Come la metà dei Wham! spese i miliardi di “Wake Me Up” per assoldare reduci di Nazareth, Impellitteri e Raw Power nel disco glam più assurdo del 1990.
Qual è il legame profondo tra il capolavoro cinematografico Manhunter, il decisamente meno capolavoro Zoolander, gli Impellitteri, i Mötley Crüe, i Nazareth e gli hardcore punk Raw Power?
Dobbiamo tornare indietro, esattamente nel 1989. Un’epoca capace di far incrociare i destini più impensabili. Questa storia meriterebbe una pellicola vera. Una commedia amara sulle parabole umane, ben lontana dalle plasticose e tronfie agiografie hollywoodiane che oggi stanno celebrando il funerale di Rock e Metal. Il film racconterebbe di come un ragazzo invidiato da qualsiasi maschio tra i 12 e i 60 anni abbia realizzato il suo sogno, per poi vederlo polverizzato dalla realtà. Il tutto mescolato in un ambiente variopinto di turnisti, fonici e rockstar, chiusi in studio a caccia della hit perfetta.
Il protagonista ha ventiseie anni e si chiama Andrew. È figlio di una coppia mista: padre italo-egiziano-yemenita (esiliato nel 1953 dal regime nasseriano) e madre scozzese. Cresce in Inghilterra a pane, Elvis, Beatles e Rolling Stones. Il rock inglese degli anni ’70 fa il resto: impara a suonare la chitarra, e la cosa gli tornerà utile.
A fine decennio Andrew vive in una palese contraddizione. Ha l’aspetto di un ragazzino ma ha già consumato le esperienze di tre vite. Negli ultimi tre anni ha finto di non essere un musicista: ha fatto il pilota (scarso) in Formula 3, ha tentato la carta di Hollywood, ha girato il mondo e si è stabilito nel Principato di Monaco tra baccanali e top model.
Può permettersi ogni lusso. Pur non venendo da una famiglia ricca, i soldi non sono un problema: lui è Andrew Ridgeley, l’altra metà dei Wham!.
La situazione è bizzarra. Il duo si è sciolto in totale amicizia. George Michael punta alla vetta del pop mondiale; Andrew si gode i milioni della liquidazione. Qualcosa però lo rode da dentro. Amava i Wham!, certo, ma il suo cuore batteva per i Led Zeppelin.
La musica con cui si è arricchito è quanto di più distante ci sia dal Metal di fine anni Ottanta. Eppure, in quel periodo i confini sono liquidi: Lemmy suona con i Frankie Goes To Hollywood e Jennifer Batten spara assoli heavy per Michael Jackson. Il Pop non è poi così lontano dal Rock duro, specialmente se guardiamo ai Van Halen del periodo David Lee Roth. Andrew non ha una brutta voce e ha il volto tipicamente mediterraneo. Non possiede il carisma divino di George Michael, ma la firma su Careless Whisper è anche sua.
Con queste premesse, come gli viene in mente di buttarsi sul Glam Metal a un passo dal declino del genere, tentando di emulare Diamond Dave?
La risposta è semplice: il bisogno espressivo è sincero e strutturato. L’intuizione, sulla carta, è persino buona. Nel 1989 l’Hard Rock e il Glam dominano le classifiche; persino Cher sale sul carrozzone a suon di chitarre distorte e superproduzioni. Ridgeley ha venduto 37 milioni di dischi in sette anni, ma a chi deve rivolgersi adesso? Al pubblico spensierato di Wake Me Up Before You Go-Go o a quello borchiato di Round and Round dei Ratt?
La sua risposta è netta: a entrambi.
La Sony gli mette a disposizione un budget faraonico. Lui ci mette una discreta tecnica alla chitarra e una manciata di canzoni scritte negli anni. La produzione è sua. Per capitalizzare due mercati culturalmente opposti, Andrew recluta un equipaggio immenso di turnisti e ben otto fonici.
Il sincretismo che ne deriva crea un incrocio di destini pazzesco, fotografato nell’unico disco solista della sua vita. Alla batteria c’è Pat Torpey (reduce dagli Impellitteri) ad affiancare il fratello minore di Andrew. Tra i fonici spunta Harvey Birrell, già al lavoro con i punk Raw Power. Ai cori c’è Brie Howard, futura suocera di Nikki Sixx dei Mötley Crüe. [1]
La ricetta sonora prevede di shakerare le spezie funk-rock degli INXS con l’irruenza di Van Halen e Mötley Crüe, il tutto cotto dentro una produzione mastodontica stile Hysteria dei Def Leppard. Al gruppo si unisce anche il chitarrista Mike Cozzi, reduce dai King Swamp (band nata dalle ceneri degli Shriekback, famosi per la colonna sonora del cult movie Manhunter). È l’innesto perfetto per unire l’hard rock a un retrogusto new wave oscuro e caldo.
Per Andrew tutto prende una dimensione grandiosa. Auto, donne e rock’n’roll poggiano su un’architettura finanziaria gigantesca. Ci sono i professionisti migliori e le persone più care (il fratello, i vecchi collaboratori dei Wham! e George Michael ai cori). Tra gli ospiti spunta persino Dan McCafferty dei Nazareth: Andrew lo vuole fortemente come segno di rispetto per una band storica allora in crisi. I testi sono puro stile Sunset Strip: l’obiettivo dichiarato è conquistare l’America.
Il backstage rivela l’attitudine: prima di salire sul palco, la band ascolta a cannone Skyscraper di David Lee Roth per trovare la carica. Il disco si intitola Son of Albert (in omaggio al padre), esce nel 1990 e si rivela un flop colossale.
Rolling Stone lo stronca senza pietà. Il picco di vendite arriva paradossalmente in Australia, mentre il Regno Unito lo rigetta completamente. La Sony blocca il budget per il terzo video e Ridgeley saluta per sempre l’industria discografica, ritirandosi in un eremo dorato nella campagna inglese.
Ma come suona, oggi, Son of Albert?
Bene. Drammaticamente bene. Ha un suono immenso, massiccio, capace però di frenare per lasciare spazio all’armonica blues di Mark Feltham. Contiene due cover curiose (una degli Chic e una degli Everly Brothers) che dimostrano il rispetto di Andrew per le sue radici pop. Nel complesso, è un robusto hard rock venato di melodie Glam e AOR.
I tre gioielli del disco sono:
- Baby Jane: una ballata dalla malinconia piacevolmente ruffiana.
- Mexico: un carrarmato hard-wave che sfocia in un delirio percussivo alla Santana.
- Flame: clamoroso incrocio tra New Romantic, Billy Idol e Lords of the New Church, guidato dal basso di Paul Gray (veterano di Damned e UFO).
Le apparizioni televisive dell’epoca mostrano un Andrew in bilico tra un impaccio superficiale e una profonda scaltrezza. Questo disco meriterebbe di essere ricordato molto più della traccia finita nella colonna sonora di Zoolander. La voce di Andrew, rauca e sottile, finisce a volte per essere un sussurro se paragonata ai mostri sacri del periodo, e i suoi assoli non cambieranno la storia della chitarra. Ma è proprio questa dimensione umana e fallibile a rendere Son of Albert — un album settantiano nel corpo muscoloso degli anni Ottanta — un manufatto dignitoso. Una storia bizzarra che, nonostante i massicci investimenti, riesce ancora a lasciare qualcosa a chi ascolta.

