Essere e buttare – Riflessioni ecologiche

Io sto qui, alla discarica. E ricevo visite in continuazione. Nonostante il caldo, la gente riempie la macchina di robaccia, tutta rigorosamente divisa (altrimenti non gliela faccio scaricare). Sono severo, faccio rispettare le regole. Ma sono comprensivo rispetto ad altri colleghi che mi hanno preceduto. A tutto si trova una soluzione. Se vieni qui con dei rifiuti, se hai avuto la pazienza di caricarli in macchina e spingerti fino a qui, fare la fila e attendere un mio sì, allora non ti mando via. Cerco di non lasciarmi corrompere. Incredibile quanti tentativi di corruzione capitano in questo posto. La gente è disperata se non gli lasci buttare questo o quello. Sono pronti a pagare se gli dici che non puoi prendere quella cosa dato che è fatta di un rifiuto speciale. Soldi in più mi farebbero comodo, considerata la paga, però il rischio è troppo alto. Per due spicci, come direbbe Zerocazzaro, perderei l’intera paga. E allora dopo sarebbero dolori. Inoltre, sapete cosa c’è? Io adoro questo lavoro. Sto bene in mezzo ai rifiuti, mi sento una specie di re. Non avrei mai immaginato a scuola di sentirmi tanto bene in un posto simile. Il mio sogno da ragazzo era fare il custode di un cimitero. Nella vita però bisogna scendere a compromessi se si vuole raggiungere lo stato di serenità. “Signora aspetti, questi vanno negli ingombranti, e questa è plastica morbida, dobbiamo portarla di sotto. Ecco, l’elettrico si trova qui. Grazie, prego. Lei è molto gentile. Ma si figuri, gliela scarico io. Ma mi dica, ragazzone, dove va a prendere il caffè? Voglio offrirle un caffè perché lei è stato tanto carino.

Alla discarica capita di tutto. Noi prendiamo qualsiasi cosa, a parte il cartongesso, vetroresina, guaina e vernici. Oh, dimenticavo, nemmeno le bombole del gas, gli estintori e beh, rifiuti considerati molto pericolosi. Quelli di solito la gente però non li porta qui. Li lascia nel bosco, direttamente.

Di tutto quello che buttano, mi duole il cuore solo per libri, o almeno certi libri. Per dire, se in uno scatolone trovo Bruno Vespa, Travaglio o gli aforismi di Alberoni, sono felice di scaraventarli in fondo al cassone. Soffro per le enciclopedie, ma ho una certa età. Ieri mi hanno portato una Treccani intera. Una volta ho trovato il mio romanzo d’esordio, in un sacco di carta che un tizio aveva lasciato davanti al cassone. Era proprio lui, “Silenzi vietati”. Ovviamente l’ho recuperato. Non se ne trovano più copie, in giro. Mi è venuto da ridere però. Le cose fanno soffrire molto meno di quanto uno si immagini, a volte. Nel 2008 temevo di trovare le copie dei miei libri sugli scaffali dei Mobili di Mondoconvenzienza. Mi immaginavo che sarebbe stato terribile per uno scrittore vederli lì. O in una bancarella a 9 euro tre libri. Invece ecco qui, ho dato una spolverata con la mano al mio romanzo e provando una strana ilarità, me lo sono portato a casa.

E poi mi dispiace per le VHS, le cassette TDK registrate, per i videoregistratori, gli impianti stereo con CD e giradischi e cassette. Di vinili se ne vedono pochi, comunque. Per quelli c’è un mercato e l’hanno capito anche i monocefali. La cosa interessante è che molte delle cose che la gente butta, funzionano ancora. Sono solo vecchie. Un impianto stereo su due funziona ancora. Le VHS sono spesso incellofanate. Ma ormai chi le usa più. Ora c’è Netflix.

Io le controllo una per una queste cose e di solito le metto via. Abbiamo uno spazio per il riuso. Ho un milleecento pieno di VHS. Ci sono tutti “I classici dell’erotismo” de L’Espresso, ancora impacchettati.

Nell’ufficio, accanto al computer ho un videoregistratore e una TV a catodico, dei primi anni 90. Il video è della Rex. Ne avevo uno quasi uguale da ragazzino. Ho un impianto stereo Philips, sempre anni 90 che mi ha regalato una signora dicendomi che “non l’ hanno mai usato”, ma non ho capito a chi si riferisse.

E appena si rompono c’è una scorta di altri cinque video e impianti stereo che ho messo via. Poi ho cassette registrate, cassette originali e DVD e VHS. Nei momenti morti della giornata “mi sparo un film”, come si diceva anni fa.  Quando infilo una videocassetta dove fuori c’è scritto a penna Bambi, spero sempre di trovarci un porno, ma fino a qui, ho visto solo tutti i classici della Disney registrati dalla Rai o magari doppiati da qualche videonoleggio.

Di solito nei momenti morti della mattina leggo un libro. Da un pezzo ho deciso di seguire il flusso dei rifiuti e lasciarmi consigliare dalla Discarica. Ultimamente ho rimediato da un furgone un saggio di Hillman sui miti antichi. Ma prima sto finendo “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy.

Non mi sorprende che se ne siano liberati. Sicuramente non l’hanno neanche finito. Di sicuro è un romanzo che si prova a leggere e poi si butta. Non è uno di quelli che magari si comprano e poi non li si aprono per anni. Io sono sicuro che sia un libro che chiama tutti a lui. Dopo però sono dolori e la maggior parte dei lettori si arrende prima di arrivare a pagina 70.

Quando ho da fare all’esterno, sempre se non viene nessuno, ascolto della musica. A volte uso lo stereo all’interno dell’ufficio con le vecchie TDK di qualche adolescente morta nel cuore della signora che me le ha consegnate dicendomi “in questa scatola c’è tutta la mia gioventù”. Mi sento i Cult, i Duran Duran, Alberto Fortis.

Lascio la porta aperta dell’ufficio, anche se significa disperdere parte dell’aria fredda e mi godo la musica tra i cassoni. La voce di Ian Astbury sale fino agli alberi che circondano l’ecocentro e io con la scopa di saggina mi atteggio a vocalist sull’orlo di un collasso nervoso.

Siamo in mezzo al bosco, qui all’econcentro e questo vuol dire, nel periodo estivo: zanzare infinite, serpenti e voci di spari e abbaiar di cani durante la stagione venatoria. No, niente topi. Che ci crediate o no, io non ho mai individuato un ratto in mezzo ai rifiuti. C’è un gattino che però non si fa prendere. Non credo sia merito suo se non vedo roditori in giro.

Si tengono alla larga, in ogni caso. E fanno bene.

La gente dicevo, butta le cose ancora buone. Al contrario del nonno, lo zio bisbetico, il padre, che invece mettevano via tutto. I più disperati sono i figli, i nipoti o chi ha comprato la casa all’asta. Devono liberare la casa di tutte le cianfrusaglie. Quadri, libri, animali impagliati, mobili, vestiti, interi reparti di ferramenta. Le persone anziane detestano liberarsi di qualcosa che potrebbe tornare utile. Ciò che non comprendono è che almeno da vent’anni, le merci non sono più create per durare, ma per deteriorarsi dopo poco tempo. Di conseguenza l’intero archivio di bulloni e chiodi Ikea che il nonno ha conservato, ora è burro di ruggine. Per non parlare delle televisioni e dei frigoriferi, concepiti per morire nel giro di poco tempo. Le lavatrici durano due anni, ormai. Fanno tenerezza i mobili di legno che il nonno ha lasciato in cantina per dieci anni. Non si riesce a tirarli fuori dal furgone senza che vadano in pezzi.

Una volta invece ho impiegato venti minuti a spaccare un cassettone da bagno degli anni venti. Non si rompeva neanche a mazzate.

In ogni caso, buttare per buttare solo perché il sistema di fruizione è cambiato, è una scemenza. Per dire, i film, i libri, i dischi io ho deciso di riciclarli. Ci sono un sacco di cose di cui nessuno scrive più o addirittura ha mai scritto, in rete. Ci sono album rock e metal che sguillano fuori dai cassoni, dai cassetti, dalle buste nere, dai cruscotti.

Preferisco prendere spunto da quello che trovo qui, anziché correre appresso alle novità del cazzo. Voglio scrivere di ciò che mi rigurgita la vecchia madre discarica. “Nuovo” è un concetto capitalistico. La ricerca costante di qualcosa che sia nuovo è la carota in fondo al bastone. Non c’è niente di davvero nuovo. Cambia solo il formato ma ci nutriamo sempre delle stesse emozioni, degli stereotipi e archetipi.

Questa è la prima cosa che ho imparato in discarica. La merce è un inganno di cui ci si libera con un sorriso amaro. Quella specie di smorfia dolce è l’ammissione di essere stati fregati. Una volta una ragazza mi ha portato una casina di legno. “Era la casa delle bambole con cui giocavamo io e mia sorella”. “Vuoi che aspetto che te ne vai prima di farla a pezzi?”

“Perché farla a pezzi?”

“Perché non si possono buttare i mobili interi, per motivi di spazio”

“Ok, allora grazie. Preferisco non vederglielo fare”

“Immagino”

L’ho fatta a pezzi e buttata nel legno dopo che lei è uscita con l’auto. E mi si è gonfiato il cuore mentre pensavo a due bambine, alle piccole impronte su quelle tavole colorate. Le loro voci e vocine…

Ho notato che spesso i bambini piangono sul sedile delle auto, mentre i papà buttano i loro giocattoli o altri oggetti che secondo loro sarebbe il caso di non buttare, tipo caschi di motociclette o manichini. Una volta un ragazzino è sceso dalla macchina e mi ha portato un piccolo casco per andare in bici. Mi ha detto che era il suo e l’aveva usato tanto durante il periodo in cui voleva imparare ad andare senza le rotelle, così non si faceva male se cadeva. Adesso però era bravo in bici e il casco non gli serviva più. Gli ho detto che se voleva potevo buttarglielo io, se gli dispiaceva farlo. Lui ha guardato il casco e ha deciso di riprenderselo. “Potrei cadere anche adesso, in effetti”.

Il padre ovviamente ha insistito per farglielo lasciare, ma il ragazzino ha resistito. Se ne sono andati e non li ho più visti. Quel casco in effetti era ancora sano e io ricordo di aver fatto le mie cadute più sonore e terribili quando ormai avevo imparato ad andare in bici senza le mani.