Bolt Thrower – Tra cielo e terra

Il 1992 è stato un anno trionfale per il death metal. I numeri erano tali da spingere la fantasia di Digby Pearson a credere di avere per le mani i nuovi Metallica. Potevano essere gli Entombed, magari i Morbid Angel o i Carcass. Di una cosa era certo. Non potevano essere i Bolt Thrower. La band di Jo Bench era ok e di sicuro lui credeva in loro, però c’era un problema. Si erano messi in testa che non fosse così e le loro lagnanze su come il boss dell’etichetta spingesse certi gruppi ma non loro, iniziava a seccarlo di brutto.

Quell’anno le cose girarono così bene per tutti che anche “The IVth Crusade” vendette alla grande. Non solo, il tour che la band fece a supporto del disco andò a meraviglia, con vendite notevoli di biglietti e merch. Per carità, i Bolt Thrower si meritavano quel riconoscimento. Avevano realizzato il loro album definitivo, quello in cui finalmente erano riusciti a decidersi su come essere, su cosa dire e il modo di dirla. E i soldi che avevano fatto alla fine del tour erano abbastanza da far decidere a un pugno di musicisti con i piedi per terra, di licenziarsi dai lavori normali e puntare sulla band.

Secondo il batterista Andrew Whale, fu quella mossa a rovinare tutto quanto. Vivere di musica caricò di tanta pressione i cinque elementi che nel giro di pochi mesi passarono dall’essere amici coinvolti in una cosa molto divertente, a colleghi di un lavoro piuttosto precario e stressante.

Così come il 1992 fu l’anno eccezionale per tutti coloro che facevano parte della scena death metal, i successivi rappresentarono un progressivo tracollo per il genere e qualsiasi nome lo rappresentasse, dalla Florida alla Svezia, passando per la Gran Bretagna e l’Olanda. I Bolt Thrower non pensarono nemmeno un secondo di essere parte di una roba più grande di loro. Immaginarono che se “The IVth Crusade” aveva venduto così bene, raccogliendo elogi da tutta la stampa specializzata, fosse merito loro e basta. E che quindi un futuro altrettanto positivo dipendesse da ciò che avrebbero fatto loro in seguito e non dal vento favorevole.

Inoltre erano certi che se non fosse stato per la fottuta “Arseache Records” (mal di culo Records, così chiamavano la Earache) e la pessima gestione del gruppo, il successo sarebbe stato anche maggiore. Era intenzione dei Bolt Thrower, quindi, separarsi da Digby subito dopo aver adempiuto gli ultimi obblighi contrattuali, vale a dire un altro disco. A livello commerciale “…For Victory” vendette benissimo. Gli accordi con l’etichetta, prevedevano però che la band si impegnasse a promuovere i dischi a livello internazionale. Ecco perché prima di dire addio a Pearson, si infognarono in un tour U.S.A. che per poco non li distrusse.

L’etichetta, visto che ormai i Bolt Thrower erano proiettati verso una nuova etichetta, non spese un soldo per promuovere e supportare le date in America. L’agenzia che doveva organizzare le date fece un lavoro terribile, spingendo la band nei “cessi più sperduti degli Stati Uniti”, come disse il cantante Karl Willets. In poche settimane il gruppo dovette pagare le spese di tasca propria, rimettendoci fino all’ultimo risparmio. Nonostante si affrettarono a tornare a casa, quella situazione aveva causato la rottura definitiva con il batterista Whale e di conseguenza il cantante Willets: entrambi lasciarono il gruppo perché le cose non erano più divertenti. Il batterista soffriva già abbastanza il nuovo regime ritmico a cui era stato costretto dagli altri: a partire da “The IVth Crusade”, il sound dei Bolt Thrower era paragonato a un cingolato in movimento, ma per ottenere quell’effetto da macchina trita-asfalto, bisognava spingere costantemente con la doppia-cassa. Per Whale era dura e per nulla appagante; lui preferiva ancora suonare veloce come agli albori della band.

Se a quello ci mettiamo la terribile esperienza in U.S.A., con migliaia di chilometri dentro un furgone, bettole semi-vuote e niente vitto e alloggio, è facile capire come mai Whale decise di mollare il posto. Willets, essendo suo amico e sodale, decise di seguirlo fuori dal gruppo.

Un anno prima, già i Paradise Lost andarono in tour in America, con Kreator e Morbid Angel, e pure per loro fu un incubo che li traumatizzò al punto da boicottare gli Stati Uniti per anni, probabilmente rinunciando a una cospicua fetta di guadagni.

Nel caso dei Thrower, “The IVth Crusade” segna ancora oggi, non solo il loro picco creativo, ma anche il momento in cui la spensieratezza, la passione, la rabbia e la fortuna si allinearono tutte in una magnifica pariglia. Il gruppo poco prima di pubblicare il suo capolavoro, ebbe persino la forza di liberarsi dal giogo della Games Workshop (l’azienda produttrice di Warhammer), la cui partnership stava limitando di brutto la loro creatività. Rinunciarono all’ennesima copertina con l’estetica nerd della GW, per qualcosa di molto più brutale ed evocativo: Delacroix – “L’ingresso dei crociati a Costantinopoli” (1840).

Per un attimo, di sicuro quei musi lunghi di Jo Bench e Gavin Ward guadagnarono un po’ di allegria, ma la vita li punì a sangue per aver rinunciato qualche secondo alla diffidenza e lo scetticismo di cui il sound della quarta crociata è figlio.