I Triumph a due passi dalla fine

L’ultimo album dei Triumph, il decimo, non è praticamente considerato un disco dei Triumph. Emmett lo ignora sin dall’uscita e sia Gil Moore che Mike Levine, pur avendolo realizzato senza di lui, hanno ammesso di aver commesso a pubblicarlo con quel monicker. Se il gruppo avesse continuato, cosa abbastanza improbabile, sarebbe stato necessario cambiare nome, perché portare avanti le cose senza Rik sotto l’egida “Triumph” era semplicemente sbagliato e basta.

A parte queste filologie, “Edge Of Excess” resta un ottimo esempio di tardo class metal, realizzato con una guaglioneria che oggi suscita tenerezza. Fare una roba del genere nel 1992 era come schierarsi con l’avanguardia più austera e condannarsi alla morte da soli. Non esisteva più il plauso commerciale per brani come “…Boy’s Nite Out”, “Black Sheep”, “Love In A Minute” o “Child Of The City”.

E infatti l’album non vendette quasi niente.

I neo-Triumph, boicottati dai vecchi fan per principio e sfavoriti in generale, fecero quattro concerti in croce e poi si arresero. A peggiorare la situazione ci si mise l’etichetta, che fallì quasi subito dopo l’uscita del disco. Era la Victory Music, (distribuita dalla Polygram). Furono queste poche uscite dal vivo a decretare la fine dei Triumph per più di 30 anni, fino alla reunion della formazione originale di quest’anno. Scrivo dal 2026.

Pensare che cercai questo album per tanto tempo, negli anni 90. Cominciai subito dopo aver visto il gruppo trucidato dai CD rotanti di Pinhead in “Hellraiser III”. Mi innamorai del brano che stavano eseguendo nel film, “Troublemaker”. Ancora penso che sia il pezzo migliore di Edge Of Excess e uno dei pochi esempi felici di heavy melodico anni 80 realizzato fuori tempo massimo. Un altro è “We All Die Young” degli Steel Dragon. Da qui potreste proseguire voi la classifica.

Che aggiungere?

Ah sì, la presenza di Phil X (pseudonimo di Philip Theofilos Xenidis), chitarrista canadese di origini greche dallo stile davvero possente e fresco, chiamato a sostituire l’amareggiato e dimissionario Emmett. Ricordo che su Metal Shock scrissero che dietro quel nome non sapevano chi si nascondesse.

Nei pochi concerti per supportare l’album, davanti al pubblico scarso che partecipò, la scioltezza e la potenza con cui X era riuscito a reinventare a appropriarsi delle parti di chitarra di Emmett rimase impresso, soprattutto a certi addetti ai lavori.

Oggi a sorpresa è stato richiamato pure lui nella formazione dal vivo dei Triumph, come a voler riconoscere una continuità con il periodo senza Rik, ma non so fino a che punto. In ogni caso a quanto pare, anche lui “è della famiglia”. Oltre questa partecipazione cerimoniale per il rinato gruppo canadese, va ricordato che X è il chitarrista che dal 2011 sostituisce Sambora nei Bon Jovi.

Casualmente lui e Jon si conobbero proprio nel 1992, quando il vocalist fece visita agli studi canadesi Metalworks Studios, di proprietà dei Triumph a Mississauga (Ontario).

Ma guarda un po’.

“Edge Of Excess” è invero un po’ datato e finisce calando vertiginosamente in una melassa festaiola da dopo lavoro. A parte “Troublemaker”, cazzuta e roboante, qualche momento che trascina via da sotto il tavolo e vi scaglia in mezzo alla rissa però c’è. Citerei la “cazzimma” di “Ridin’ High Again” e della title-track. Sono i brani così che mancavano terribilmente al me adolescente degli anni 90. Non so bene come spiegarlo a chi non era già vivo a quel tempo, ma vedete, qualsiasi cosa vi capitasse nell’arco della mattinata, infilando una cassetta con dei brani così e sparandoli al massimo volume fuori dal finestrino, bastava guardare fisso davanti a voi, ignorare gli sguardi dei passanti sorpresi, schiacciare il pedale dell’acceleratore e la giornata era improvvisamente resettata. La cosa non succedeva con “Would?” degli Alice In Chains o con la fottuta Polly che vuole un cracker. E tantomeno con Jeremy spoken eeeeestedeeeee.

Di tutti i dischi che ho trovato in discarica “Edge Of Excess” è quello che mi ha fatto più piacere salvare dal macero.