Chi mi segue su Sdangher sa che sono un viscerale fan del lavoro di Tom Warrior, in ogni sua incarnazione; “Cold Lake” mi piace un botto e che mai mi sognerei di idolatrare chi ammiro. Per questo motivo parlare dello svizzerone con il cappellino di lana nera non mi esime di essere abbastanza oggettivo. Oggi lo vedo come un imbalsamatore, esperto, attento, meticoloso, che conosce il suo mestiere, però più immerso nell’immobilità dei cadaveri che nella vivacità di chi ha il cuore che batte ancora. L’imbalsamatore non odia il morto. Lo ama, anzi. È proprio per questo che il risultato fa così paura.
Gli Hellhammer registravano in un bunker gelato a Birchwil con settanta dollari e un otto piste portabile usato che probabilmente aveva avuto proprietari più svezzati. Venivano rifiutati da ogni locale svizzero, insultati dalle riviste specializzate, Kerrang! scrisse che il loro suono era la cosa più orribile che dei musicisti avessero mai avuto il permesso di incidere.
Erano tre adolescenti di provincia che suonavano qualcosa di così fuori asse da sembrare meno una band e più un sintomo di disagio esistenziale. Quel mal di vivere ha generato mezzo metal estremo contemporaneo. Triumph Of Death è un’altra cosa però, diversa: è la cerimonia funebre con catering a buffet.
Tom Warrior ha costruito questo progetto con l’intenzione dichiarata di portare finalmente su un palco musica che gli Hellhammer non avevano mai eseguito dal vivo, perché nessuno li aveva voluti; la Svizzera dei primi anni Ottanta preferiva i Krokus cloni degli AC/DC, mentre loro erano troppo sbagliati per qualsiasi circuito esistente.
Quella esclusione non era una circostanza biografica accessoria. Una condizione necessaria da cui nasceva ogni nota di “Massacra”, ogni colpo di rullante sfasato di “Reaper”, ogni linea di basso che sembrava svirgolare e lo faceva. Togliere le canzoni da quella condizione e restituirle su un palco illuminato professionalmente davanti a un pubblico di festival è come imbalsamare un corpo: la forma è intatta, il colore è più o meno giusto, ma qualcosa sotto la pelle non circola più.
Resurrection of the Flesh suona benissimo. È esattamente il problema. André Mathieu, Jamie Lee Cussigh e Tim Iso Wey sono musicisti scelti con cura, tecnicamente solidi, genuinamente devoti a quel repertorio, e questa adesione filologica è la lama che taglia la gola al progetto.
Suonano tutto più stretto, più controllato, più potente di quanto gli Hellhammer originali avessero mai avuto la capacità o l’intenzione di fare. L’imbalsamatore ha fatto un lavoro eccellente: il colorito è naturale, la postura è dignitosa, le mani sono composte. Il defunto non è mai stato così presentabile. Però non è mai stato così morto.
C’è un dettaglio che si tende a glissare in quasi tutte le recensioni entusiaste del disco: quei dodici brani vengono da tre show diversi, tenuti in tre nazioni diverse, montati insieme in post-produzione per sembrare un unico concerto coerente. Il che è tecnicamente lecito e artisticamente onesto nella misura in cui lo si dichiara, ma dice qualcosa di preciso sulla natura del progetto: anche la spontaneità è curata, il caos è montato al tavolo di mixaggio. L’imbalsamatore non lascia niente al caso. Non può permetterselo.
Warrior stesso ha detto più volte che gli Hellhammer non possono tornare, che sono legati indissolubilmente a un periodo e a delle persone in un momento specifico e irripetibile della loro esistenza. Ha ragione. Ma se questa premessa è vera, allora Triumph Of Death è una tribute band con il frontman originale e altri tizi irrilevanti nel valore artistico e storico.
Perché Warrior porta con sé l’autorità biografica di chi c’era, un anestetico che impedisce al pubblico di scindere lui dal progetto artificiale.
Poi c’è la questione di Martin Eric Ain, morto nel 2017, e questa è la ferita che il progetto non riesce a coprire con nessun fondotinta. Ain non era il bassista degli Hellhammer nel senso in cui un musicista di supporto è il bassista di una band. Era metà del cervello concettuale di quella storia, l’uomo con cui Warrior aveva lavorato per anni a rimettere ordine in una memoria complicata. Senza Ain, qualsiasi operazione sugli Hellhammer ha una gamba sola e lui lo sa. Il bassista che suona sul palco di Triumph Of Death suona bene. Ma è solo un bassista.
Il pubblico dei festival che urla durante “Maniac” è in gran parte lo stesso pubblico che quarant’anni fa non avrebbe messo piede in un locale a sentire quella roba, o non era ancora nato, o stava ascoltando altro. La violenza è diventata patrimonio, l’emarginazione è diventata icona da indossare su una maglietta, il rifiuto collettivo si è trasformato in standing ovation.
Triumph Of Death non resiste a questa riconversione simbolica, la serve su un piatto d’argento. Il morto è bello, il morto è in pace, il morto sorride dall’interno della teca. E il pubblico acquista il mediabook in edizione limitata con le foto del corteo.
Nell’estate del 2025 Warrior ha detto che stava valutando di scrivere materiale nuovo nello stile degli Hellhammer. È la prospettiva più interessante e più impossibile allo stesso tempo, perché esso non nacque da scelte estetiche deliberate ma da una serie di limitazioni reali, economiche, tecniche, anagrafiche, che nessuno può ricreare sedendosi a un tavolo con l’intenzione di farlo.
Sarebbe scrittura in costume da sobillatore. Non è quello che erano gli Hellhammer, che non sapevano cosa stavano facendo e per questo lo facevano nel solo modo possibile che gli riusciva. Scrivere oggi musica che suoni come il bunker di Birchwil del 1983 è solo fare una visita a quei locali vuoti, polverosi e abbandonati. Un grado di separazione che si sente, che si sentirà sempre, che nessuna produzione accurata può colmare perché non è un problema tecnico.
Triumph Of Death è un progetto onesto nelle intenzioni e fallimentare nella premessa. L’imbalsamatore ama davvero il morto. Lo veste con cura, sceglie la bara giusta, tiene la sala a temperatura controllata. Il problema è che tutto questo amore non restituisce il polso e la vita. E a volte mi chiedo se Warrior lo sappia meglio di tutti noi, e se questo non sia esattamente il motivo per cui continua a farlo.

