Rockhead – Il gruppo anni 90 di Bob Rock

Ehi, non lo sapevo mica. Bob Rock uscì con un disco nel 1993. Non era una roba solista. Si trattava di un gruppo di nome… ehm, Rockhead. Dalle vecchie interviste lui assicurava che non era tutta roba sua e che dietro, per quanto fossero stati coinvolti Bon Jovi, Ritchie Sambora e il non plus ultra del mondo tecnico, il songwriting era tutta farina del sacco di Bob e gli altri tre.

So che al tempo, quando uscì, il disco fu stroncato da un sacco di gente. Ci si aspettava qualcosa di enorme, folgorante e invece era solo un disco di hard rock, molto immerso nelle radici anni 70 di Led Zeppelin e Free, ma con qualche concessione al mercato. Ora, il problema era che il mercato a cui facevano affidamento i Rockhead non esisteva più. Per quanto ci fossero brani decisamente commerciali e pronta presa come “Bed Of Roses”  o “Sleepwalk”, rispetto a ciò che andava nei primi anni 90, erano decisamente hit per un’altra moda. Sembravano scarti usciti dalle session di “Reach For The Sky” o “Dr. Feelgood”. E non voglio essere cattivo a scriverla così.

Il primo e unico album dei Rockhead ottenne molta più attenzione di quanto avrebbe potuto se non ci fosse stato Rock, ma allo stesso tempo subì un trattamento spietato per lo stesso motivo. Eppure, a riascoltarlo oggi, e io lo faccio per la prima volta, qualcosa di buono la trovo, dai. “Chelsea Rose” poteva essere un buon riempitivo per i Quireboys e “Heartland” pare un rimasuglio troppo tetro per il nuovo percorso di Bon Jovi.

Insomma, non ci sono le canzoni, l’avrete capito. E questo è il peggior peccato commesso da Bob Rock. Avrebbe dovuto capirlo che non erano brani abbastanza buoni, ma ovviamente è molto più difficile rendersene conto se sei tu a farle e se gli altri musicisti coinvolti, ricordo il cantante Chris Taylor, per quanto siano bravi ed esperti, sentono necessario leccarti il culo. John Kalodner glielo avrebbe detto prendendo la rincorsa dal più iperbolico scivolo di Disneyland: “niente canzoni, Rock!” Dipende sempre se vuoi sentirti dire la verità oppure no. Quindi chiedi a chi di conseguenza.

Però il “maneggio” produttivo nell’album a volte apre squarci intriganti. “Hell’s Back Door” ha un arrangio molto figo, così come “Lovehunter”, però in entrambi i casi, la melodia si regge su una struttura molto scolastica e che abbiamo già sentito centinaia di volte. Oggi è considerato un pregio ma allora da Bob Rock ci si aspettava di più. Di lì a poco sarebbe uscito il disco omonimo dei Motley Crue e di seguito i Metallica avrebbero dato il via alle incisioni di “Load” e per tutte e due le band, il produttore sarebbe stato lui e avrebbe continuato a spingerle avanti.

Bob ha assicurato che, nonostante la mancanza di tempo, i brani del disco “Rockhead” non sono stati scritti e messi nel cassetto, ma realizzati poco prima di essere incisi; quindi la sensazione che siano scaduti per il tempo in cui furono pubblicati, non è giustificata da problemi di gestazione di un uomo molto occupato. Non ci sono scuse per tanta maniera.

A me l’album piace di più quando prende la via intimistica, con le chitarre acustiche e i violini ammalianti. “Death Do Us Part” o “Warchild” sono ottimi esempi di quello che avrebbe potuto fare Bob Rock se avesse lasciato da parte l’hard rock per qualcosa di più roots. Soprattutto la seconda ha una progressione decisamente potente, con gli archi dissonanti alla Kashmir che la rendono straniante.

Sembra che Jimmy Page sia andato a sentire dal vivo i Rockhead, una sera. Era il periodo in cui stava incidendo insieme a Coverdale. So che non se la passava molto bene. Era ubriaco di continuo.

Bob racconta che Page, il suo mito numero uno, si sedette a un tavolo e assistette all’intero spettacolo della sua band. Se lo vide comparire davanti proprio mentre stava eseguendo un brano con la chitarra a due braccia. Jimmy era lì e lo guardava senza lasciar trapelare alcuna emozione.

Bob non collassò e portò a termine il concerto, con Page seduto in prima fila, che sorseggiava le sue cose e guardava lo show, mandando il produttore più gettonato di quel momento, in un gigantesco flipper di paranoie.

A fine show, Jimmy era ancora messo bene, abbastanza da alzarsi sulle proprie gambe, andare da Rock e dirgli che il gruppo non gli era piaciuto per niente. Bob Rock ha sintetizzato il feedback negativo con “mi ha detto che siamo troppo heavy per lui”. Nel disco non li si può definire così duri e infatti lui ammette che le registrazioni erano più soft rispetto alla resa dal vivo. Lì l’influenza degli Zep si sente quasi su ogni brano; sul palco era più un gran casino. Da Rockhead a Metalhead.