Living Colour – Di male in peggio

Lo scrivo da tempo e continuerò a farlo: nei primi anni 90, molte band realizzarono dischi da paura che per un cambio di vento nel mercato, finirono presto nel dimenticatoio. Ci sono casi di rimozione da parte dei fan, come l’album dei Motley Crue con Corabi o di abiura da parte delle band stesse: i Warrant di “Ultraphobic”. Le formazioni riconciliate, una volta rimessisi in marcia, cavalcando l’effetto nostalgia, hanno puntato tutto sul repertorio “classico”, evitando di inserire brani dei dischi flop realizzati negli anni 90. Nel caso dei Living Colour non so come stiano le cose, ma posso dire che “Stain” sia uno dei loro album più maturi e riusciti. Andò male e ancora oggi, purtroppo, su Spotify non è tra le cose più ascoltate nella classifica dei brani/dischi in streaming del gruppo.

Prosegue la sfilza di tesori che la discarica rigurgita dal vascone degli Ingombranti. Oggi tocca al crepuscolare capolavoro dei Living Colour.

Scartabellando su quel periodo, ho scoperto una cosa interessante e da raccontare qui. In pratica l’album “Stain” raccolse recensioni grandiose sulle riviste ma non convinse il pubblico e fin qui è risaputo. Il problema decisivo per la crisi dei Living Colour però non fu questo. A dare la mazzata ci pensò John Stainbrook.

Chi era?

Un tizio di Toledo, Ohio.

Appena si accorse che i Living Colour avevano intitolato il loro nuovo album con quella parola, “Stain”, minacciò la Sony di fare causa perché lui aveva registrato nel 1980, il marchio “The Stain”, in tribunale.

La major avrebbe potuto affrontare il tipo a processo, ma dato che l’album non vendeva, pensò bene di congelarlo ovvero, ritirandolo temporaneamente dal mercato, e attendere il da farsi. The Stain erano una band punk. Esistevano davvero e Stainbrook ne faceva parte. Non avevano firmato mai contratti con delle etichette di rilievo o pubblicato album veri e propri. Pubblicavano di tanto in tanto delle cose indipendenti. In Ohio erano abbastanza famosi, ma quel nome non era mai uscito da lì.

Come era possibile che un gruppo punk assolutamente relegato a un campionato interregionale della musica, potesse avere la meglio su una band della Sony? Questa è l’America. Nel bene e nel male, un giudice avrebbe ritenuto plausibile che un giovanotto del 1993, entrando in un negozio di dischi e vedendo la pubblicità del nuovo album dei Living Colour con la copertina in cui dominava la scritta “Stain”, potesse confondersi e pensare che si trattasse del gruppo di Stainbrook dell’Ohio.

Il break forzato arrivò in una fase di languore per il disco dei Living Colour e ne decretò la morte commerciale. Riascoltarlo oggi mi lascia ancora sbalordito per l’energia, la freschezza e la sapiente commistione di elementi che la band è riuscita a mettere insieme e far caracollare nelle discendenti cavità della mia anima. Public Enemy, Metallica, Stevie Wonder, la stesa di brina malinconica di “Nothingness”, l’assalto rabbioso di “Auslander”, lo slancio trascinante di “Bi”… Tanta roba. Prodotto da Ron St.Germain (plasmatore del sound di band come Bad Brains e Sonic Youth).

Eppure il pubblico di quegli anni non volle saperne. Preferiva la criptica e irruente immediatezza dei Nirvana.

Allora, dicevamo di Stainbrook.

Non c’è che dire. L’uomo è un personaggio incredibile. Nonostante l’attività dei The Stain fosse di primaria importanza per lui, in Ohio, il ragazzone aveva capito che poteva guadagnare molto di più grazie al marchio registrato che alle peripezie del suo gruppo. La legge gli permetteva di rompere le palle a qualsiasi grande artista volesse inserire quella parola sulla copertina di un disco o chiamarsi The Stain.

Tra gli anni 90 e 2000 Stainbrook diventò un ago nei testicoli per il mondo discografico. Quando vennero fuori gli Staind, la band nu metal, lui tornò alla carica e strappò circa 18’000 dollari alla Geffen a patto di evitare uno scontro in tribunale con lui. L’etichetta gli promise anche future collaborazioni discografiche che però non ebbero alcun seguito.

Stainbrook intanto si buttò pure in politica, diventando un membro di spicco del partito repubblicano in Ohio, trasferendo la sua attitudine punk belligerante in politica e causando una serie di episodi controversi, culminati con un arresto temporaneo per aver ostacolato il lavoro della polizia universitaria a Toledo. Le accuse poi caddero e lo rilasciarono. So che ha dovuto affrontare una lunga battaglia contro il cancro di recente, ma è ancora vivo e pronto a far causa chiunque usi il marchio “The Staind”. Probabilmente non ha mai sfidato Stephen King perché The Stand è uscito due anni prima che lui depositasse il marchio.

Inutile aggiungere che dopo tutta questa triste vicenda, i Living Colour finirono per sciogliersi. Almeno temporaneamente. Sono in giro ancora oggi e bisogna dire che almeno loro, non rinnegano il passo falso di “Stain”. Dal vivo suonano ancora “Ausländer” e “Leave It Alone” e il pubblico pare gradire assai.