The Stranglers e io – Storia di un tardone

Non avevo mai sentito Golden Brown in vita mia. O forse sì, in qualche locale in qualche film, in quel rumore di fondo che è la colonna sonora involontaria degli anni che si accumulano. Ma non l’avevo mai ascoltata. C’è una differenza enorme tra sentire e ascoltare, che a quattordici anni non esiste perché si è permeabili a tutto, ancora vergini alle scoperte, e a cinquantasei diventa più nitida, perché perdendo la purezza si acquista la consapevolezza.

L’ho trovata per caso su YouTube. Uno di quei pomeriggi di scazzo in cui sei lì che guardi video su video senza una destinazione precisa, seguendo i suggerimenti come palline di un flipper impazzito, e a un certo punto parte quel clavicembalo. Ho pensato: cos’è questa roba. Ho guardato il titolo. Ho guardato il nome. The Stranglers. Li conoscevo, nel senso che sapevo che esistevano, come nome, in qualche angolo classificato della testa dove finiscono le band di cui hai letto senza mai veramente ascoltare. Post punk britannico fine anni settanta, così vengono incasellati, ma non mi torna affatto. Ma non avevo mai messo su un disco o una canzone.

Sono rimasto fermo con le cuffie senza muovermi, ipnotizzato, mesmerizzato.

Poi ho messo su qualcosa di Rattus Norvegicus.
Poi tracce di No More Heroes.
Poi ho perso il filo del tempo come un sufi in meditazione.

Quello che mi ha colpito subito, da ascoltatore che viene dal metal e dal progressive e che ha vissuto la new wave e il post punk in presa diretta ma sempre un po’ lateralmente, con un’attenzione più documentaristica che viscerale, è che i The Stranglers non assomigliano a nessuno dei loro contemporanei. Suonano contemporaneamente ai Damned, ai Clash, ai Sex Pistols, vivono la stessa Londra, respirano la stessa aria incendiata e ribelle di quegli anni e però non c’entrano niente.

Quello che mi ha stupito sul basso di Jean-Jacques Burnel è che non sta mai al suo posto. Non accompagna niente, non sostiene la struttura come fanno i bassisti normali. Fa quello che vuole, con un’oscurità che non è aggressività punk ma qualcosa di più elaborato, quasi narrativo. Ha una storia da raccontare indipendentemente dal resto. La prima volta che l’ho sentito bene, su Peaches, ho pensato ai Killing Joke, poi ho pensato che forse i Killing Joke gli devono qualcosa.
Dave Greenfield alle tastiere è un caso a parte per me. Il suo stile è barocco nel senso proprio del termine, usa il clavicembalo in contesti rock come se fosse la cosa più naturale del mondo, e invece crea una follia totale che funziona perché lui non sembra mai consapevole di quanto sia strana la cosa che sta facendo. Golden Brown ne è l’esempio perfetto; costruisce qualcosa che sembra contemporaneamente una ninna nanna malefica e un avvertimento fosco e brumoso. Greenfield è morto nel 2020 di Covid e la band ha pubblicato un ultimo capitolo, Dark Matters, che suona come un testamento. Senza di lui, il futuro è un’incognita: è impossibile replicare quell’atmosfera da brividi

Ho fatto una full immersion parzialmente completa. Ho ascoltato tutto in ordine cronologico, che è l’unico modo serio di avvicinarsi a una discografia che cambia pelle ogni due album.

Ho quarant’anni di ritardo su tutto questo.

La cosa che mi fa più effetto, adesso che ci penso, è che avrei dovuto trovarli molto prima per la semplice logica dei miei ascolti. Chiunque abbia amato il progressive rock, la new wave, il post punk, il rock degli ottanta, avrebbe dovuto inciampare nei The Stranglers prima o poi per forza di gravità naturale. Invece no. Li ho trovati a cinquantasei anni, con le cuffie, grazie a un algoritmo di YouTube che per una volta ha fatto una cosa giusta.
Non so se essere grato o incazzato.