Ho iniziato a vedere la serie Euphoria poche settimane fa, sentendomi dire subito che la terza stagione sarebbe stata una schifezza e probabilmente anche l’ultima. Ho seguito le prime due affezionandomi a mano a mano ai personaggi, senza però mollare mai i dubbi sull’intera confezione. Le serie televisive americane, non ricordo bene dove l’ho letto, sono progettate da qualcuno che non necessariamente poi scrive le sceneggiature delle puntate o le dirige. Lo Showrunner. Il suo intento deve essere quello di assemblare una vicenda universale e archetipica, farcendola di tutti i tag e temi più legati all’attualità del momento. Euphoria è un concentrato del disagio giovanile 2.0, con la solita tossicodipendenza, ma insieme allo squalo Fentanyl che veleggia tutto il tempo intorno al culo di chi si fa, e poi ci sono il revenge porn, only fans e l’ultimo grido del disadattamento teen: tagliarsi. E poi chi più ne ha più ne metta: il Covid, Trump, l’ossessione da social e la fobia dei carboidrati, il transgenderismo, l’inclusività. Tutto questo a braccetto con gli eterni travagli dell’amore, la paura di crescere, il tradimento dell’amicizia, e l’intero corollario di passioni e ossessioni che dai tempi dell’Antica Grecia e anche prima, gli uomini mettono in scena e che sono gli ingranaggi e i motorini della commedia umana.
Raccontare Euphoria non è semplice. C’è una che si droga e una che si taglia e una che la dà troppo svelta e uno che forse è gay e ha un padre gay che scopa i minorenni e si filma, poi ci sono due ragazzini che spacciano e… Sì, ma cosa succede esattamente?
Succedono robe.
Ora la dico grossa. Secondo me è la terza stagione a dare inizio davvero alla storia. Non solo, rende chiaro il senso di tutto quello che abbiamo sopportato prima che le cose comincino davvero a girare in qualche direzione.
Ci sono dei giovani problematici che si spostano in bicicletta, ok. Problemi ne hanno praticamente tutti. Anche Lexi, che è la più equilibrata e che vive al bordo delle vicende degli altri, è piena di casini. Non si tratta solo di Rue (Zendaya) la protagonista, che si droga e già poco prima dell’inizio della serie, quasi muore di overdose.
Anche gli altri non stanno messi meglio.
L’unica cosa è che si rivolgono ad altre droghe meno spaventose: il sesso, la rete, i soldi.
Ciò che capiamo con l’inizio della terza stagione è che fino alla fine della seconda, per quanto ci fossero due giovani spacciatori a fare da ponte dimensionale verso il mondo adulto, Fezco e il suo “fratellino”, erano tipo dei guardiani che tenevano quella bolgia dimensionale lontana dai loro coetanei. Andavano loro a duellare con gli orchi e trattare con le streghe, portando la pozione dell’anti-dolore esistenziale nella “zona libera”. In particolare Fez cerca di proteggere Rue, che in quel mondo vuole finirci prima del tempo.
Il terzo atto è dove inizia il campionato vero per i nostri eroi.
Prima, nonostante tutti i disagi, le fobie, l’andare in overdose e le furiose astinenze, le crisi di panico e i tagli, i ricatti mefistofelici e i tentati omicidi, erano tutti protetti dalla rete sicura dei loro genitori, che per quanto fossero alcolizzati, ipocriti, esauriti, corrotti, comunque li amano e gli portano continuamente il culo fuori dai guai beccandosi insulti, accuse, sputi e calci.
A un certo punto questa rete non c’è più e iniziano i guai veri. Nella terza stagione non si vede più nessuno dei genitori. Ogni tanto si avverte la presenza perché i protagonisti telefonano a casa oppure carambolano in mezzo a un sogno.
Il pappone Alamo Brown o lo scalcinato e comunque spietato circolo di spacciatori guidato dalla buffa e in apparenza innocua Laurie, a cui Rue si ritrova a dover fare da corriere tra Messico e California, possono apparire paterni verso la ragazza e a modo loro le si affezionano, ma quando è il momento di far valere le ragioni dei propri culi, non esitano a seppellirla fino al collo o costringerla a ingoiare decine di palloncini di cocaina con il rischio di ucciderla.
E la stessa sorte tocca a Nate, alle prese con uno strozzino armeno (pare siano statisticamente e sul versante attuale i più temibili) che gli taglia le dita e lo seppellisce vivo; oppure Maddy, apparentemente la più scaltra nel mondo dei grandi, che finisce pure lei per incasinarsi la vita nel circuito della fica di Alamo Brown.
Tutto questo trasforma Euphoria non in un moderno affresco sul disagio dei ragazzi americani (e quindi occidentali) e una fucina di nuovi sex-symbol dello star system hollywoodian, ma in un massacro in stile Collodi e il paese dei balocchi e in ancora meglio, in un racconto morale.
L’avidità, l’egocentrismo, la presunzione, la debolezza d’animo, portano i protagonisti nella tana del lupo e il lupo se li pappa. Perché i veri lupi fanno così, non diventano amici dei giovani eroi e gli insegnano come cavarsela nella grande foresta.
“Adesso hai capito davvero come funziona” dice Alamo a Maddy.
Entrambi sono nello stesso settore, vale a dire quello della prostituzione, anche se lei si muove su un versante più moderno e virtuale, quello dei social e di only fans, ma è inevitabile, almeno secondo la mente morale della serie, che finiscano per collaborare, perché sono colleghi.
Solo che quando lei chiede aiuto al re dei pappa, su cui spera di avere un ascendente, e l’uomo la tira fuori dal casino, ecco che dopo le sciorina la lista delle cose che dovrà fare e le percentuali che gli dovrà dare per ripagarlo.
La ragazza lo fissa con il muso lungo lungo. Lui sorride e le spara la battuta di cui sopra. “Adesso hai capito…” ovvero, qui niente si ottiene per niente e se le tue chiappette e il tuo bel visetto ti hanno aiutato quando eri nel paesello di provincia, tra i tuoi compagni di liceo, i professori e mammina, ecco che ora ti trovi dove le regole si rispettano sul serio. Non come a casa tua o a scuola, quando trasgredivi e venivi perdonata o ti erano evitate le conseguenze delle tue azioni.
La serie è stata condizionata da una striscia di morti e defezioni fuori dalla media. Due degli attori se ne sono andati al creatore e altri hanno mollato o sono stati licenziati. Tra la seconda e la terza stagione manca praticamente mezzo cast. In particolare di una risalta parecchio l’assenza, Barbie Ferreira, vale a dire Kat, l’affascinante e talentuosa ragazzona con problemi di linea e una doppia vita sul web.
L’attrice ha preferito mollare “una serie celebre” perché non riteneva interessante come gli sceneggiatori avessero deciso di sviluppare ulteriormente il ruolo del suo personaggio.
Questo ha significato un cambiamento nella trama per come era stata decisa, perché Kat, alla pari di Fez e probabilmente anche Carl, il padre di Nate, erano ancora previsti in scena, dando maggiore spazio a personaggi che probabilmente non ne avrebbero avuto così tanto, vedi Colman Domingo, lo “sponsor” e angelo custode di Rue.
Ecco spiegato come mai Cassie non solo si ritrovi a subire le conseguenze del suo matrimonio con l’impossibile Nate, ma che faccia anche il percorso infernale nei meandri di OnlyFans che degrada il suo personaggio a livelli inaspettati. Probabilmente quello toccava a Kat, come già si era visto nelle prime due stagioni, è finito a lei.
La terza stagione è stata accusata di volgarità gratuita e addirittura di buttare tutto sul “torture porn”. Non sono d’accordo. Io trovo che invece sia proprio questo cambio direzionale a trasformare un Dawson’s Creek o Beverly Hills 90210 delle generazioni Alpha e Zeta in qualcosa di più prezioso e costruttivo.

