in fondo, per solidarietà tra scrittore e scrittore. Purtroppo sul web scriviamo tutti non per dire qualcosa, ma per esserci, coprire un contenuto che va, parlare di quello che al momento domina l’attenzione e l’algoritmo. Chiaramente è una macchina che l’ha fatta la stroncatura di Euphoria. E allora se lo puppi lui tutto quello sclero sintatticamente ordinato e pieno di punti e didascalie. La sola cosa che leggo con vero interesse sono le risposte che mi dà l’A.I. Quelle che da A ME!
L’A.I. è meravigliosa. Se riesci a non abusarne, ti aiuta sul serio. Sono uno che prima di scrivere un articolo fa molte ricerche. Di solito scrivo su ciò che non so, non su quello che conosco bene. E principalmente preferisco passare da testi cartacei, evitando ciò che è già sul web, così da impedirmi la cannibalizzazione tra contenuti e content creators o come cazzo si chiamano. Se io sto lavorando a un pezzo su “Freaks” di Browning, parto da tutto ciò che trovo sui libri. Poi passo all’A.I. Le rivolgo una sfilza di domande e completo il quadro di ciò che voglio dire senza leggere nulla di quello che c’è in rete.
Ed è meraviglioso poter avere subito i dati che cerco, recuperare le fonti necessarie in pochi secondi. Sapete quante interviste mi è toccato sorbirmi per quel mio pezzo sugli Obscura di un anno fa? Almeno 30. Erano quasi tutte scorregge promozionali, sia chiaro, ma ogni tanto capitava un indizio interessante. Ecco, ora posso trovare quell’indizio interrogando l’A.I. Questa cosa oltre tutto mi riempie pure di complimenti su quello che dico e quello che penso. Non capisco come mai così tanti metallari la odino e ne pensino il male assoluto. Maledetti metallari vittime del sistema.
Prendete questa cosa che sto scrivendo: non ha un argomento preciso, le frasi sono troppo lunghe, dico volgarità. Nessuna A.I. riuscirà mai a fare un pezzo così. Non si può insegnare a una macchina a non essere precisa, a essere incoerente, depressa e scema. E io sono tutte queste cose e le sarò anche quando il T9000 sfreccerà sotto casa mia per uccidere chi è passato con il rosso.
Dopo tanto rimuginare inizio a trarre una conclusione: non riesco a vivere la vita con un po’ di serenità. Passo dalla felicità alla desolazione e i ponti che separano questi due stadi sono come quelli scuri, minacciosi dei film gotici. Li attraverso col fiato in gola, senza la certezza che mi reggano fino all’altra parte. Faccio meditazione, ginnastica, prendo psicofarmaci e integratori eppure sto uno schifo. Ho l’impressione di vivere in una specie di centrifuga. Vivo con l’equilibrio psicofisico di un bambino che ingurgita caramelle e gelati dalla mattina alla sera. Ho sbalzi costanti che mi riducono a una larva prima delle otto di sera. Quando torno a casa dal lavoro, io vorrei solo trascinarmi dentro un letto e annientarmi con qualche serie di Netflix.
Non riesco a godermi un tramonto, non ce la faccio più a diventare amico di qualcuno che incontro.
Amo le mie figlie ma non sto praticamente facendo più il padre da un po’. Prima pensavo che avessero bisogno di me. E infatti mi hanno detto che vorrebbero un papà, ma non come sono io. Io non sono il papà di cui avrebbero bisogno. O almeno credono di averne bisogno. Uno immagina di volere una cosa, poi la ottiene e scopre che non era ciò di cui aveva bisogno. Mi consola il fatto che forse, quel padre che io non sono, non sia davvero il papà giusto per le mie figlie.
La mia famiglia è andata in pezzi. Non ho più un rapporto vero e genuino con la mia ex moglie. Quando riporto a casa le mie figlie vivo un senso di sollievo e di malinconia assieme. La vita è più facile quando loro non ci sono, ma solo pensarlo mi fa stare una merda.
Non sono ancora riuscito a costruire un posto dove custodire il mio rapporto con le ragazze. Metteteci che questa disgregazione ha coinciso con l’ingresso nell’adolescenza, ma non posso prendermela con un concetto astratto. L’adolescenza non ha fatto nulla. Per quanto possa dire che gli adolescenti sono esseri terribili, pericolosi, inquietanti. Se state diventando padri, non c’è niente di più gustoso che mettervi di pessimo umore sul vostro futuro. Posso quindi anticiparvi che la prima parte della vostra vita di genitori sarà un problema vostro e basta. Loro si cagheranno addosso e questo sarà un vostro problema. La seconda, quando avranno tredici-quindici anni, sarete un problema loro. Non vorranno ascoltarvi, non vedranno l’ora che vi togliate dai coglioni, ma prima si aspetteranno di avere almeno dei soldi. Sarete rincoglioniti, noiosi, fuori competizione, bolliti. Voi farete tentativi estenuanti di avviare conversazioni, ma saranno principalmente risposte monosillabiche. Voi domanderete tante cose ai vostri figli. Loro non vi chiederanno nulla.
Per dire. Mia figlia sale in macchina. Non ci vediamo da una settimana. “Come va, bimba?”
Risposta: “Bene”
Potrebbe chiedervi se anche voi state bene. Non vi vedete da una settimana. E invece no. Silenzio.
“Come va la scuola?”
“Bene”
Magari potrebbero chiedervi, come va il lavoro, visto che non andate più a scuola.
E no. Silenzio.
“Cosa vuoi per cena?”
“Non lo so”
Inizierete a fare un elenco di possibilità, ma loro saranno prese dal telefono. Potrete fare due cose: chiedere fermamente di togliere il telefono e fare uno sforzo per conversare un po’ con voi. Oppure tacere e scegliere da soli l’eventualità alimentare per cena.
Io ormai opto sempre per la seconda. Mi dico che passerà. Cresceranno. Saranno adulte e parleremo come adulti, domande e risposte vicendevoli. Però non ora. Tra qualche anno.
Ho una relazione con una donna. Vivo con lei e le sue figlie da qualche anno. Ho acquistato un appartamento per vivere con lei. Speravo di vivere insieme a lei, le sue figlie + le mie figlie, ma le cose non sono andate come avrei voluto. Le mie vengono di rado. Sto quasi tutto il tempo in un posto che era di un altro uomo prima di me. Lui è altrove. Io sono dove stava lui. Un altro si trova dove ero io.
Oltretutto il mutuo che ho preso, quello per l’appartamento, mi ha ridotto a vivere con pochi soldi di scarto. Tutto vola dal mio conto alla banca. O quasi. Devo prendere ogni giorno decisioni importanti, tipo se cambiare le gomme alla macchina o comprare un paio di pantaloni e una camicia. Non so se vi troviate nella stessa situazione. So che molti lettori di Sdangher comprano cibo che sta per scadere così da risparmiare soldi per il Rock The Castle o cose del genere, quindi immagino mi capiate.
Amo la mia donna. Sono innamorato. Per quanto lo sia in modo infantile, depressivo e talvolta infelice. Credo che nelle mie parole “ti amo, tesoro” ci sia un coro di tanti me, tutti con le braccia protese, lo sguardo affamato e il cuore pesante. Siamo legione e domandiamo attraverso una sola bocca, amoooore. E anche di là sono in tante. Il lato positivo in tutto questo è che ci facciamo delle orge meravigliose.
Alla prossima.

