Attraversare il fiume Rubicone significa fare un passo decisivo e senza ritorno. Quando Carl McCoy se ne andò dalla band dichiarando “io sono i Nephilim”, il resto del gruppo decise di continuare adottando un nome nuovo che decretasse un limite rispetto al percorso artistico precedente intrapreso con lui. I Fields Of Nephilim erano arrivati al punto più alto del loro cammino creativo proprio con l’album che ne aveva decretato la rottura definitiva. “Elizium” era stato un trionfo. Il gruppo si era concesso un sacco di sperimentazione e il pubblico aveva compreso e apprezzato; per non parlare della critica annegata in un oceano di giuggiole. A distanza di anni quello resta il disco “definitivo” dei Nephilim, senza se e senza ma, come direbbe qualcuno. Eppure, probabilmente per colpa del tour successivo, McCoy capì una cosa e la rese presente agli altri: quelle canzoni, portate sul palco, erano una rottura di coglioni infinita. Lui sentiva il bisogno di tornare all’immediatezza dei dischi precedenti. Non gli piaceva quella piega progressiva. Il resto della band gli rispose che se c’era una cosa stagnante e noiosa era proprio tutta l’impalcatura concettuale e occultistica tanto cara a McCoy. Secondo loro era quella che impediva alla band di esprimersi al massimo delle proprie potenzialità tecniche. Carl disse benissimo, “se è così che la pensate…”, prese il suo cappello da cowboy delle tenebre e uscì sotto i tre soli del deserto di scorpioni nani e non si fece più vedere.
McCoy prese la sua strada, a cui per motivi di copyright diede il nome The Nefilim senza il ph, mentre gli altri si chiamarono Rubicon.
Chi guadagnò qualcosa da questa scissione? Probabilmente nessuno. Di certo non il pubblico che aveva adorato “Elizium” e tutto ciò che i Fields Of Nephilim avevano fatto fino a quel punto, stando insieme.
Il primo dei due album dei Rubicon, entrambi pubblicati con la Beggars Banquet Records, l’ho individuato in fondo a una busta di calze da donna intrecciate. Si intitola “What Starts, Ends”. Ciò che inizia prima o poi finisce.
Ehm, ok.
Vagamente, potrebbe essere una prosecuzione di “Elizium”, ma molto alla leggera. I brani spaziano allegri e fieri fino ai limiti del mainstream. C’è il goth rock squadrato degli anni 90, l’alternativo decadente e qualcuno ci ha sentito persino il grunge. Non esageriamo. Il vocalist Andy Delany sulle note alte ricorda Morrison, ma più o meno ha un registro morbido, quasi rassicurante rispetto a McCoy, un crooner in una serata senza stelle. La piega oscura e minacciosa che talvolta i pezzi imboccano produce al massimo un senso di contenibile e sopportabile tristezza domenicale.
Per quanto siano gli stessi autori dei brani su cui il loro vecchio leader invocava chissà quali forze oscure, qui gli altri “Nephilim” compiono un esercizio atmosferico di classe a cui nessun diavolo sente di dover rispondere.
Ci sono momenti avvolgenti come la title track o “Rivers”, c’è la bellissima “Killing Time”, però alla fine dell’ascolto di tutto il disco, io sento che non ci tornerò ancora. Esattamente come il Rubicon, questo disco si attraversa e poi si va avanti.
So che il successivo, “Room 101”, è ancora più commerciale e disastroso di questo sul piano delle vendite. I fan non accolsero bene l’accessibilità generale della formula Rubicon. Rispettarono molto di più il travagliato percorso di McCoy con il disco “Zoon”, estremistico e indigesto metallo industriale, rispetto a questo repulisti rock da qualsiasi spiritualità ambigua e con smanie popolaresche.
I Rubicon, vale a dire i fratelli Wright, Pettitt e Peter Yates, non seppero tenere il cecio in bocca riguardo il loro ex sacerdote. Criticarono il suo atteggiamento dittatoriale all’interno del gruppo, la sua filosofia occulta pesante e insopportabile. Si irritarono per via della stampa, in particolare quella inglese, che faceva capire al gruppo stesso, durante le interviste, quanto secondo loro fosse McCoy il vero genio dei Nephilim e che non si potesse rimpiazzare così facilmente con il primo tecnico delle luci intonato che gli passava davanti. Con tutto il rispetto per Delany, la verità è che per quanto Carl fosse l’elemento estroso e intuitivo, carismatico e prometeico del gruppo, non avrebbe mai fatto da solo quello che era riuscito a realizzare con Yates, Pettitt e i Wright. I Fields Of Nephilim erano tutti loro + un sacco di altri professionisti che parteciparono alla realizzazione di quei dischi.

