Loudness – La trilogia delle donne tatuate

Non è mia la definizione “trilogia delle donne tatuate”. L’ha inventata un utente in rete, recensendo questi tre album dei Loudness. Fa notare con una certa ironia che in effetti, tutti i lavori uscirono con una copertina di dubbio gusto, raffigurante donne discinte con i tatuaggi in vista. Insistere sul medesimo soggetto e poi abbandonarlo del tutto a partire da “Spiritual Canoe”, significa che per Takasaki doveva esserci stato una specie di concept in grado di rappresentare la parentela di quei tre dischi; oppure che al loro ritorno in formazione, Yamashita, Niihara e Higuchi, vale a dire i restanti membri originali dei Loudness, devono aver imposto a Takasaki di piantarla con quelle cacchio di cover tutte uguali e di pessimo gusto.

Da “Heavy Metal Hippies” a “Ghetto Machine” passarono tre anni; un’infinità di tempo se consideriamo gli intervalli solitamente molto brevi per Akira di pubblicare nuovo materiale. Non si sa bene cosa impegnò il gruppo in tutto quel tempo, ma fu la pausa più lunga che i Loudness si sarebbero presi rispetto ai successivi venti anni.

Nella parte precedente, anticipando questa fase dei Loudness, ho scritto che era un peccato avessero ridotto l’elemento psichedelico a partire da “Ghetto Machine”. In effetti non così tanto. Restano lungo le ricche ed estenuanti scalette dei tre album successivi a “Hippies…”, frequenti intermezzi strumentali ipnotizzanti, roba da meditazione con l’incenso, per capirci.

E sono presenti anche, in altri brani più aggressivi (come “Love And Hate”, “Babylon”, “Crawl”, “Mirror Ball”, “Woodoo Voices”) interludi dal sapore, come scriverebbe Stefano Cerati fino a farsi cascare le dita, “lisergico”, “ossianico”, “esoterico”.

Ma nella trilogia c’è talmente tanta roba diversa che la pozione psichedelica si perde nel gigantesco calderone in cui Takasaki getta di tutto, fregandosene di dover poi ingurgitare egli stesso quella enorme brodaglia indistinta: dal groove metal di Pantera e Biohazard (“Hypnotize”, “Slave”) al funky-rock dei Peppers o Ugly Kid Joe (“San Francisco”, “Dogshit”).

C’è qualche spezia industriale infilata nella carcassa macilenta del vecchio thrash speed (“Ace In The Hole”) oppure si può avvertire una insistita e mitigante brezza beat sulla cotenna dei vecchi Black Sabbath (Wicked Witches”, “Crawl”).

Vi sto elencando tutti questi titoli per farvi giusto notare che non è proprio possibile riassumere quasi quattro ore di musica complessive per tre album, nella dicitura “nu metal” o “alla Pantera”, come si è soliti sbrigare il viaggio discografico della band prima della reunion.

I Loudness anni 90 sono stati talmente tante cose, spesso a distanza di pochi riff, da non sapere più neanche loro cosa fossero. Probabilmente non persero tempo a cercare di capirlo, domandarselo, e decisero, sia con la formazione della “trilogia delle donne tatuate”, che nella lunga fase ancor più ingarbugliata dopo il ritorno in formazione degli altri tre, di andare avanti e creare, incidere, pubblicare dischi, fino a uscire da qualche parte del gigantesco labirinto creativo in cui Takasaki si era infilato; e tutti gli altri coinvolti sarebbero sbucati fuori “a rimirar le stelle” con lui.

Sì, ovviamente nei tre dischi della “trilogia” c’è un approccio più groove, specie le sezioni strumentali, quelle con gli assoli di Akira, ma la ritmica delle chitarre non è mai troppo aggressiva e Yamada non urla mai in stile Anselmo, tranne per il caso della title-track di “Ghetto Machine”, posta in apertura di quel disco e forse tra le cose più insipide e “spaventa ascoltatori” presenti nella discografia dei Loudness anni 90.

Quello che vi consiglio di fare è non lasciarvi scoraggiare dall’inizio di questi tre album. Tutti hanno un incipit infelice. Ad aprirli Takasaki ha posto le canzoni più “equivocabilmente” definibili come “nu metal”, ma non rappresentano il contenuto a seguire.

Akira non si trattiene intorno a un solo modello da esplorare e reinterpretare. Può rivitalizzare il funk metal e poi dirottare sui Guns N Roses del periodo “Illusions”. A tal proposito, soprattutto in “Dragon” c’è una concentrazione di brani in cui Yamada si avvicina allo stile canoro di Axl Rose e la struttura ritmica dei pezzi pare uscita dalla fantasia di Slash, quando ancora se la faceva con i suoi Snakepit.

Ciò che secondo me non si può negare, anche con l’affetto che sto mettendo nel riesplorare la fase più bistrattata dei Loudness, è che tutto questo accumulo di brani eterogenei non trova mai una quadra stilistica. Non ci sono canzoni in grado di rappresentare qualcosa di specifico e identificabile come “i nuovi Loudness”. Nessuno di quei trenta e passa titoli può rappresentarli in modo chiaro e definito.

C’è un continuo e insistente salto di palo in frasca che porta talvolta riff anche ottimi, a naufragare in un guazzetto di funk o industrial e melodie risonanti a sprofondare in una deriva di logorroiche parentesi psichedeliche. Ci sono sicuramente idee che avrebbero fatto gola a coloro che erano padroni stilistici di quegli stili, ma Takasaki è sempre stato il miglior rielaboratore di idee altrui e anche negli anni 90 si conferma un geniale interprete delle intuizioni originali di Chris Cornell o di Slash. Prima lo era di Van Halen e George Lynch. Prima ancora di Randy Rhoads e Blackmore. Oggi ha ripreso a saccheggiare a ritroso tutti quanti.

La cosa bella di questi album è che sembrano pervasi da un senso di allegria. Non sanno di cupa incertezza, di crescente disperazione e mancata rinascita commerciale. Takasaki infila ciò che vuole in ogni pezzo e la coppia ritmica Homma/Shibata pare divertirsi un casino a suonarlo.

Del resto, sbagliare è consentito a chi desidera cercare, a chi vuol tentare esperimenti e non riproporre la solita formula sicura.

Detto questo, bisogna anche dire che di brani riusciti ne capitano sovente. In Ghetto Machine per esempio c’è “Evil Ecstasy”, tra Killing Joke e Monster Magnet che trovo molto buona, così come il sabbathiano “Creatures Of The Night” e la psichedelia minacciosa di “Jasmine Sky”, mid-pop che sembra rimandare, unico caso nella trilogia, al trascorso più introspettivo di “Heavy Metal Hippies”.

Il disco “Dragon” ha in apertura “9 Miles High” che è thrash metal + Red Hot Chili Peppers e vale la pena ascoltarlo almeno una volta nella vita; “Dogshit”, pezzo ritmico e sguaiato degno dei più stilosi Ugly Kid Joe e a seguire io mi sono goduto parecchio la suddetta mutazione di Yamada in Axl Rose, che produce alcune interessanti commistioni impossibili tra Guns e alternative metal, probabilmente migliori dei pezzi di “Chinese Democracy”: (“Crazy Go Go”; “Forbidden Love”; “Nightcreepers”).

“Engine”, che dei tre capitoli probabilmente è il più intenso e riuscito, tocca l’apice con “Twist Of Chain”, brano hard rock sfuggente e accattivante; ci sono ancora gli psedo-Guns in “Bad Time/Nothing I Can Do” e poi c’è l’ottima “Burning Eye Balls”, che è autentico tantra zeppeliniano.

Ovviamente questi album, tutti prodotti dallo stesso Takasaki e distribuiti con la Rooms Records, una etichetta aperta da Akira appositamente per distribuire i Loudness in giro, non ottennero un grande plauso di critica e pubblico. E per quanto dovette essere stato molto divertente per lui realizzare tutta la trilogia pazzerella infischiandosene del mondo, a un certo punto qualcuno richiamò il chitarrista sulla terra, mettendogli davanti la realtà. Si poteva fare qualsiasi cosa sotto il nome Loudness, ma non con dei musicisti qualsiasi.

Quel viaggio compositivo, Akira avrebbe dovuto compierlo con i suoi vecchi comprimari perché solo insieme a loro, avrebbe davvero raggiunto un nuovo senso. Forse.

Chi gli parlò così fu Masaki Yamada, il suo cantante, probabilmente stanco di mettere lui la faccia in quel caos organizzato (male) da Takasaki. E fu lui a rassegnare le dimissioni all’indomani del tour promozionale per “Engine”, suggerendogli di ricominciare con i “vecchi” Loudness.

Nel 2000 Akira seguì il suggerimento o almeno tentò di ricoinvolgere i membri originali. E ci riuscì, ricucì l’antica line-up e con essa le ferite che l’avevano disgregata tra il 1989 e il 1992.

Era deciso: i veri Loudness sarebbero sempre e solo stati quei quattro: Takasaki alla chitarra, Masayoshi Yamashita al basso, Munetaka Higuchi alla batteria e Minoru Niihara alla voce e nessuno si sarebbe più frapposto.

Il nuovo millennio sarebbe quindi cominciato con un altro disco e una nuova ripartenza, l’inizio di una fase lunga ben otto album più altri sette. Perché separo i successivi 15 lavori della band in questi due gruppi, lo saprete più avanti. Intanto però posso dirvi che sul serio, i “veri” Loudness da lì in poi sarebbero rimasti insieme. Solo la morte li avrebbe separati e in parte è quello che succederà.

Contrariamente a quanto si poteva pensare però, per Akira, il ritorno dei suoi vecchi compagni, non avrebbe significato anche un riandare sui soliti passi dello stile heavy metal degli anni 80. Il gruppo avrebbe seguitato ancora la via della ricerca e dell’evoluzione.
Ma di questo ci occuperemo nel prossimo capitolo, che intitolerò probabilmente: Loudness – Un ritorno al futuro. A presto.