Questa sì che è una chicca. Li conoscete i T-Ride? Io non ne avevo mai sentito parlare. Poi rileggendo un vecchio Metal Shock del 1993 scopro una loro intervista, mi incuriosisco e vado a sentirmi il disco. Boom. Davvero, boooom! Non saprei se fossero “il futuro del metal”, come disse Joe Satriani al tempo dell’uscita del loro primo album. So che anche gli Ugly Kid Joe stravidero per loro, al punto che quando gli capitarono i demo dei loro primi pezzi, si diedero da fare per aiutarli a trovare un contratto. Badate bene, non è che i T-Ride avessero tentato di creare questa connessione favorevole. Questi tizi, Dan ed Eric, erano tutto il giorno in studio a registrare altre band e nel tempo libero facevano qualche esperimento per loro. Si conoscevano sin da bambini ed erano sicuri di una cosa, non desideravano sbattersi come tutti quegli altri poveracci all’inseguimento di un successo che di solito significava essere schiavi delle labels e traditori di se stessi. Conobbero un bravissimo chitarrista di nome Geoff Tyson (al tempo si firmava Jeff Tyson), alunno preferito di Satriani (ecco) che stava perdendo tempo appresso a un cantante molto arrogante, presuntuoso e limitato vocalmente. Durante una delle sessioni lo avvicinarono e gli proposero di unirsi a loro e mollare quel tizio. Lui lo fece. Con il giovanotto dalle mille dita, la formula si arricchì di una caterva di note, unite a strutture e incastri vocali davvero alternativi rispetto all’hard rock e l’heavy melodico di quel periodo. Stiamo parlando dell’inizio degli anni 90.
Quei tre misero insieme abbastanza pezzi per un disco, ma non pensavano sul serio di realizzarne uno e scalare le classifiche. La Hollywood Records però bussò alla porta un giorno e gli propose proprio quello: un contrattone e un futuro dai grandi numeri. Il trio accettò.
All’inizio l’etichetta voleva affidarli a un produttore importante, tipo Eddie Kramer, ma date le loro resistenze e le evidenti competenze mostrate dalla resa sonora dei demo, finì per scommettere sul batterista, Eric, molto in gamba a registrare i cori.
Avevano già fatto un lavoro notevole in studio, da soli. E così l’anticipo che la Hollywood mise a disposizione dei tre, servì a potenziare l’arsenale per le registrazioni dello studio. Non vi parlo di questo a caso, sarà una delle ragioni della loro fine.
Realizzarono un disco incredibile. Cori sontuosi degni dei Queen, rielaborazioni geniali della formula Van Halen. Sembrava di ascoltare una roba grossa come i nuovi Led Zeppelin. In quei pezzi c’era di tutto: la grandeur lirica, l’approccio sleazy, le tematiche lascive del sunset strip, un approccio interpretativo ad ampio raggio, con il vocalist che spingeva la voce al limite in stile Lanny Wolfe, alternandola a rimbrotti cantautoriali sotto-laringoiatrici in stile Tom Waits.
Ogni brano di quel disco è un mondo a parte. C’è così tanta musica nei primi trentacinque minuti di vita dei T-Ride da far collassare intere discografie hard rock osannate.
Eppure, qualcosa non funzionò. Dan ed Eric passarono dal fregarsene del sistema e della carriera da rockstar a sperare di vendere milioni di copie del loro disco di debutto e mangiarsi il fegato quando questo non accadde. Le cose andarono maluccio. O meglio, furono quasi uno schifo.
I T-Ride però non si diedero per vinti. Accusarono l’etichetta di non averli saputi vendere, MTV di non accoglierli, i giornali di scrivere solo bugie e cazzate. E così si rimisero al lavoro per riprovarci con un nuovo album, più ambizioso, più ricco, più tutto.
Solo che Eric si fece prendere da smanie perfezionistiche e più passava il tempo, più lui non voleva mollare i brani. Non era soddisfatto degli arrangiamenti, del sound generale e cercava qualcosa di speciale prima di lasciarli all’etichetta per la pubblicazione.
Tra lui e Dan le cose precipitarono in quella fase.
L’indecisione di Eric stava mettendo alla prova la pazienza della casa discografica. Il pubblico del resto non c’era ancora, quindi non si sarebbe potuto dimenticare chi non aveva ancora neanche notato di striscio.
Presto Dan passò alle denunce vere e proprie, perché una volta che la band si arrese alle resistenze di Eric, questi dichiarò di essere il solo proprietario delle attrezzature comprate con i soldi dell’etichetta. Inoltre ci furono tutta una serie di mosse sbagliate (Tyson parla di vere e proprie pugnalate alla schiena) sull’appropriazione dei pezzi dei T-Ride da parte dei due grandi amici. Non che ci fossero in palio “Hey Jude” o “Bohemian Rhapsody”, però evidentemente qualcuno tirò su dei soldi con quelle canzoni e qualcun altro lo scoprì dopo. Se i T-Ride finirono nel 1993, l’amicizia tra Eric e Dan capitolò poco dopo.
Da molti anni non si parla più dei T-Ride e assolutamente non si dice più niente di Dan Arlie, che uscì sbattendo la porta dagli studi dove lui ed Eric avevano messo tutto ciò che avevano per anni, facendo perdere le sue tracce.
Eric, che di cognome fa Valentine, invece rimase nello studio e lì diventò, già sul finire degli anni 90, uno dei produttori di rock alternativo più richiesti: “Song For The Deaf” dei Queen Of The Stone Age, le maggiori hits di Smash Mouth e Good Charlotte, sono opera anche sua.
Geoff Tyson ha avuto un’ottima carriera grazie alle grandi capacità tecniche con la chitarra, ma raramente qualcuno gli porta da firmare il primo e unico lavoro dei T-Ride.
I T-Ride restano straordinari, in ogni caso e questa unica testimonianza è preziosa. Potete assaggiarli dove volete, dall’imponente “Zombies From Hell” alle più spericolate “Backdoor Romeo” e “You And Your Friend”; se non siete alci minorate, vi renderete conto quasi subito che questi qui erano su un altro livello rispetto a molte band sgallettate di quel periodo, tra hard e heavy.
I T-Ride Fanno parte di un piccolo flusso dorato di gruppi hard rock che raccolsero davvero poco rispetto a quello che avrebbero meritato. A fare da capo-fila i King’s X e poi gli irresistibili Galactic Cowboys, i Naked Sun, i Jelly Fish e altri ancora. Molti erano terzetti talentuosissimi, capaci di realizzare musica enorme, spadroneggiando dai Beatles ai Metallica e sfruttando la polifonia in modo davvero eccezionale. Mancava qualcosa o forse non furono lanciati con la convinzione necessaria dalle etichette. O forse è solo colpa del Grunge. Di sicuro è un piacere riscoprire questi gruppi, per quanto sia anche un po’ amaro sapere quanto poco ottennero.

