Running Wild – Gli ammutinati di Pile Of Skulls

Da una scatola di cartone rivestita di carta da parati per bambini sono uscite tre cassette. Una era una copia di “Nevermind”; un’altra era una compilation dei Pretenders e la terza era un vecchio album dei Running Wild. Ho deciso di tenermi compagnia con questo, per oggi. Me lo ascolto nel mio vecchio walkman tutta la mattina mentre spalo gli sfalci che si sono accumulati dietro il cassone e raccolgo cartacce dietro i carrellati dell’indifferenziata. Nel 1992, in mezzo alla marea alternativa, con gli isolotti del glam metal e del thrash completamente sommersi, veleggiava senza fretta la nave dei pirati Running Wild, diretta in Giappone a riscuotere i consueti tributi. Trovo interessante rileggere le recensioni a “Pile Of Skulls”, disco sicuramente buono e con almeno un paio di momenti da antologia (l’arrembante “Lead Or Gold” e la lunga e trascinante “Treasure Island”), ma che rappresenta una fase di quasi-stallo rispetto ai capitoli più noti degli anni 80 e la trilogia d’oro degli anni 90. Secondo me lo è solo in apparenza, perché è proprio qui che il tema piratesco si espande a sistema filosofico e di visione del mondo su tre piani ben definiti: uno storico documentato (Jennings’ Revenge); uno epico immaginario (Treasure Island, Whirlwind) e uno politico-filosofico (“Pile Of Skulls”).

L’idea di Rock ‘n’ Rolf è sempre stata una ma si è sviluppata fino a raggiungere un punto di maturazione: la figura del pirata come anarchico, uomo libero con un proprio codice e una capacità indiscutibile di auto-regolazione, in contrasto con il sistema di potere che domina milioni di individui assoggettati come agnelli – e in quanto tali condannati tutti al macello –  non gli venne nel 1984 tutta assieme. Cominciò intorno a “Under Jolly Roger” e si sviluppò in modo sempre più deciso e chiaro nei successivi “Port Royal”; “Death of Glory” e “Blazon Stone”.

“Pile Of Skulls” è ben suonato, ispirato e con una produzione che al tempo fece lamentare qualcuno solo perché non aveva i suoni grossi ma era più snella e spigolosa. Le recensioni dicevo che sono interessanti perché nel ’92 se la prendono con la band per la scelta capricciosa di non “ammodernarsi un po’”, rimanendo aggrappata a degli stilemi ormai considerati superati e noiosi. Pochi anni dopo sarebbe iniziata la solfa che i Running Wild erano belli proprio per quel motivo.

Oggi ci accorgiamo di quanto ancora nel 1992, Kasparek sapesse maneggiare in modo personale il linguaggio classico e old-school. Le strutture di “Whirlwind” o “Roaring Thunder” sono squadrate e per lo più prevedibili, ma non mi trasmettono il senso di stanchezza e compiacente irritazione che provo oggi ascoltando una nuova band, giovane, energica e impantanata in un lessico metallico vecchia maniera. Probabilmente perché qui i quattro quarti con riff cadenzati e i riff arrembanti in doppia cassa non erano ancora né vecchi né di maniera.

La cosa curiosa è che la formazione di questo disco non arrivò al tour. Ci fu un licenziamento di massa da parte di Rolf, che mandò via in un colpo solo il batterista Stefan Schwarzmann e il chitarrista Axel Morgan; i quali non riuscirono a contenersi nella posizione di subalterni stipendiati, cercando di intervenire sia creativamente che nella gestione del gruppo, cosa che per Kasparek era fuori discussione.

I Running Wild erano da sempre un suo progetto mascherato da gruppo e la cosa di sicuro doveva essere stata posta con chiarezza ai due musicisti, fin dall’inizio del loro coinvolgimento. Non si sa bene come, ma i due dovettero rompere così tanto le palle a Rolf che alla fine se ne liberò.

E loro cosa fecero? Invece di andarsene in silenzio, svanire nel nulla come tanti altri collaboratori di Rolf, ripartirono dal risentimento che la cosa gli aveva procurato e fondarono gli X-Wild.

Ai due si aggiunse un altro vecchio collaboratore di Kasparek, il bassista Jens Becker. Con l’aggiunta in formazione del vocalist inglese Frank Knight, gli ex Running Wild (il nome alludeva a quello) la band sfidò Rolf sul suo stesso campo, mantenendo un tenzone sulla prora del capitano, per tre dischi di fila in tre anni.

In sede di recensione si fecero parecchi confronti tra i Running Wild e gli X-Wild. Da una parte nessuno mise in dubbio la capacità di Rolf di sviluppare l’idea piratesca in chiave power in modo più brillante e ricercato rispetto a loro, ma dall’altro molti ammisero che gli “ammutinati” se la stavano cavando davvero alla grande con tre uscite una più buona dell’altra.

Purtroppo, dato il periodo sfigato per il vecchio metal, un gruppo old-school che come fonte primaria di interesse aveva quella di non essere più parte di una band già di per sé snobbata perché old school, non avrebbe mai potuto sopravvivere a lungo. E così andarono le cose.

“Pile Of Skulls” tenne sullo stesso veliero uomini che poi divennero rivali in mare aperto. A distanza di anni, si ascolta con piacere. Ahoy!