Di tutti i dischi realizzati dai Loudness dopo il 1992, “Heavy Metal Hippies” è senza dubbio il più atipico. Intanto sono ridotti a trio, cosa senza precedenti e mai più ripetuta nei decenni successivi. C’è ancora il cantante ex Ezo Masaki Yamada e alla batteria, al posto dello storico Munetaka Higuchi arriva Hirotsugu Homma degli Anthem. Akira Takasaki si occupa in sala d’incisione sia della chitarra che del basso, oltre a produrre lui il disco, come già era avvenuto per il precedente.
L’etichetta che lo prende in consegna è comunque ancora la Warner giapponese, ma l’album non ripete il successo di “Loudness”. A dire il vero “Heavy Metal Hippies” è il lavoro meno compreso e amato di tutta la storia del gruppo. Eppure, per quel che mi riguarda, superando l’impatto iniziale piuttosto straniante per uno che si aspetti il loro solito heavy metal e che invece si ritrova un garbuglio dei primi Black Sabbath, thrash-speed e psichedelia, il disco non è niente male.
In generale “…Hippies” mostra un approccio poco pace-e-amore. Direi che è molto vicino alla grandeur modernista dei Motley Crue insieme a Corabi. I due album uscirono lo stesso anno, il 1994, ma tra quello del gruppo americano, pubblicato per primo, e questo dei Loudness, corrono quasi nove mesi di gestazione.
Quindi potrebbe essere che Takasaki avesse ascoltato, studiato e seguito un po’ l’esempio dei nuovi Crue e Bob Rock: bei riffoni pieni di groove pentatonico, una batteria molto sguaiata e profonda, il cantato aggressivo. Yamada qui è più istintivo rispetto a come canta in “Loudness”, per non parlare delle precedenti prove con gli Ezo.
Tra lui e Minoru Niihara, se vogliamo fare un confronto tra i due, c’è da parte del primo una minore estensione vocale e una maggiore capacità interpretativa, oltre a una evidente dimestichezza con l’Inglese, da sempre vera e propria croce per il suo predecessore.
Yamada è oscuro e tagliente; Niihara, per lo meno quello degli anni 80, era solenne, epico e in un certo senso aveva qualcosa di puro e inscalfibile, come l’animo di un samurai.
Lo vedremo più avanti: il ritorno nei Loudness di Minoru nei Loudness, permetterà al vocalist di sviluppare uno stile più abrasivo e crudo, fino ai margini dell’hardcore puro e ritorno.
Ma torniamo a “Heavy Metal Hippies”.
Io trovo che, una volta fatto l’orecchio con una miscela davvero molto particolare e lontana dai “soliti” Loudness, emergono i pregi di un lavoro per nulla lontano dalla grande ispirazione di sempre.
La struttura dei brani è più rilassata e per certi versi dilatata, ma le idee ci sono, solo che emergono come dalle nebbie di un sogno allucinato.
Intanto bisogna tener presente che al termine del tour promozionale del disco omonimo, Takasaki aveva seriamente pensato di chiuderla lì. I compagni di mille avventure si erano tirati fuori. Dopo l’addio del bassista Masayoshi Yamashita, anche il vecchio amico Munetaka Higuchi aveva deciso di lasciare la batteria e quello era stato un gran colpo per lui.
Dal 1986 al 1991, la band era stata inglobata, masticata e risputata dal sistema capitalistico occidentale. Akira non sapeva più cosa fare dei Loudness. Si sentiva stanco e deluso. Poi, nel 1993 successe qualcosa che lo portò a una conversione spirituale. Partì per l’India, tornò buddista e con una gran voglia di ricominciare da zero con i Loudness.
Convinse Yamada a non lasciare il gruppo e con lui diede inizio a un progetto fresco, snello e molto istintivo, infondendo nella formula hard rock di base, per quanto molto contaminata, sporca e a tratti totalmente incoerente, un inedito senso di magia improvvisativa lontana dagli schemi, dalle classifiche, dalle strategie commerciali delle etichette e via dicendo.
Per la verità, tutto il metal e l’hard rock anni 90 sono stati attraversati da questa strana ispirazione mistica: in tantissime band del glam e del class metal del decennio precedente aumentarono l’elemento blues, il feeling, la commistione, l’attesa crescente di qualcosa che incombe, rilassandosi nelle durate e soprattutto nella scelta degli ingredienti: un sacco di fraseggi arabeggianti e di vocalizzi tibetani. Prendete i L.A. Guns di “Hollywood Vampires” o i Dokken del 1995, nel ritorno sottostimato “Dysfunctional”; oppure gli Skid Row distruttivi di “Subhuman Race”.
La cosa interessante è che nei primi anni 90, la differenza di sound e di stile, tra Loudness, L.A. Guns, Black Sabbath, Exodus e Overkill, non c’era quasi più. Se ascoltate “Paralyzed” da “Heavy Metal Hippies” è difficile capire se si tratti di thrash metal darkettone come quello che si era iniziato a fare nella Bay Area dal 1992; così come il macigno in mid-tempo “Freedom” richiama al Ronnie Dio di “Dehumanizer” e successivamente della fase realistica di “Strange Highways” e “Angry Machines”.
Sono tutti lì i gruppi che avevano dominato e arato il metal negli anni 80, in quel pasticcio di melodie, pesantezza e sperimentazione che secondo me ha prodotto anche molta musica interessante e che andrebbe riscoperta fregandosene di ciò che era e di ciò che avrebbe “dovuto essere”.
La suddivisione in glam metal e thrash metal, irrinunciabile per orientarsi nel decennio precedente, era un apartheid del gusto ormai ridicola, che non aveva semplicemente più senso nei 90’s.
Bisognava accogliere quel cambiamento con gioia ed entusiasmo. Sarebbe stato bello riuscirci e avremmo goduto molto di più della musica che uscì in quel periodo. Io sono il primo che allora non accettò le cose e ne soffrì parecchio, sia chiaro. Ma oggi riscopro album come “Heavy Metal Hippies” o “Engine” dei Loudness e rimango invischiato in questa produzione molto grassa, fatta di bei riffoni robusti, di imprevedibilità, assenza di confini e di momenti comunque ispirati e che mi arrivano; fraseggi un po’ sghembi, certi accordi dissonanti qui e là, come si usava fare dopo il grunge, progressioni in contro-tempo e via così. Tutto era legato al ritmo, al cosiddetto groove. Quindi dopo i quattro-quarti lineari dei Leppard e dei Kix, ci si ubriacava di funk e di Rush, di Soundgarden e Pantera.
Per esempio nel brano “Light In The Distance” da “Hippies…” c’è tutto questo: un intro arpeggiato piuttosto buio che poi lascia spazio a una massicciata di chitarre potenti e un ritornello in grado di restituire per un momento i Loudness alle dimensioni romantiche degli anni 80, anche se insozzati da una pioggia velenosa e terrigna di contaminazioni disparate. Siamo pur sempre nella decade della decadenza e dell’incertezza assoluta.
Non so dire se sia un peccato che la band abbia poi ridotto l’elemento psichedelico, svoltando verso una sperimentazione più violenta e scura, ma trovo oggi che “Heavy Metal Hippies” sia tra le vette del periodo anni 90 di Takasaki. Vi consiglio di provare ad ascoltarlo come se fossero, che so, i Tiamat, ma non i vecchi Loudness. Quelli lì proprio non ce li troverete.
Cosa intendo con questa cosa che ho scritto sui Tiamat?
Non che la band di “Hippies…” sia paragonabile ai tetri svedesi di allora, ma che un lavoro così complesso e sfuggente, meriti la buona volontà e la predisposizione mentale più indulgente di chi si approcci a un gruppo dalla spiccata valenza creativa e in perenne ricerca di ridefinire una propria identità artistica, come nel caso del progetto di Edlund.
C’è da portare pazienza, però dopo un po’ di ascolti questi Loudness vi si schiuderanno e vi intrigheranno, posso garantirlo.
Da trio, i Loudness sarebbero tornati presto un quartetto. Probabilmente fu il batterista Homma a suggerire di coinvolgere il bassista suo amico ed ex compagno negli Anthem, Naoto Shibata. I due avrebbero ricomposto la stessa sezione ritmica e con loro due e il cazzuto e versatile Yamada alla voce, il genio di Takasaki in spolvero avrebbe potuto contare su un coacervo di ottimi interpreti ed esecutori.
Purtroppo o per fortuna, questo super-gruppo che all’anagrafe dobbiamo comunque chiamare Loudness, optò per una direzione ancora più sperimentale e di ricerca. La fase sarebbe durata tre lunghi e complessi capitoli. Tre dischi intitolati “Ghetto Machine” (1997), “Dragon” (1998), “Engine” (1999). La cosiddetta “trilogia delle donne tatuate”. Ma di tutto questo parleremo la prossima volta.
(Fine seconda parte – se vuoi leggere la prima clicca qui)

