“Cold Lake” è l’unico album che Thomas Gabriel Fischer non ha voluto ristampare del periodo 1984-1990 dei Celtic Frost, diciamo così, il primo tempo della sua vita artistica. Questa cosa l’ho sempre trovata puerile, non solo, aggiungerei anche demenziale, irrispettosa, snobistica, integralista, sciocca, ma avremo tempo per sviluppare ognuno di questi concetti. Fatto sta che Fischer a un certo punto si ritrova al cospetto della pubblicazione del nuovo album dei Celtic Frost, che non è solo quello – “il nuovo album dei Celtic Frost” – ma è un motore che si riavvia dopo tre lustri di silenzio e inattività, è una divinità che viene risvegliata da sonni antichi, come nelle pagine di Lovecraft, un vulcano che non eruttava da tempo e che tutti credevano spento. Nella congerie di emozioni che il buon Fischer deve aver provato in quei giorni febbrili e contradditori, si è sicuramente ricordato che quando nel 1999 la Noise ristampa l’intero catalogo della band elvetica, il titolo rosa – o meglio – viola, subisce un editto censorio proprio da parte di Fischer. Chi non aveva conosciuto prima i Frost avrebbe potuto recuperare tutto il loro repertorio tranne un album; chi già li conosceva, aveva i loro vinili e magari voleva fare l’upgrade della discografia in formato CD, avrebbe dovuto fare a meno sempre di un titolo, quello: “Cold Lake”. Perché? Perché il guerriero decadente Fischer (in arte Warrior) se ne vergognava, come tutte quelle attrici che negli anni d’oro del nostro cinema di genere avevano recitato in qualche pellicola scollacciata, e decenni dopo, nel citare nelle biografie dei loro siti web i vari lavori al cinema, in teatro e in TV, omettevano per pudore quei filmetti commerciali che avevano conosciuto le loro nudità e i loro amplessi, e che avevano reso felici un sacco di spettatori.
E perché se ne vergognava? Intanto perché l’accoglienza da parte del pubblico era stata drammatica. Vennero evocate le consuete categorie ontologiche del tradimento e dell’omosessualità. Se si paragonano le foto del retro copertina di “Morbid Tales” a quelle di “Cold Lake” il metallaro medio non ce la poteva fare a reggere l’impatto e articolare una riflessione che andasse oltre l’affronto estetico (ricordiamoci che thrashers e glamsters si picchiavano come israeliani e palestinesi, per dire quanto si volava alto nei cieli della borchia). Chiunque scriveva che la band aveva ideato, suonato e pubblicato un album glam, e “Cold Lake” di glam non aveva pressoché nulla. È uno squadrato monolite metal, che ammicca e gioca con le melodie, ma che puzza di Mitteleuropa e adotta geometrie brutaliste che poco se la intendono col glam, l’hair metal e le classifiche. A stento si lambisce l’hard rock. Ma poiché l’album non lo ascoltava quasi nessuno, cedere alle lusinghe della denigrazione del contenuto dopo essere inorriditi per la forma era un passaggio quasi obbligato. Fischer quel disco lo registrò con una formazione che non aveva nulla a che vedere con la precedente discografia dei Frost. Oliver Amberg sarebbe durato solo per quella volta, Stephen Priestly e Curt Victor Bryant avrebbero retto anche per “Vanity/Nemesis”; niente Martin Eric Ain o Reed St. Mark, questi erano carneadi nuovi, agnelli sacrificali, vittime designate, capri espiatori ai quali addossare ogni colpa. Fischer prese a dire che non aveva avuto granché voce in capitolo su “Cold Lake”, era un album pensato da altri, scritto da altri, suonato e cantato anche da lui d’accordo ma incidentalmente, non si era quasi reso conto. Un po’ la storiella di Fast Eddie Clarke con “On Target” e “Bad Bad Girls”, di Robb Weir con “The Cage”, di Ace Frehley con quei dischi dei Kiss dove figurava nelle foto, nei video ma nei quali non aveva suonato. Persino Dave Mustaine evocò lo stesso alibi per “Risk”, un disco voluto e imposto dalla casa discografica e dal produttore Dan Huff, mentre Mustaine evidentemente era a comprare le caramelle. Così disse anche Fischer, lui c’entrava per sbaglio con “Cold Lake”, non era roba sua.
Chiunque abbia vissuto quegli anni in presa diretta e non abbia conosciuto questa telenovela dopo, ex post, ricorderà le tonnellate di interviste sui magazine di settore nei quali Fischer spiegava in lungo e in largo, dettagliava, perorava la causa di “Cold Lake”. Lo spiegava per ciò che doveva essere ed era, un altro capitolo nell’esplorazione musicale di una band che album dopo album era camaleonticamente abituata a cambiare terreno di gioco. I Frost avevano abbattuto uno steccato dopo l’altro e l’idea di andarsi a prendere un genere che non solo non era il loro, ma era anche piuttosto distante dalla propria indole, era indubbiamente coraggiosa, affascinante, trasgressiva. La band ci aveva investito tutto il proprio impegno. “Cold Lake” era la visione dei Frost dell’hard rock, come avevano indossato quel vestito, come lo avevano personalizzato, metabolizzato, scucito e ricucito sulla propria silhouette. Una interpretazione unica, perché nessuno lo avrebbe potuto fare come i Celtic Frost, la band più iconoclasta tra le band iconoclaste. Fischer diceva anche di essersi rotto le scatole di una certa seriosità dalla quale si sentiva ingabbiato, era necessario scappare dalla continua tragedia e cercare di respirare aria più salubre e serena. Certamente in questo stato d’animo aveva influito il rapporto sentimentale che all’epoca Fischer stava vivendo con Michelle Villanueva, sua moglie dal 1988 al 1994. Il fosco e tenebroso svizzero era stato investito dalla pantagruelica America dello zio Sam, condotto per mano da Michelle attraverso gli oceani, le spiagge assolate, le strade popolate di cadillac, i marciapiedi solcati dagli skateboarders, con i rayban e le camicie hawaiane. Questo passaggio aveva soppiantato i parafernalia necrofili dei Frost della prima metà degli anni ’80. Non a caso, persa Michelle, Fischer è poi ripiombato nell’abisso dello spleen esistenziale che lo ha poi portato diritto ai solchi di “Monotheist”, al face painting da husky misantropo e ai cappellini (rigorosamente neri) alla Lucio Dalla per coprire l’incipiente calvizie.
Fischer in realtà partecipò attivamente alla forma e alla sostanza di “Cold Lake”. Difficile pensare che un carattere forte e autoritario come il suo si facesse trascinare e oscurare da degli stipendiati arruolati per l’occasione. “Cherry Orchards” è una canzone ispirata alla triste parabola di Marilyn Monroe, personaggio (decisamente glamour e sentimentale) che Fischer aveva molto a cuore, tanto da dedicarle una composizione e andare a renderle omaggio sulla tomba, facendosi immortalare con uno sguardo disteso tra rose rosse, camicie da cowboy e capelli vaporosi. Alla fine della battaglia e degli anni ’80 il guerriero era quella roba lì e il repertorio di quell’infausto album, in tutte le sue molteplici sfaccettature damascate e vellutate, gli calzava a pennello; era talmente coinvolto e convinto di ciò che stava facendo da prestarsi anche a pose fotografiche non esattamente da soldato nichilista alla “Emperor’s Return” e “To Mega Therion” (per non parlare delle photo sessions vere e proprie di “Cold Lake”).
“Siamo onesti, quando i Celtic Frost si sciolsero alla fine del 1987 e io feci l’errore di riformare la band con altre persone, non avrei mai dovuto farlo. È facile dirlo col senno di poi, ovviamente. All’epoca fu una reazione istintiva, cosa completamente sbagliata per una band come i Celtic Frost. Anche se avevamo registrato un migliaio di canzoni, non erano i Celtic Frost che tutti conosciamo, la band che ha dato la fisionomia a quel nome. Ecco perché quando abbiamo riformato i Celtic Frost nel 2001 non abbiamo utilizzato nessuno di quei frammenti di canzoni e demo. Siamo davvero ripartiti da zero. Penso che sia stata un’ottima decisione, non ho mai usato niente di quel materiale nemmeno per Triptykon e mai lo farò” – siamo onesti, non c’era miglior dichiarazione per togliere ogni sospetto ai fan e rifarsi una verginità funzionale alla carriera di ritrovato guerriero della depressione e delle plumbee brune infernali. Quando doveva promuovere “Cold Lake” però il tenore delle dichiarazioni era assai diverso: “Oliver Amberg entrò in formazione e la cosa fu così positiva che decidemmo di rifondare i Celtic Frost come un nuovo concept… sapevamo esattamente cosa volevamo e non era semplice trovare chi potesse fare al caso nostro… lo dico per l’ennesima volta, questa è una vera band… ho avuto la chance di lavorare con dei nuovi Celtic Frost… l’unico lascito dei vecchi Frost è Downtown Hanoi scritta assieme a Ron Marks, ma completamente riscritta dalla band attuale. Devi conoscere la storia dei Frost per capire perché abbiamo fatto le cose in modo così serio. Martin Ain e io eravamo ossessionati dal fantasma degli Hellhammer, gli Hellhammer erano molto limitati musicalmente, imbarazzanti, e i primi due album dei Frost giocoforza furono così seri per dimostrare che sapevamo suonare, che eravamo dei buoni musicisti. Ecco perché in quei dischi non c’è umorismo. Sentivamo che dovevamo esagerare da quel punto di vista. Sull’ultimo album con la vecchia formazione abbiamo cominciato a dimostrare che avevamo senso dell’umorismo con la canzone Mexican Radio, una party track. Le persone che ci giudicano per l’aspetto del nuovo album, in modo superficiale, sono completamente in errore. Il disco rispecchia come erano i Frost nei primi anni, talmente tanta energia, entusiasmo, potenza! Sono orgoglioso di ciò che abbiamo realizzato nel passato, mi rappresenta, ma abbiamo realizzato un album più moderno e ciò aveva bisogno anche di una presentazione più moderna. Martin e io abbiamo usato per anni la lacca per capelli, lo stesso Reed St. Mark, non vedo grandi cambiamenti in tal senso. Ritengo che questo sia il primo album dei Celtic Frost che abbia un sano equilibrio tra il divertirsi con la musica e suonarla seriamente. La nuova musica è come se i Frost incontrassero i Mötley Crüe. Adoro i Crue, hanno ottimo materiale. Stavolta i Celtic Frost hanno scritto canzoni, non solo riff e sperimentazione, e la ragione per cui il tutto suona più professionale è che finalmente abbiamo avuto il budget per una produzione major con un produttore major (Tony Platt), così da non avere un sound grossolano che si mangiava tutte le sfumature. Abbiamo cercato di mantenere potenza e pesantezza ma di lavorare sulla produzione, così che si potesse sentire tutto ciò che c’è nell’album. Spero che la gente rispetti la mia opinione e ciò che sto facendo, così come io dovrò rispettare la loro se non capiranno. Tutto ciò che posso dire è che se le persone saranno realmente aperte e ascolteranno veramente l’album scopriranno un sacco di parallelismi tra i vecchi e i nuovi Frost. Io voglio suonare in una band originale che fa cose imprevedibili, non scioccare i fans, piuttosto rendere il mio lavoro interessante. Non abbiamo mai fatto ciò che i fans si aspettavano da noi. Se lo avessimo voluto avremmo continuato nello stile di Morbid Tales ed avremmo suonato thrash metal come le altre band“.

Che poi, a dirla tutta, pubblicamente Fischer rinnegò “Cold Lake” ma praticamente si dimenticò anche di “Into The Pandemonium” e “Vanity/Nemesis”, album dei quali non c’è traccia nella carriera ripartita dal 2006 in poi. Così facendo Fischer ha rinnegato anche e soprattutto quella caratteristica che i Frost hanno sempre messo in evidenza in modo marchiano, inequivocabile, libero e aperto: la sperimentazione, il non aver paura di niente, il giocare con qualsiasi sonorità, l’avventurarsi ovunque, sfidando il proprio pubblico. Di fatto l’anima della band, il suo DNA, il tratto più caratteristico e saliente. Ho sempre trovato la giravolta “morale” di Fischer di una miseria indisponente. Cosa dire allora di canzoni come “I Won’t Dance”, dei campionamenti di “One In Their Pride”, o delle cover dei Wall Of Voodoo (“Mexican Radio”), Bryan Ferry (“This Island Earth”) o David Bowie (“Heroes”)? Tutta carta igienica per Fischer. Per come la vedo io – evidentemente non come la vede lui – “Monotheist” fu la scelta più facile e meno rischiosa da fare, esattamente ciò che i fan tutti d’un pezzo si aspettavano. Per la prima volta i Frost erano tornati indietro invece di progredire. Riguardo a “Monotheist” lo stesso Ain dichiarò che la band si era ripiegata troppo sul proprio lato “morbid”, di fatto rimettendo l’orologio al 1984 ed escludendo tre album dalla propria carriera, come non fossero mai stati pubblicati, come non appartenessero alla storia dei Frost, ben il 50% della loro storia.
Ora, non ristampare “Cold Lake” che senso ha avuto? Un capriccio, un dispetto. Il senso era che il minor numero di persone possibile doveva entrare in contatto con quell’album, qualcosa di imbarazzante da nascondere sotto la sabbia. E allora chi lo aveva comprato perché non è stato risarcito? Per essere coerente e conseguente a questa assurda forma mentis Fischer avrebbe dovuto ripescare uno ad uno gli acquirenti che avevano pagato l’album e rifonderli di tasca propria, con tanto di bigliettino di scuse e caffè pagato al bar. Se arrivi a censurarlo, obliterarlo, proibirlo, negarne l’esistenza per i posteri, devi anche fare i conti con chi era stato truffato dai Frost. Dopo “Into The Pandemonium” con tanta buona fede ci eravamo recati al negozio di fiducia chiedendo il nuovo album dei Celtic Frost e per tutta risposta loro ci avevano fregato con un disco che… “siamo onesti”, non avrebbero dovuto pubblicare. Arrivare a misconoscere qualcosa che hai fatto, dissociartene al punto da non riconoscerla nemmeno come parte di te, nonostante all’epoca tu ci avessi messo tutto te stesso, i tuoi sogni, le tue capacità, ci avessi riposto le tue speranze e le tue aspirazioni, che ti rappresentava per ciò che eri a quell’altezza della tua vita, anche se poi la maturazione artistica ed umana ti ha portato altrove, è una cosa da cartella clinica, da ex appartenente a Scientology o ai Testimoni di Geova. Qualcosa contro cui addirittura combatti una volta esserne fuoriuscito. L’impossibilità di provare tenerezza, accoglienza e umana comprensione per ciò che sei stato. A me ha sempre impressionato questa determinazione ai limiti della patologia di Fischer nell’auto punirsi e flagellarsi, nello sporcare e mortificare non solo il Thomas venticinquenne ma con esso anche tutti quei fan che avevano seguito i Frost nel loro percorso, con amore, stima e ammirazione, sfidando assieme convenzioni e stereotipi. Il punto non è farsi piacere “Cold Lake”, che può anche non piacere (nonostante per me sia un buon album); il punto è tutto ciò che si è scatenato attorno a quel vinile e cosa ha comportato nella testa di un artista che poi si è trasformato in uno spettro, nella versione nazgul di se stesso, tradendo se stesso e affogando in un mare di bile e nevrosi, piuttosto leggibili in tralice tra i solchi peciosi di album come “Eparistera Daimones” e “Melana Chasmata”. Qualcosa che non ha molti termini di paragone nella Grande Storia della Borchia così come verrà raccontata nei libri.

