Gli Heaven’s Gate sono stati davvero tanta roba, ma non hanno raccolto granché (a parte in Giappone). La band tedesca non è famosa quanto il suo chitarrista Sascha Paeth. Però attenti, lo scopo di questo articolo non è di tirarvela lunga sull’ennesimo nome di culto che è stato sottovalutato ingiustamente dal popolo bue. Vorrei capire come mai un album come “Hell For Sale” suoni così potente e magnifico, abbia canzoni memorabili, ma sia stato un fiasco in tutto il mondo (a parte in Giappone).
Sposto la vostra attenzione sulla qualità della produzione, la freschezza dei suoni, perché sembra una veste degna di un gruppo lanciato verso il successo. In effetti c’era un discreto interesse attorno agli Heaven’s Gate: avevano realizzato quello che secondo molti, sia al tempo che oggi, è il loro capolavoro: “Living In Hysteria” (1991). Eppure io non ritengo il suo seguito inferiore, anzi. Ho sempre visto questi due titoli come una coppia discografica inscindibile, nata nella fase di grazia della band. Eppure il primo raccolse elogi e vendette molto, mentre il secondo andò maluccio (esatto, a parte in Giappone).
Lo so, col senno di poi non poteva che essere così.
Il grunge, la perestroika, le cavallette…
Però se lo ascoltate vi rendete conto che dentro “Hell For Sale” c’è davvero taaaanta qualità. Il motivo è proprio Sascha Paeth. Oltre a suonare alla grande e scrivere pezzi davvero solidi e ispirati, con questo disco passò alla produzione.
Ecco perché il disco venne fuori tanto bene: il gruppo si ritrovava in casa uno dei più intraprendenti producer del power metal anni 90 e probabilmente lo pagò molto poco. Vi basti pensare a quanto ci sia di lui dietro al fenomeno Rhapsody di lì a poco.
Qui siamo ancora nella fase in cui Paeth credeva agli Heaven’s Gate. Così come la Steamhammer Records, che mise a disposizione del gruppo un budget notevole con cui Sascha poté avvalersi di un grande ingegnere del suono, Charlie Bauerfeind, usare ben due grossi studi di registrazione in Germania e lavorare con tutta la calma del mondo alla sua prima produzione.
Io non c’ero e non so effettivamente quali aspettative ci fossero attorno al gruppo. Ho sempre avuto una percezione un po’ condizionata dagli anni in cui sono cresciuto e ho iniziato a seguire le riviste metal. Già verso la metà degli anni 90, gli Heaven’s Gate erano liquidati come degli emuli poco fortunati degli Helloween e a vederli in foto, onestamente, non potevano davvero sperare di conquistare l’immaginario adolescenziale, con Seattle che era diventata Nuova Luxor.
Lo scrivo spesso parlando di vecchi dischi: la qualità della proposta in sé non è sufficiente. Quando si vuole vendere qualcosa, che sia musica, letteratura, cinema o altro, la materia prima, sovente, per quanto eccelsa, non basta.
Ci vuole culo, carisma, soldi e un elemento mai ben chiarito che completi questa congiunzione.
Gli Heaven’s Gate avevano “solo” le canzoni e il suono.
Ascoltatevi “He’s The Man” e vedete se non vi mette voglia di spaccare in due il tavolo con un’ascia. Prendete la ballata “Don’t Bring Me Down” e ditemi se una melodia così accattivante, azzeccando il momento, affidata all’artista con il giusto fascino e pompandola al massimo, non possa ancora oggi trasformarsi in un singolo di successo.
Inoltre gli Heaven’s Gate si chiamarono come il titolo della produzione hollywoodiana più catastrofica della storia del cinema e proprio quel nome gli si ritorse contro azzerando ogni possibile ripartenza con la tragica fine degli adepti della setta Heaven’s Gate, nel 1997.
Il gruppo aveva da poco fatto uscire un disco giudicato un po’ troppo sperimentale per gli standard del power ma secondo me superbo, che è “Planet E.” Poco dopo avrebbe dovuto arrendersi alla cronaca nera.
Nel mentre Paeth raccoglieva sempre più successi come produttore e penso che la cosa gli abbia dato una lezione di vita importante. Noi possiamo fare ciò che desideriamo, come ci insegnano i film americani. Il problema è che se decidiamo di essere rockstar, le difficoltà potrebbero risultare moltissime, e in certi casi insormontabili.
Ma ci sono storie nel mondo della musica in cui davvero non si trattava di avere tenacia e di sperare; c’era qualcosa che interferiva con le volontà divine. Paeth trovò la strada spianata in quel secondo lavoro. Lo sapeva fare bene e le cose giravano alla grande senza troppi sbattimenti, al contrario di come era andata fin lì con gli Heaven’s Gate. Quindi capì quale era la strada da seguire, senza troppi rimpianti. Il mondo avrebbe fatto a meno dell’ennesima grande band metal tedesca, per quanto, secondo me, loro lo siano stati.
Ho scoperto che non solo Paeth ha avuto una rivincita, ma anche il cantante Thomas Rettke, che sui dischi degli Heaven’s Gate è davvero in gamba. Negli anni 90 pure lui ha trovato una seconda natura professionale appagante: è diventato un punto di riferimento nella scena tedesca come power vocal coach, venendo coinvolto sia per i cori che a sostegno delle voci soliste, nei dischi dei Gamma Ray, degli Edguy e ovviamente il progetto Avantasia.

