IL GRANDE BLUFF DEI TRUE BRITS – Quando Lea Hart fregò il Giappone con i resti della NWOBHM

Nel 1992 uscì, solo sul mercato giapponese, il disco dei True Brits, “Ready To Rumble”. In apparenza, ad ascoltarlo ora, sembra una roba bollita fuori tempo massimo di hard rock/A.O.R carambolata negli anni sbagliati del mercato rock alternativo. Se si indaga un po’, però si scopre qualcosa di davvero interessante, anzi due cose interessanti. Una per voi e una per me. La prima è la presenza di un vagone di ospiti illustri presi dalla scena inglese di inizio anni 80: Paul Di’Anno, Clive Burr, Dennis Stratton, Paul Samson… immagino vi dicano qualcosa.

Ho chiesto all’AI di farmi un elenco preciso delle guest star:

Paul Di’Anno (ex cantante degli Iron Maiden)

Scott Gorham (chitarrista dei Thin Lizzy)

Neil Murray (bassista di Whitesnake, Black Sabbath e Gary Moore)

Paul Samson e Nicky Moore (dei Samson)

Algy Ward (Tank / The Damned)

Paul “Tonka” Chapman (UFO)

Thundersticks (Iron Maiden / Samson)

Biff Byford (Saxon)

Don Airey (Deep Purple / Ozzy Osbourne)

Ecco, questi signori si avvicendano ai microfoni, alle pelli e alle corde. Ora è chiaro chi siano i True Brits (veri britannici) presenti nel disco e pronti a rambl…are, dando un senso di piacevole familiarità all’ascoltatore.

I brani però non sono all’altezza di un simile cast, come immaginerete. Qui viene fuori la seconda sorpresa, che coinvolge probabilmente me e pochi altri malati mentali. Già dalla prima “She Goes Down”, cantata da un Di’Anno davvero in forma, ho percepito un senso di famigliarità che non mi spiegavo. Il tipo di canzone è abc dell’hard rock con cazzimma, sia chiaro. Le linee vocali però hanno qualcosa di diverso dalla solita metrica hard blues e mi hanno ricordato un certo gruppo.

Il secondo brano è stato un’epifania: “I Have Had Enough”, un pezzo che si trova in uno dei miei album preferiti di sempre: “Bad Bad Girls” dei Fastway. E come in quel disco, infatti qui ho riconosciuto lo stile di Lea Hart.

Ecco quindi l’odore di casa!

I brani sono tutti suoi o quasi. Non solo, è lui a curare la produzione dell’intero album. Per Gianni Della Cioppa questo è il lato negativo dell’operazione. Per me è una festa, cazzo. Riconosco la voce di Lea in alcuni momenti e mi emoziona risentirlo: per esempio l’anthemica “What Am I Gonna Do About You”. Lo stile generale è proprio quello di “Bad Bad Girls…”, che a questo punto ritengo che quello sia più un disco di Hart che di Fast Eddie Clarke, in fase calante di carriera.

La mano compositiva di Lea, semplice ma accattivante, la sua voce schietta e perentoria, mi hanno sempre trasmesso un senso di buona rivalsa. D’accordo, “It Ain’t Over Till It’s Over” sembra “Back In Black”, ma solo i primi due secondi; poi il pezzo scava un tunnel nella mia mente portandomi nei chiassosi film metropolitani di serie B anni 80, tra motociclette luminescenti e culi rivestiti di denim. Alla voce Dennis Stratton se la cava pure bene.

Il disco ha qualche momento più soft e AOR di qualità, come “Show Some Emotion”, con John Sloman (Uriah Heep) alla voce. Insieme al pezzo ripescato dal disco dei Fastway, Lea Hart ripropone altri brani della sua produzione passata, “What D’Ya Want” e “Don’t Take These Dreams”, già nel suo “Trapped”, lavoro che dovrò assolutamente recuperare, uscito un anno prima per il mercato giapponese e di cui non sapevo una ceppa. In questi brani, alla voce fa il culo a tutti Gary Barden (MSG).

A chiudere troneggia “And That Ain’t All”, con i ritrovati Paul Samson in reunion con Thunderstick e il vocalist Nicky Moore.

I pochi che comprarono questo piccolo album, attratti dai grandi nomi del metal inglese, si sarebbero aspettati dei pezzi molto più duri e arrabbiati, non queste morbidezze formaggiose. Oggi è un reperto per collezionisti sfegatati.