Phenomena III – La fine ingloriosa della trilogia di Mel Galley

Vediamo cosa ci offre di buono la discarica, oggi.  Uhm… “Innervision” dei Phenomena. Intanto non sarebbe corretto usare la preposizione articolata “dei”. Phenomena infatti è stato un progetto multimediale. Ben più di una band e davvero in anticipo sui tempi. Oggi mi viene in mente “Avantasia” di Tobias Sammet per la sfilza di guest star coinvolte in una grande opera metal (o Ayreon) e i Coheed And Cambria, come gruppo che traspone in varie forme una storia, tra musica, fumetti e romanzi.

Phenomena nasce dalla mente di Tom Galley, produttore inglese, autore e direttore generale di questa “ideale” colonna sonora di un film di fantascienza inesistente. Il titolo è preso in prestito dall’opera di Dario Argento, sempre del 1985, ma non presenta alcun genere di morbosità e nefandezze.

Chi era questo Galley?

Beh, uno che conosceva un sacco di artisti e di addetti ai lavori, soprattutto perché fratello di Mel Galley (musicista nei Trapeze e nei Whitesnake di “Slide It In”). Tom presentò alle etichette l’opera come un possibile film, un fumetto, un romanzo, oltre alla serie di album a puntate.

La Bronze Records ci credette e ne fu ripagata perché “Phenomena I vendette più di un milione di copie nel mondo. In formazione fissa (più ospiti vari), c’era davvero un sacco di gentaglia di talento: Glenn Hughes, Neil Murray, Don Airey (oggi nei Purple), Cozy Powell, Mel Galley. Potete immaginare, visto che era la metà degli anni 80, che casino fu gestire Hughes in studio, ma Galley in qualche modo ci riuscì.

Il secondo capitolo però portò, oltre alla ricomparsa di Glenn “caduta libera” Hughes in tre brani, l’aggiunta alla voce Rey Gillen (Black Sabbath, Badlands e pace all’anima sua) e John Wetton (Asia e King Crimson).

Gli altri musicisti coinvolti furono Scott Gorham (Thin Lizzy), ancora Mel Galley, John Thomas ex Budgie e il chitarrista “giappo” Kyoji Yamamoto (Bow Wow/ Vow Wow). Al basso c’era ancora Neil Murray e alla batteria arrivò Michael Sturgis. Tutta una serie di nomi che scalderanno le mutande a gente come Giovanni Loria, non è così ragazzone?

Detto con simpatia, Giovanni Loria.

Nonostante il successo del primo album, la Bronze andò comunque a gambe all’aria e così, “Phenomena II – Dream Runner” lo pubblicò l’Ariola Records, in prossimità di fusione con la BMG. Grazie alla spinta di questa major, ormai subentrata agli affare dell’Ariola, il singolo “Did It All For Love”, ottenne molto successo.

“Innervision” invece fu un fiasco. L’album, gestito ormai solo dalla BMG, subì una gran quantità di rimaneggiamenti e ritardi. I boss della major imposero a Galley di cambiare la copertina fantascientifica con qualcosa di più romantico e rassicurante. I testi dovevano essere minimali, parlare d’amore e ridurre al lumicino l’elemento fantastico ed esoterico.

Insomma, via gli ingredienti che avevano caratterizzato pesantemente i temi dei primi due lavori dando un fascino notevole al progetto “Phenomena”, che comunque si muove sul piano musicale intorno a un heavy rock melodico in puro stile A.O.R.

Il problema di “Innervision” quindi non è tanto la musica, e nemmeno il cast coinvolto. Tra gli ospiti c’è Brian May, il quale si limita a fare un paio di assoli riconoscibili qui e lì e poi ancora Scott Gorham, che suona la chitarra in tutte le tracce, più il vigoroso vocalist, ex Mama’s Boys, Keith Murrell, e il solito Sturgis alla batteria con un paio di altri tizi al basso e le tastiere.

Sottrarre al concept Phenomena gli elementi sci-fi e puntare tutto sul tema dell’amore, compromette in gran parte la chiusa della trilogia. Ascoltare oggi “Innervision” pensando che uscì nel 1992, insieme a roba come “Angel Dust” dei Faith No More o “Countdown To Extinction” dei Megadeth e poco prima che Bon Jovi rivoluzionasse il proprio rock radiofonico con “Keep The Faith”, rende l’ascolto straniante. Quelle canzoni sembrano registrate nel 1987.

In effetti, a cavallo tra il 1993 e il 1995, uscirono diversi dischi di band anni 80 ma non sembravano minimamente aver accusato il cambio di mercato: il suono, la produzione, le metriche, tutto era tale e quale al decennio d’oro di Michael J. Fox. Sembrava quasi una presa di posizione consapevole e in alcuni casi lo era, come nel caso di “Exposed” di Vince Neil, disco meraviglioso realizzato assieme a Steve Stevens. Lì c’è un dito medio grosso come io Gesù do Brasil di chi non voleva sentirci da quell’orecchio.

Ma in molti altri casi erano solo dischi rimasti congelati per qualche anno e poi sganciati sul mercato come bombe ammuffite, tanto per liberare i magazzini termici. Nessuno li comprava, nessuno li voleva.

“Phenomena III: Innervision” sarebbe dovuto uscire nel 1989, così come “Phenomena II” era uscito nel 1987 e l’uno nel 1985. A quanto pare Galley avrebbe voluto tanto pubblicaro prima, però ci furono problemi con la BMG e le etichette Ariola e Arista collegate a quel gigante. Guai legali, diritti, tutta una merda che costrinse il produttore ad attendere diversi anni prima di veder uscire Phenomena III. E quando uscì andò di schifo.

Nonostante queste difficoltà esterne, Innervision resta un lavoro poco riuscito. Rock My Soul, Rock House, Banzai… Non che i Def Leppard si comportarono in un altro modo per riconquistare il pubblico, con “Let’s Get Rocked” come arma di punta dell’anacronistico “Adrenalize”, ma pure lì non fu rabbia e fierezza: solo mancanza di contatto con la realtà.