Premessa: il concerto dei Maiden a San Siro, l’evento dell’anno e di quelli a venire, quello per cui c’è un prima e un dopo, è stata un’autentica tempesta emotiva per tutti, senza distinzione di anzianità, grado o censo. Il livello di empatia raggiunto a Milano da band e pubblico è stato qualcosa di sorprendente e per certi versi inedito.
Mercoledì sera quegli spalti trasudavano appartenenza e passione senza eguali, paragonabili forse per difetto al tifo calcistico.
Nel momento in cui provo a buttare giù due righe su tutta questa roba, peraltro senza che qualcuno me l’abbia chiesto, mi accorgo di essere ormai fuori tempo massimo.
Intanto perché è davvero difficile raccontare in modo efficace una giornata così fuori dall’ordinario. Poi ci pensa l’algoritmo a farmi fare un sano bagno di realismo: webzine, giornali nazionali, content creator, influencer, Alias, Avatar, AI varie con cadenza regolare mi si fiondano sotto il naso a raccontarmi la giornata, a volte con grande efficacia, più spesso in modo ripetitivo.
Bravo a chi ci ha provato.
Io mi sono crogiolato almeno due giorni attorno a questa data, il 17 giugno 2026.
Intanto perché l’attesa del concerto è essa stessa il concerto. Un concerto dura almeno ventiquattro ore, dalla sera prima in cui ti proietti al giorno dopo, prepari lo zaino che dopo il lavoro ti farà diventare Clark Kent, ripercorri mentalmente la tua tabella di marcia pensando a cosa potrà mai andare storto, passi in stazione dove hai appuntamento con gli amici, prendi la metro, anzi no, parcheggi a dieci minuti dallo stadio perché un tuo amico che sta andando, bazzica San Siro da anni per il calcio e ti ha detto di fare così.
Me lo avessero suggerito nell’89, quando scartavo sotto l’albero il mio vinile di “Seventh Son…” con gli occhi da cerbiatto, avrei chiamato la Neuro.
Non vi annoierò con la fredda cronaca del concerto, lo hanno già fatto altri prima di noi, meglio e più velocemente di come potremmo farlo noi bradipi equini.
Proviamo invece a fare una conversazione laterale sull’evento.
Siamo tutti quanti rimasti fregati dalle tante chiacchere attorno all’evento, e non dite di no. Sfido a trovare qualcuno che avrebbe immaginato un successo di tali dimensioni.
Stadio troppo grande, band vecchia e bollita, tour troppo ravvicinato al precedente, prezzi folli, il parterre che diventa pit (o viceversa), lo stadio di San Siro come obbiettivo irraggiungibile per una band che non ha mai rinnegato la propria vocazione, che non è mai scesa a patti col mercato per compiacere le masse, semmai il contrario.
Noi italiani siamo maestri del melodramma e abbiamo una marcata tendenza ad autocommiserarci che sfocia in maniera quasi naturale nella sindrome del CT. Da quando la data è stata ufficializzata, ne è seguito un continuo tam tam di negatività e polemiche, magistralmente rilanciate come sempre dal mondo dei social.
Gente che ancora pensa che siano necessarie 80mila persone per fare centro a San Siro, ragionamenti misti a pressappochismo senza senso che non li sentiresti per sbaglio neanche ai bar di una bocciofila gestita da alcoolizzati, perché state pur certi che chi organizza certi eventi i conti se li sa fare benissimo.
Non basta essere guidati dalla passione. É come quel ristorante che sceglie di avere pochi coperti e una cucina ricercata. Le materie prime costeranno assai, ma la marginalità è più alta. Chi pensava che servisse staccare 80mila biglietti per andare a pari vive semplicemente nel mondo delle favole. Che poi alle fine, che ve ne frega? I Maiden avrebbero raso al suolo San Siro anche a porte chiuse.
É emersa per l’ennesima volta la differenza fra il mondo reale e la bolla social. Non solo non si è concretizzato nemmeno uno degli scenari funesti pronosticati, ma è avvenuto l’esatto contrario. Concerto della vita e massima affluenza nella storia della band in Italia. E anche se la storia dei codici sconto ha fatto girare le palle a tanta gente, me incluso, dubito abbia spostato chissà quali numeri.
Non parliamo di una band che arriva a tutti. Se devi andare al gran gala devi fare un figurone, non puoi accontentarti di essere uno fra la folla. Ragion per cui tiri fuori dall’armadio il vestito migliore e la band l’ha fatto.
In tutti questi mesi poi non c’è stato uno, persona comune, influencer, musicista o addetto ai lavori, che abbia suonato la carica, non una parola positiva è stata spesa per fare sì che quella data sul calendario rientrasse fra le irremovibili.
A farlo diventare un evento storico ci hanno pensato i fans, la gente comune. Non certo tutta l’intellighenzia dello star system nazionale, DJ, VJ, fotografi, influencer, ambasciatori del “ruock”, che ha fatto la propria sfilata sui social e sotto palco, ansiosa di dire “io c’ero” e “avevo diritto ad esserci perché ascolto metal da quando andavo all’oratorio o perché ho giocato a calcetto con Steve Harris nell’86 e dato uno strappo alla band fino a Malpensa quando Bruce pilotava il Flight 666”.
Quasi come le star fossero loro e non quelli sul palco.
Mi è sembrato che essere a San Siro contasse di più che essere a vedere i Maiden, ma Milano si sa, è quella roba lì, per certe persone farsi i selfie su Instagram mentre si mangia la poké è ormai l’unica ragione di vita. Chissà se quelli che si professano metallari da una vita si fanno i selfie anche ai concerti da 200 persone nei club puzzolenti, oppure ai concerti gratuiti nella bergamasca, in pieno agosto con la puzza di salamella, i generatori delle bancarelle che ti trapanano il cervello e la polvere che ti entra nel naso?
Non é stato un concerto come gli altri e c’è da scommettere che rimarrà nella memoria collettiva per molti anni, a dispetto dei fans che vogliono spremere il sangue dalla band.
C’è infatti una dinamica abbastanza curiosa nella fanbase dei Maiden; in concomitanza con i sempre più frequenti tour celebrativi, si scatena il consueto toto-canzone, la scommessa, quasi sempre una proiezione del desiderio più che a una realistica ipotesi di scaletta.
Gli Iron Maiden ci hanno abituato da anni, per non dire da sempre, a una attenta pianificazione delle loro attività. Tolte “Infinite Dreams” e forse “To Tame a Land”, non resta molto altro da ripescare. Sono venti e passa anni che alternano tour celebrativi a tour promozionali; a meno che non si voglia riascoltare “Invasion” o “Women in Uniform”, non c’è niente che possa giustificare un tour dedicato ai brani minori o mai suonati.
Anche perché dietro c’è un lavoro mica da ridere, sei settantenni devono recuperare da zero canzoni di cui quasi non ricordano l’esistenza, figuriamoci gli accordi. Poi c’è da capire se e quanto rendono, provarle, metterle assieme… boh, per me siamo già a saturazione.
Eppure là fuori c’è un po’ di gente, diciamo un certo numero di persone, che non aspetta altro di ascoltare per la prima volta “Back in the Village” o Deja-vù”. É la sindrome da CT di cui parlavamo.
Il metallaro è come il tifoso, gli piace fare a gara a chi ce l’ha più lungo, si chiede perché l’Italia non possa giocare con Baggio Del Piero e Totti, cosa che ai suoi occhi appare quasi ovvia, aspetta a gloria il giorno in cui i Maiden suoneranno tutto il “Soundhouse Tapes” in sequenza e soprattutto non sente ragione, nel vero senso della parola.
É un processo di regressione che nasce ogni volta che ci si cala nei panni. Tutto sommato va bene anche così, la bolla digitale è il micromondo che ci consente di sparlare, discutere, fare congetture a titolo gratuito e perché no, sognare.
Che è vero, non costa nulla, ma vuoi mettere farlo grazie ai Maiden in carne ossa, come a San Siro?
Lasciamoli fare, dopotutto non ci hanno (quasi) mai deluso.

