Ho letto The Stand (conosciuto in Italia come L’ombra dello scorpione) nella versione integrale voluta da Stephen King e pubblicata nei primi anni 90. Si tratta di circa 400 pagine in più rispetto alla versione che era uscita inizialmente, già considerata oltremodo lunga dalla critica e dal contesto editoriale che aveva spinto l’autore a togliere molte parti.
Considerando che prima di me, molta gente ha già scritto di questo libro, ho la vaga sensazione che non sarà facile dire qualcosa che non sia stato detto. Magari la dirò meglio o peggio, ma non mi illudo che non sia saltato in mente a qualcuno di analizzare questo aspetto nel romanzo di King.
Non mi sono mai misurato con i suoi romanzi più lunghi perché da lettore e appassionato di horror, sostengo la brevità come forma ideale per lo spavento e l’inquietudine più preziosa. Una storia horror, più la allunghi e più, per quanto possa iniziare con uno splendido spunto terrorizzante, è probabile che si trasformi in un romanzo d’avventura a tinte cupe, con i buoni che devono sconfiggere i cattivi e affrontano varie peripezie prima di riuscirci.
A me non interessa mai chi vince, se il diavolo o l’angelo. Io voglio assaporare il momento in cui le ali dell’inferno ti spostano i capelli sudati sulla testa mentre guardi giù da una terrazza verso un mondo silenzioso, pieno di ombre e indifferenza.
Non devo spiegarvi cosa sia The Stand ma a riguardo vi racconto una cosa. Mi è venuta in mente una storia che riferì King su Kubrick. È risaputo che lui non ami molto la versione cinematografica che il regista fece del suo libro e pur considerando Stanley l’orso, un cineasta grandissimo, ha mantenuto un sacco di riserve su “Shining”.
Beh, nel periodo in cui Kubrick scriveva la sceneggiatura, tendeva a fare telefonate nel cuore della notte a Stephen King. Una volta il telefono dell’autore squillò verso le tre del mattino e quando alzò la cornetta per rispondere, la solita voce burbera gli domandò a bruciapelo: “lei crede in dio?!”
Nonostante fosse confuso per il risveglio improvviso, King decise istintivamente di affrontare la domanda e bofonchiò che “sì, credeva di sì”.
Stanley attaccò e non tornò più sull’argomento.
Leggendo The Stand, me lo sono domandato con quella che poteva essere la voce di Kubrick, bassa, secca e un po’ inquisitoria; la voce di chi non ha tempo da perdere perché segue la tirannia del genio che lo possiede.
In effetti, se togliamo la prima parte del libro, in cui un virus creato in laboratorio dall’esercito americano annienta grosso modo la razza umana, il resto della storia è: dio contro satana. Un po’ di umani sopravvissuti si schierano col primo e un po’ con il secondo. Si fanno le squadre e comincia la partita cosmica.
Alcuni degli uomini coinvolti sono atei, altri credono molto, ma per le forze in questione non fa molta differenza. Come diceva il prete malvagio nel film di Bertino, “The Dark And The Wicked”: “il lupo non ha bisogno che la pecorella creda nella sua esistenza per piombarle addosso di notte e mangiarsela”.
E io aggiungerei: “se non ci credesse sarebbe pure meglio”, almeno si godrebbe il proprio sonno prima di morire sbudellata.
E da qui mi rincula un’altra frase molto nota attribuita a Baudelaire ma resa famosa da “I soliti sospetti”: “la più grande astuzia del diavolo è far credere che non esiste”.
La figura di Randall Flagg è il male sulla terra. Madre Abigail è il bene. Il primo è giovane, forte e agguerrito, una specie di Clint Eastwood misto a Charles Manson che cammina lungo le strade del deserto americano, facendo rintoccare i suoi stivali consumatissimi nel silenzio mortale in fondo ai nostri cuori. L’altra è una signora di oltre cento anni, nera a metà tra una commedia con le risate finte e il libro dell’Apocalisse.
Immaginate chi vincerà?
Se c’è una cosa che il diavolo ha, rispetto a Dio, è la figosità. E questo Stephen King l’ha capito bene.
Ma a me di tutta la questione religiosa importa poco o nulla. E pur rispettando molto la morale finale del libro – vale a dire che non ha senso azzerare tutto se poi si ricomincia costruendo su scala minore la medesima gabbia auto-distruttiva che ha generato Capitan Trips – non è di questo che voglio scrivere.
Io mi incuriosisco molto su come Stephen King distrugga l’industria creativa e in fondo non pensi nemmeno un secondo di ricostruirla.
I personaggi buoni, quelli della zona libera, cercano di offrire alla comunità dei rifugiati, sempre più in crescita, un sistema di convivenza e coabitazione soddisfacenti.
Si riavvia la centrale elettrica e si istituisce un organo che faccia rispettare l’ordine; c’è un comitato che inizia un censimento e via così. Uno dei sopravvissuti principali è una ex stella nascente dell’industria musicale. Il suo singolo, “Baby, Can You Dig Your Man?”, era in cima alle classifiche pochi giorni prima che il mondo crollasse.
Eppure lui finisce per non parlare più volentieri del suo passato di rockstar.
E se non per strimpellare un po’ la chitarra, non avrà più un naturale impulso a scrivere una cazzo di canzone su tutto quello che ha passato, e magari desiderare di farla ascoltare a qualcuno degli altri sopravvissuti.
Pure con la scrittura è lo stesso. Gli unici intellettuali del gruppo principale dei sopravvissuti, Nick Andros, il sordomuto, e Harold Lauder, il nerd frustrato, usano la scrittura per elaborare ed esprimere cosa provano e definire una visione su come trasformare la nuova realtà; il primo assembla una specie di testo filosofico di massime; l’altro un manifesto politico terroristico. Indovinate chi dei due trasformerà le proprie riflessioni in fatti?
C’è pure il sociologo, Glen Bateman, un ex-professore universitario che riempie le orecchie degli altri di considerazioni sulla razza umana, sostiene di voler vivere per vedere da vicino i processi di ricostruzione della nuova società, eppure non scrive nulla a riguardo. Si limita a cianciare e spiegare agli altri possibili scenari.
C’è persino Fran. Pure lei tiene un diario. Lei è piuttosto colta, ama il cinema d’autore, conosce band rock di seconda fascia e sa disinnescare il bluff artistico della poesia moderna, di cui il suo spasimante nerd, Harold Lauder, era un convinto interprete prima della catastrofe. Eppure Fran ha altro per la testa, non vuole dire nulla al mondo, ma solo a se stessa. Il suo è un diario classico, per parlare da sola, pensare, ricordare il mondo di prima e raccontare gli eventi che vive, per leggerli forse un domani al piccolo che tiene in grembo e su cui non nutre molte speranze di veder crescere.
Il diario di Fran è la causa della nascita di un altro diario, quello di Harold. Insomma, chi ha letto “The Stand”, sa bene dove andrà a finire il vizio di scrivere nel mondo post-atomico di Capitan Trips.
Anche Mother Abigail suona la chitarra, ha una bellissima voce ed è un’interprete magnifica, o almeno lo era prima che l’artrite la condizionasse. Specializzata in canti folk e religiosi, lei usa la musica per lodare il Signore e attrarre in sogno gli adepti del bene.
Insomma, questo mi ha sorpreso nel “grande romanzo americano di Stephen King”. In un mondo spazzato via da un virus, tra le macerie e l’orrore di un gruzzolo di sopravvissuti, ancora nelle grinfie dei vecchi Dio e Satana, nessuno riprende in mano una chitarra per urlare al cielo quello che prova e se qualcuno si azzarda a scrivere, finisce per complicarsi la vita inutilmente.
Le opere poetiche di Lauder, ricordate da Fran nel suo diario, sono le strambe pruderie formali di un poeta novecentesco, fagocitato dalle avanguardie e la paura di non avere niente da dire. Il musicista Larry Underwood, costretto a tirare avanti un piccolo gruppo di superstiti, non usa le canzoni mai più per dire qualcosa agli altri, perché pure lui non era un vero musicista ma un artigiano in cerca di soldi e successo.
Finiti i soldi e il successo, per Underwood non c’è più alcuno stimolo sufficiente a scrivere una canzone: né i sensi di colpa per la morte di alcune donne a causa sua o così crede; né un amore non corrisposto nel dopo-pandemia.
Chi prende in mano il mondo è gente pratica come Stu Redman, che nella vita di prima faceva l’operaio e che davanti alle domande metafisiche della sua donna, l’inquieta Frannie, sa rispondere solo con dei “non lo so”. Però Stu sa cambiare una gomma se è necessario; riparare un tetto; sparare a un assalitore.
Il personaggio del minorato mentale, Tom Cullen, uno dei tanti steinbeckiani energumeni semplicioni dell’universo di King, è il solo che nonostante l’assoluta inutilità dell’arte, continua a realizzarne, usando manichini o animali impagliati, dei quadretti rappresentativi delle proprie immaginazioni.
Cosa facciano tutti gli altri, i sopravvissuti accorsi nella zona libera, una volta che si possono di nuovo chiudere in nuove abitazioni a Boulder, proprio non riesco a immaginarlo.
Non c’è più la televisione, anche se alla fine del libro si parla di riattivare una stazione televisiva locale.
Ma appunto, niente TV, quindi come passano le serate?
Non è scontato.
Leggono libri?
Forse, visto che su “The Stand” il mondo finisce alla fine degli anni 70, per quanto King nell’edizione lunga successiva, abbia tentato di alzare di un decennio il cataclisma sul piano cronologico.
Stiamo parlando di un tempo in cui la gente leggeva abbastanza, per quanto solo paperbacks western o libri umoristici, manuali o magari il libro di un film di successo. Ma leggevano, quindi può darsi che gli abitanti di Boulder la sera facessero quello. O le parole crociate. Non saprei.
Quando abbiamo avuto noi di questa dimensione narrativa, il Covid, che non è certo paragonabile al macello di Capitan Trips, una volta chiusi in casa, abbiamo scritto romanzi, quasi tutti, rispolverato antiche passioni creative. So che c’è gente che in quei mesi ha dipinto, composto canzoni, poesie. Ecco perché mi perplime la tabula rasa di arte a Boulder.
E i cattivi?
Randall Flagg non è predisposto per l’arte e non gli interessa molto se tra i suoi ci sia una rockstar: preferisce un elettricista a chi sa gestire altri tipi di elettricità. E gli abitanti di Las Vegas, l’avamposto del male dove Flagg dirige i lavori di preparazione alla conquista del mondo, sicuramente c’è molta musica visto che riattivano l’elettricità quasi subito, ma non ci sono artisti.
Il male non vuole scrittori e nemmeno musicisti o scultori. Vuole architetti, costruttori edili, piloti di arei e militari che sappiano far andare un carro armato. E questo può anche convincermi, caro Stephen.
Ma il bene?
Insomma, quella città, Boulder, magari non lo si può dire, ma sembra un posto terribilmente noioso, al punto che lo stesso King alla fine opterà per delle misure drastiche pur di vivacizzare un po’ la storia e uscire da un blocco creativo che stava portandolo a buttare nel cesso settecento pagine e quasi un anno di lavoro.
Però non vorrei divagare. Credo sia un fatto che in tutte e mille pagine, se le cose a un certo punto ripartono e vanno a posto, non dipende dalla creatività metafisica del poeta o del musicista; né grazie all’acume del professore di sociologia. I buoni sono prodotti impotenti di un sistema neutralizzato e reso sterile dal capitalismo.
Quando il capitalismo evapora, il lato creativo dei sopravvissuti non trova ragione plausibile per venire fuori e una chitarra o una penna rappresentano, non un appiglio fondamentale per comprendere se stessi e gli altri, per accomunare i cuori e parlare a dio.
E non mi dite che all’età della pietra gli uomini erano troppo occupati a rimediare un pasto e non essere mangiati per dedicarsi alla pittura: gli affreschi che abbiamo trovato nella grotta di Chauvet o Lascaux, ci raccontano altro.
Avrei voluto vedere gli interni delle case di Boulder, cosa c’è disegnato su quei muri, durante le notti in cui i rifugiati faticano a dormire pensando a Flagg. Invece dell’atomica King avrebbe potuto usare il potere deflagrante della musica: una canzone avrebbe ricordato agli uomini di Flagg e gli uomini di Abigail che sono tutti figli dello stesso padre, ma immagino che non sarebbe stato il finale più gradito per il numeroso pubblico di allora e sospetto che non piacerebbe nemmeno al pubblico di oggi.

