Sarebbe tempo di offrire un po’ di considerazione ai Cerebral Fix. Il loro quarto album “Death Erotica”, uscito nel 1992, gira nello stereo semi-scassato dell’ufficio ecologico da tutta la mattina. La copertina della musicassetta è crepata al centro e se la metto in controluce, mostra ancora la strisciata di bile rinsecchita. C’è una polvere rosa all’interno della custodia. Ricordo che ai tempi in cui uscì “Tower Of Spite” (1990), si parlava molto bene di questa band, considerato che venivano dalla scena thrash britannica, quindi chissà per quale ragione, non è che suscitassero di primo acchito il rispetto da parte dei recensori. Eppure il loro approccio era molto audace e lo stile in continua mutazione trasmetteva un bisogno di ricerca genuino. Nei primi anni 90 le band esploravano tutte, anche quelle che oggi sono sinonimo di inamovibilità assoluta. La direzione presa dai Fix poteva somigliare a quella dei Paradise Lost o degli Anathema qualche anno dopo. Il loro intento non era quello di conquistare il mercato in tendenza, ma scrollarsi di dosso i limiti che qualsiasi passo giusto creava. Se venivi fuori con un disco di merda eri autorizzato a cambiare. Se il disco piaceva, allora dovevi continuare in quella direzione.
I Cerebral Fix avevano cominciato con un intento ludico, leggero, approcciando il mondo discografico con il punk e l’hardcore. Non pensavano assolutamente di far soldi con il thrash metal. E infatti non ne stavano facendo, però dalla firma del contratto con la Roadrunner fino al passaggio alla Music For Nations, erano arrivati a incidere tre dischi in tre anni e questa cosa li lasciava perplessi. Continuavano a non vedere un soldo, ma il passo che l’etichetta discografica gli imponeva era comunque estremamente stressante e alla ricerca di chissà quale traguardo. Per realizzare “Death Erotica” avrebbero voluto almeno un altro anno. Alcuni brani erano ok, altri necessitavano di ulteriore lavoro e di sicuro due o tre li avrebbero buttati nel cesso, se non fosse stato necessario chiudere il disco in così breve tempo e raggiungere una lunghezza decente.
All’uscita, “Death Erotica” fu accolto con un certo sospetto perché i Cerebral Fix inserirono nella formula thrash britannica plumbea e doom, una melassa groove e tutta una serie di ingredienti eterogenei in un percorso creativo, il loro, che si faticava sempre più a definire.
Per qualcuno pezzi come “Angel’s Kiss”, promenada gotica stupenda in mezzo alla baraonda thrash-doom di pezzi come “World Machine” o “Clarissa”, era sintomo di rammollimento commerciale. E la parentesi sbarazzina di “Too Drunk To Funk”, unita alle cover dei Discharge e Judas Priest in coda, parevano voler trasmettere un atteggiamento scazzato e sornione per una band che voleva crescere e “affermarsi”.
I Cerebral Fix non nutrivano quel genere di ambizioni. Di sicuro sentivano il dovere di offrire ai fan qualcosa di onesto ma non gli piaceva tutta quella pressione addosso. Erano ancora contenti di poter incidere dischi, ma si sentivano anche stanchi. Avevano affiancato grandi band nei tour e nell’underground erano molto considerati dagli altri gruppi, però qualcosa probabilmente si era rotto e volevano chiuderla lì.
“Death Erotica” non vendette granché e i giudizi della critica non furono entusiasti. Ricordo un Pascoletti disgustato, su Metal Shock. Probabile che i Cerebral Fix volessero solo uscire dal contratto e da quella vita di tour e studi di registrazione, ma io a riascoltarlo oggi, trovo che meriti un generoso recupero, tanto quanto i precedenti titoli dei Fix.
In brani come la title-track o “Still In Mind” io avverto sprazzi di grandezza vera che nessuna band recente, per quanto buona, riesce più a sfiorare. Amo l’attitudine libera e gigiona dei Cerebral Fix, la stessa che tante altre realtà estreme di quegli anni transitori sfoggiavano. Oggi nessuno sembra potersi più permettere qualche passo fuori dagli schemi e forse bisognerebbe reimparare un approccio più spregiudicato ascoltando proprio “Death Erotica”.

