Southern Sons – Suonare A.O.R. planando su un mare sereno

In Italia si parlò di sfuggita dei Southern Sons all’inizio del 1993. La recensione, buona, era del loro omonimo, uscito ben tre anni prima. Quell’anno infatti il gruppo australiano pubblicava il secondo di tre album complessivi: “Nothing But The Truth”; a cui avrebbe fatto seguito nel 1996 l’ultimo “Zone” prima che si sciogliessero. In Australia andavano forte, almeno all’inizio degli anni 90, piazzandosi alla quinta posizione dei dischi più venduti, proprio con il loro debutto e il lento bellissimo “Hold Me In Your Arms”. Ascoltarli a distanza di anni mi produce un sottile piacere dovuto al fatto che pur rimanendo conchiusi nel genere A.O.R., con quella sintassi precisa e definita, le melodie, le tematiche sentimentali, la produzione rifinita, il tocco tecnico ma non invasivo, io avverto una sorta di patina più moderna rispetto ad altri gruppi di quel periodo, oltre a una gradevole mano creativa.

“Nothing But The Truth” non mi porta indietro nel tempo, conduce piuttosto la mia mente in un limbo fatto di grandi spazi mai vissuti, planando su acque tranquille e pulite, macchine sportive parcheggiate al limitare di una spiaggia e un gigantesco cane lupo che corre verso i gabbiani, mentre un uomo, il suo padrone, se ne sta lì a meditare sulla donna meravigliosa che ha incontrato a una festa e di cui non sa il nome né come ritrovare. Lei ovviamente è bionda, capelli lunghi dai riflessi rossicci e ride, ride come un’apocalittica pubblicità gengivale.

Non riesco a immaginare lui che la piglia da dietro e la piega come una sdraio prima di tornare a casa dopo il bivacco e scommetto che neanche il tipo, pensando a lei, ha quel tipo di pensiero. La sua zona inguinale è stabile e piana come quella di Big Jim. Non c’è sesso nel mondo dell’A.O.R., soltanto un garbato romanticismo, struggente quanto le caramelle balsamiche masticate troppo in fretta invece di succhiarle.

Non c’è un periodo storico in cui scappare, ma solo un’oasi di fantasia innocua, felice, intensa a modo suo. La voce cristallina di Irwin Thomas (Jack Jones) e il quattro quarti dagli accordi ascendenti, le pennate e i legati come buffetti paterni a fior d’orecchie da Phil Buckle, principale motore creativo, coadiuvato da un altro paio di asce, a dirla tutta, una suonata dal vocalist Jones/Irwin e un’altra da un certo Peter Bowman; mentre la sezione ritmica è lì in punta di piedi con il basso di Geoff Cain e la batteria di Virgil Donati il quale butta qui e lì qualche anticipo, tanto per vedere se chi ascolta non è completamente addormentato. E i ritornelli prevedibili e magniloquenti, mi accarezzano il cuore lungo un tramonto estivo, la cui luce si sbriciola nell’aria, come un dolce caldo lasciato sulla finestra in una sera di tregenda.

Le tastiere sospirose all’inizio del brano “Nothing But The Truth” mi riportano alle nottate di Jamie Lee Curtis poliziotto in cerca di un serial killer in “Blue Steel” di Kathryn Bigelow; l’andazzo mellifluo di “Wildest Love” mi apre la mente ai lunghi e soffocanti corridoi di un negozio di abiti sartoriali e “Can’t Breathe” mi mette addosso quella leggera ed euforica urgenza che provavo certe mattinate scolastiche da innamorato.

La mia mente è un tavolo da ping-pong su cui i riff e le melodie dei Southern Sons rimpallano i ricordi miei, veri e presunti, tra flash infantili e vecchi programmi TV. Il lungo e deserto reparto di un super-mercato ormai chiuso da anni mi si apre davanti. La faccia di mio nonno mi osserva sprezzante mentre faccio andare a tutto volume l’ultimo disco di Jeff Paris. Dopo due settimane sarebbe morto in un letto d’ospedale con lo sguardo di un bambino in attesa di una ricompensa.