Gorefest – Falso come un film gore

Ripensando agli anni d’oro del death metal, si privilegiano le band svedesi e americane, mettendo in secondo piano la scena olandese. Eppure i Pestilence non erano robetta; non penso che sostenendo ciò provocherei qualche reazione contraria. Ma se vi dicessi Gorefest? Io li ho sempre trovati meravigliosi, eppure ho l’impressione che non siano considerati come quei nomi indiscutibili che di solito si sciorinano tra un paio di birre vuote, in attesa della terza pinta.

Il torto della band credo sia stato quello di non aver inventato una propria forma di death metal e di essersi via via allontanata da quella matrice in nome di un “discorso evolutivo” che negli anni 90 è stato visto fin da subito con sospetto, perché spesso la “crescita” stilistica, la ricerca di se stessi, “la maturazione” coincidevano con una maggiore pulizia dei suoni, un aumento del tasso tecnico e del comparto melodico e videoclip sempre più costosi e spettacolari.

Nel caso dei Gorefest c’è chi ha iniziato a brontolare già dal tempo di “False”, che riascoltato oggi, sembra invece un lavoro death metal molto ispirato e coinvolgente ma nei canoni, senza vistosi sperimentalismi, tranne qualche concessione ai Sepultura qui e là.

Colin Richardson, già famoso per il lavoro con i Carcass, mise mano al secondo lavoro di questa band, smaniosa non solo di arricchire il suono di aperture atmosferiche e un riffing più doom (penso alle parti solenni di “Infamous Existence” e il rallentamento centrale di “Second Face”), ma anche di mettere alla prova i fan del death metal con temi incentrati su problematiche sociali e filosofiche, riducendo il debutto a un simpatico e innocuo rompighiaccio.

Certo, si cominciava pure lì con una traccia promettente e più impegnata: “Mental Misery”; quella potrebbe essere vista come il seme del rigoglio tematico di “False”, ma gli argomenti di “Mindloss” sono abbarbicati dietro i cancelli del solito cimitero sconsacrato in cui morti irrequieti attendono di essere sodomizzati da un tipo con la maglietta degli Autopsy. Il nome stesso, Gorefest, già da qui inizia a suonare inadeguato e via via sarà sempre più un intralcio.

A cosa?

Beh, a rappresentare ciò che il gruppo sarebbe stato in seguito, al di là dei discorsi puristi.

Tornando a “False” sfido a trovare nel 1992 lavori già così compiuti e stimolanti. L’inizio di “The Glorious Dead”, con la voce del serial killer Ed Kemper che con la sua vocina querula dice di “aver fatto ciò che ha fatto per la società”, offre uno spunto davvero notevole, in mezzo alle pericolanti muraglie di chitarre e i grugniti di  Jan-Chris de Koeijer, per riflettere sulla mostruosità liberata e stigmatizzata dalla società stessa, la quale autorizza e sfrutta la brutalità malata nei villaggi sperduti del medio-oriente, dove un intero plotone di Ed Kemper rade al suolo case, stupra bambine e poi le brucia con i cadaveri delle loro madri, prima di proseguire la missione e beccarsi un’altra medaglia al valore.

Mi manca tanto il death metal dei primi anni 90, non solo per via dei capolavori che uscivano, ma per questa irrequietezza che portava molte band a cercare vie d’uscita dal canovaccio cimiteresco.

Ieri abbiamo parlato dei Cerebral Fix e il loro suicidio commerciale con “Death Erotica” e lunedì scriveremo dei Samael di “Blood Ritual”, tutti usciti nello stesso anno. Questi gruppi non riuscirono a resistere a lungo con l’idea di fare qualcosa che si confondesse tra decine di altre band e provarono a spingere la formula in posti diversi, trasformando ogni album in una tappa di un lungo e rischioso cammino.

I Gorefest sono appena all’inizio del viaggio con “False”. Peccato che qualche anno dopo si areneranno esausti sulle spiagge del death ‘n’ roll, che è stata una delle oasi allucinogene più letali della storia del metal, per me.

Voglio fare il didascalico e sottolineare la presenza qui di Ed Warby alla batteria, già giovanissimo in forza ai power-progster Elegy. Con lui i Gorefest hanno fatto un salto vistoso immediato.

Il 1998, l’anno del primo scioglimento della band, qui è ancora lontano mille anni. Il gruppo ha la sensazione di potersela giocare di brutto alla pari con tutti quanti. La cassetta di “False” l’ho trovata dentro il comodino di una cameretta smontata. Sul legno del cassetto c’erano appiccicate alcune fotografie dei calciatori del Milan 1994-95. Non sapevo che Paolo Di Canio avesse giocato anche con loro.