I Samael negli anni del black metal

Quando mi capita di ascoltare o riascoltare un vecchio album di una band che s’è fatta un nome, mi domando cosa sarebbe accaduto se non ci fosse stato un seguito oltre quello, se il gruppo avrebbe comunque lasciato una traccia, influenzato così tante band, fermandosi a quel punto lì. Nel caso dei Samael di “Blood Ritual”, che ho recuperato qui alla discarica, nella stessa scatola di una collezione di vecchie TDK di Cult, Duran Duran, Spandau Ballet, Crashtest Dummies e Timoria. Chissà come è finito un lavoro del genere in mezzo a quella roba? Forse il tipo batteva i pezzi a una blackster dei primi anni 90 e si è fatto fare una copia dell’album sperando di compiacerla… A esaminarla, ‘sta cassetta pare messa bene, come se non sia mai stata ascoltata. La infilo nello stereo/mangianastri e la faccio partire. Il suono ha quella specie di effetto a spirale, si apre e si chiude, si apre e si chiude, ma solo per la prima traccia. Andando avanti le cose migliorano un po’.

“Blood Ritual” non il disco più rappresentativo dei Samael. Si tratta del primo titolo sotto la Century Media. Il gruppo con l’anticipo che si prese dall’etichetta, poté trasferirsi dalla Svizzera e migliorare il tenore di vita, oltre a produrre finalmente un lavoro decente. Con la Osmose, per il debutto “Worship Him”, le cose erano andate in modo parecchio diverso.

Sul piano concettuale però qui siamo ancora sprofondati nella concezione satanico-teistica. I Samael adoravano Satana e ne invocavano le oscure energie usando musica e grida. Più avanti avrebbero cambiato approccio, con i suoni, nell’attitudine e la filosofia, ma nel caso di “Blood Ritual” siamo ancora immersi in quel coacervo di fanatismo adolescenziale del black metal anni 90.

Per quanto la band mostrasse una via piuttosto diversa rispetto ai Marduk, Immortal o i Darkthrone, pronti a spararle grosse e tirare oltre i limiti il proprio supporto tendineo. I ritmi sono più lenti e in alcuni momenti sfociano nel doom gotico inglese “After the Sepulture” o nell’atmosferico (“Macabre Operetta”) senza che venga meno la cattiveria e il tasso di nebbia.

Anche il modo di porsi in pubblico, nelle interviste, era più sobrio rispetto ai gruppi pittati di quel periodo. I Samael non rilasciavano proclami inquietanti.

Erano inquietanti.

Lo erano in ciò che facevano, non che dicevano.

Pare che la band svizzera sia stata importante per il black metal, e questo lo ribadiscono i portavoce inappellabili della scena (Fenriz, per dirne uno). Tra il 1988 e il 1991, mentre tutti i birbantelli norvegesi iniziavano a fare le prove generali della piccola apocalisse che avrebbero messo in scena, i Samael uscivano con un EP (“Medieval Prophecy”), il demo “From the Dark To Black” del 1989 e il primo album per la Osmose, in cui raccoglievano l’eredità dei vari Venom e Bathory, confermando ai ragazzi europei che si poteva fare ancora black metal in modo onesto e creativo.

Il gruppo è soprattutto considerato per la fase industrial di metà anni 90 e probabilmente questo loro ruolo cardine come ispiratori nella storia dell’Helvete, non è tenuto abbastanza in considerazione.

Di sicuro non da me fino a qui.