Se c’è una cosa che mi appassiona, quando inizio a setacciare un argomento su cui mi piacerebbe scrivere qualcosa, è la serie di connessioni, di piste e deviazioni che mi si aprono davanti. Sembra un’indagine e mi piace da morire. Quando ho fatto ricerche per il pezzo sugli In Solitude a un certo punto è saltato fuori il nome di Erik Danielsson. Dopo qualche settimana ho deciso di scrivere sul processo che Tobias Forge dei Ghost ha dovuto affrontare, dopo essere stato denunciato dai suoi ex “collaboratori” e lì è venuto fuori un altro nome interessante, Dave Lepard.
Prima che Forge diventasse molto famoso con i Ghost, aveva fatto parte della formazione originale dei Crashdïet, quando ancora si chiamavano Crash Diet. Tra lui e Lepard c’era un rapporto intenso ma non sempre amichevole e collaborativo. Forge aveva in mente di fare musica ispirata allo sleazy anni 80 ma senza compiacere troppo il pubblico. Lepard invece pensava in grande stile: agli stadi, al sogno di essere il nuovo Axl Rose negli anni 2000.
Tra i due a un certo punto le cose raggiunsero un punto morto. Tobias passò ad altri progetti e Lepard trasformò il suo sogno quasi in realtà, pubblicando un disco demodé per una major (“Rest in Sleaze”) e suicidandosi pochi mesi dopo, prima di provare a riempire gli stadi e farli saltare per aria cavalcando la fiamma fredda del rock and roll.
Ho scoperto che Dave abitava assieme a Erik Danielsson, quando i Watain non erano ancora diventati una roba seria e le canzoni dei Crashdïet posavano ancora come poesie nere su un’agendina scalcagnata in fondo alla borsa di Lepard. Ma Dave era un tipo potente ed Erik lo sentiva.
“Se hai un piccolo pezzo di roccia tra le mani, chiamalo ‘il mondo’ e possiedilo. Vivi intensamente, non aver paura di cadere. La musica è l’unico modo che ho per non impazzire quando tutto intorno diventa una nebbia mentale.” – Dave Lepard.
L’attitudine di Lepard, votata a vivere lo stile sleaze ogni giorno, ha influenzato il giovane Erik per come lui ha interpretato poi la propria condotta black metal con i Watain. Non si tratta di indossarla come un vestito, una dimensione da cui esci ed entri a seconda dei momenti. Non sei Clark Kent e Superman. Tu non sei un super eroe. Tu sei Joker. I cattivi dei fumetti non hanno bisogno di cambiare identità. Sono e saranno sempre quello che sono.
Tra Erik e Forge c’è da sempre un’amicizia e un grande rispetto reciproco. A sorpresa, Danielsson, che non le ha mai mandate a dire quando si tratta di una band poco coerente o fasulla, (vedi gli Amon Amarth) si è sempre espresso con grande rispetto nei confronti dei Ghost.
E quando Lepard si uccise, nel 2006, Tobias ne rimase molto colpito, anche se i due non si frequentavano da un po’.
Dietro il personaggio del papa, che ci crediate o meno, ci sono questi due ceffi di cui vi sto parlando. L’aspetto rituale di Danielsson e il modo di intendere l’arte e la vita sleazy di Lepard, hanno influenzato tantissimo Emeritus qualsiasi numero.
A volte noi ci sorbiamo un sacco di gruppi senza domandarci se tra di essi vi siano dei collegamenti, come se le loro influenze derivino soltanto dai dischi che ascoltano. Invece non è così. Ogni artista può diventare padre spirituale di un altro e viceversa. Ci sono persone che si incontrano, si conoscono e da lì accadono dei cambiamenti.
Avrei voluto tanto essere presente alle sedute tra Watain, i Devil’s Blood e gli In Solitude, mentre facevano discussioni filosofiche fino al mattino attorno al fuoco, durante il tour del 2013. Chissà quante cose sono volate in quelle stanze?
Erik ci ha scritto su una canzone, “We Remain”, coinvolgendo appositamente Farida Lemouchi, la sorella dello scomparso Selim, e Pelle Åhman degli In Solitude, per fargli cantare alcune parti del testo venuto fuori da quegli scambi.
Se non vi è chiaro, sia per i Ghost e tutta la componente cerimoniale, sia in quella di molte altre band metal svedesi venute fuori negli ultimi quindici anni, (i citati In Solitude, i Tribulation), la figura di Erik Danielsson è stata, per ammissione di tutti, molto importante e d’ispirazione.
“Erik è una delle persone più fisse sui propri obiettivi e dedicate che io abbia mai incontrato. Ha una visione artistica cristallina ed è guidato da una determinazione feroce. Quello che rispetto profondamente in lui è che non fa compromessi commerciali, e la purezza con cui gestisce i Watain fin dal primo giorno è un esempio di integrità per chiunque faccia musica estrema.” – Tobias Forge
“I Watain sono pericolosi perché sono fottutamente reali. Erik sul palco non sta recitando, sta celebrando un rito. Quando vedi i Behemoth c’è un grande show teatrale, c’è la performance; quando guardi Erik negli occhi durante un concerto dei Watain vedi il vuoto, vedi una dedizione spirituale cieca. È un leader carismatico.” . Nergal
I Watain, la prima volta che ne ho sentito parlare nel 2011, mi furono presentati come dei “posers del black metal”. In quel periodo erano entrati nelle simpatie del pubblico di Pitchfork e altre testate hipster e, come succede a volte, chi ti ascolta influenza la percezione che il pubblico ha di te.
Oggi che li conosco meglio, non riesco a immaginare un gruppo più devoto alla causa di loro. La figura di Erik è molto affascinante. Nella storia del genere, è visto come una specie di salvatore. Alla fine degli anni 90, dopo tutto quello che saprete ormai a memoria, tra chiese e omicidi, il black metal passò un momento di confusione.
I gruppi storici si allontanavano dal suono originario e si perdevano in contaminazioni e sperimentazioni. I Watain comparvero e ricordarono a tutti che “certa musica” la si fa per determinate ragioni o non la si fa.
Non è semplicemente un altro genere estremo, non l’incipit per una carriera duratura e redditizia; con il black metal ci si può anche morire ammazzati o finire in galera. Ma non è una scusa per compiere nefandezze. C’è una matrice spirituale e con essa va mantenuta viva la fiamma.
Che si intende per fiamma?
Beh, la fiamma è un po’ una metafora e io la interpreto così. Il fuoco può scoppiettare in un camino o mormorare su un fornello, ispirare grandi discussioni come nel caso di Lemouchi, Erik e i fratelli Åhman, nel 2013, ma resta un elemento distruttivo. Se uno si addormenta con una sigaretta in mano, può svegliarsi nel mezzo di una combustione e morire tra atroci tormenti. L’arte deve essere pericolosa, ha detto più di qualcuno. E il black metal è la fiamma che portiamo in casa e che potrebbe ridurre tutto ciò che abbiamo in cenere, se non sappiamo gestirla.
Perché potremmo voler gestire la fiamma? Perché essa può infonderci un grande potere.
“Quando la seconda ondata del black metal ha iniziato a perdere la sua spinta originale, Erik e i Watain hanno raccolto quella torcia e l’hanno alimentata con un fuoco nuovo. Erik ha l’abilità rara di combinare una violenza sonora primordiale con una profonda raffinatezza concettuale. Ha ridefinito cosa significa essere una black metal band nel ventunesimo secolo.”- Ivar Bjørnson (Enslaved)
“Lavorare con Erik è stato rivelatore. Molti lo vedono solo come il frontman estremo immerso nel sangue di animali sul palco, ma dietro c’è un compositore di una sensibilità e di una grandiosità impressionanti. Ha saputo catturare la minaccia e la maestosità del metal traducendole perfettamente per un’orchestra sinfonica, dimostrando uno spessore musicale monumentale.” – Jacob Hellnern (Produttore Rammstein)
Erik Danielsson è oggi il solo interprete di questa missione che sia riuscito a convincere i più oltranzisti e i ribelli asserviti al sistema, come per esempio Robb Flynn. Il frontman dei Machine Head e il cantore dei migliori anni della Roadrunner del Nu Metal, rimase folgorato nel vederlo sotto un sole spaccapietre, lordo di sangue animale, mentre emergeva nella baraonda di fumogeni con una testa di maiale in una mano e una candela nell’altra, nel mezzo di un festival tra i più ordinati e rassicuranti al mondo.
“Ho incontrato Erik e i ragazzi al Soundwave Festival in Australia nel 2012 e sono rimasto folgorato. In un contesto di band moderne e festival solari, Erik portava un’energia oscura, selvaggia e spaventosa. È un musicista incredibilmente intelligente, profondo e con una cultura enciclopedica. La sua etica del lavoro e il modo in cui protegge la sua arte lo rendono un artista unico nel nostro panorama”. – Robb Flynn
Ok, anche i Mayhem fanno questo genere di pantomime, sul palco. Nel caso di Erik l’uso di sangue animale è un problema che spesso provoca conseguenze sgradevoli. I grossi bidoni di interiora ed emoglobina, lasciati a macerare sotto il sole, raggiungono un fetore tale che sovente, in locali chiusi, una volta imbrattata la scena con tutta quella brodaglia infernale, i miasmi provocano conati di vomito o crisi isteriche nel pubblico. Metteteci insieme gli incensi, il fumo, il sudore, la baraonda sonora dei Watain e viene fuori una roba sciamanica di quelle dure.
“Mi piace pensare ai nostri spettacoli dal vivo come a un’esperienza mistica, come a una celebrazione di cose che non appartengono a questo mondo; potrebbe sembrare un po’ limitato, ma se un regista underground realizza un documentario sugli sciamani nella giungla amazzonica e lo pubblica su VHS, e solo poche persone lo vedono, ne rimarranno stupite e magari lo mostreranno ad altri. Se lo stesso documentario viene trasmesso anni dopo sul canale National Geographic e un milione di persone lo vedono, questo non cambierà il suo significato, rimarrà comunque la stessa fonte sacra. Ed è così che mi piace vederla, è così che penso di doverla vedere per non permettere che i pregiudizi della gente la contaminino, perché questo è ciò che è, un’esperienza mistica nella sua essenza e niente può davvero cambiarla”. – Erik Danielsson
E lui non desiste mai dall’uso di ogni ingrediente. Se devi dire una messa, fallo come si deve, ovunque tu decida di tenerla. Coprirsi di quella schifezza per condurre in porto un rituale di cui la musica è solo uno dei vari ingredienti, può sembrare solo un’altra posa, ma per me è ammirevole, perché non c’è abbastanza tenacia dietro un impostore. Bisogna essere fanatici per farlo ogni volta e al fondo di ogni passione c’è la determinazione del folle.
Incoraggiare il pubblico a compiere atti terroristici traendo ispirazione dalla poetica e dalla filosofia satanica dei Watain, è una roba di altri tempi, non trovate? Oggi tutti i cantori della fiamma nera tendono a stigmatizzare il nazismo, a prendere le distanze da certi atti auto-lesionistici, a prodigarsi affinché nessuno, in mezzo alle teste di maiale, si senta escluso, nemmeno i vegani, e invece Danielsson risponde che spera sul serio che ciò che fa con Watain, sia d’ispirazione ai bombaroli e ai kamikaze, perché ciò a cui lui aspira è la distruzione di questo mondo. Non è solo un tema per delle canzoni. Lui crede e aspira al caos. Una volta un webzinner si è trovato in difficoltà per la dichiarazione di Erik. “Sei sicuro che pubblichi ciò che hai detto? Elogi il terrorismo satanico?” “Certo” risponde lui. “Sicuro sicuro?” – “Me lo chiedi ancora?”
Vi verrà da ridere, penserete che Erik sia solo un altro briccone del music business che giochi a fare l’anticristo, ma non ne sarei così sicuro. Certo, è uno che sa gestire un proprio marketing e sa tenere uno spettacolo di due ore, ma c’è fede nei suoi occhi. La stessa che vedo nelle suore di campagna o in mia zia poco prima di morire.
Per dire, lui scrive di proprio pugno a ogni fan. Crea immagini grafiche usando i trasferelli, anche se questo richiede ore e li spedisce assieme ad altri oggetti artigianali a chi glieli domanda. Non rinuncia a fare questo genere di cose, anche se significa passare ore e ore, durante il giorno e la notte, nel suo casolare isolato a sbattersi un pacchetto dopo l’altro.
Vive nella campagna svedese, quando non è in tour. Pensa costantemente ai Watain. Mi domando cosa farebbe se non esistesse la band. Nel 2008 ha detto che uscirà l’ultimo album e che dopo, tolto uno strascico di concerti dal vivo nei due anni successivi, l’opera dei Watain sarà compiuta. Così come Tobias Forge ha tratto spunto da Erik, lui invece viene anche dall’esempio di Jon Nödtveidt. C’è un inizio e una fine. Sarà lui a decidere quando.
È cresciuto con la musica dei Dissection; ha addirittura preso parte all’ultimo tour della band prima che Jon si ammazzasse. Fa parte dello stesso ordine. Non mi sorprenderei se facesse la stessa scelta di Nödtveidt o di Selim Lemouchi dei Devil’s Blood.
Mette paura gente così? Beh, dovrebbe.
Del resto Erik crede che l’uso di certi simboli, anche praticato con cinismo e goliardia, produca degli effetti precisi. I Venom, per esempio. Hanno sempre ammesso di non credere nel diavolo e di fare solo spettacolo, ma per lui, non è necessario crederci, per dare forza a certi strumenti.
Sono convinto che ci sia bisogno di tipi così nel metal e che questa musica abbia perso forza nel momento in cui ha iniziato a non incutere più timore. Direte che è folle, eppure ammetterete che da ragazzi, i dischi dei Morbid Angel suonavano diversi quando eravate convinti che Trey Azagtoth fosse una specie di vampiro. Ora che lo vedete ubriaco, mentre insulta dei poliziotti e viene immobilizzato e portato in carcere, le sue canzoni sembrano quasi solo canzoni. Per non parlare di Dani Filth messo col culo per terra dalla sua guardia del corpo fuori da un MacDonald, sempre parlando di vampiri che suonano.
La musica dei Watain non mi coinvolge particolarmente. Trovo interessante il disco “The Wild Hunt”, soprattutto per la presenza del brano “They Rode On”, ispirato al romanzo più potente e difficile di Cormac McCarthy, “Meridiano di sangue”. Trovo un collegamento irresistibile tra la musica dei Watain, le pagine di questo libro e le immagini del film di Nicolas Winding Refn, “Valhalla Rising”. Provate a inserire tutte e tre queste minestre creative nella vostra vita, vi garantisco che non sentirete l’afa di ‘sti giorni. Tutto diventerà freddo, spietato e doloroso.
“Se si guarda alla musica e all’arte in generale, pensi che le persone che vengono ancora ricordate abbiano avuto vite normali? Janis Joplin, Jimi Hendrix, Screaming Jay Hawkins o Salvador Dalí? Tutti gli artisti, come i pittori e così via… Nessuno di loro era una persona normale. Nessuno di loro ha vissuto una vita normale nella società, erano dei fottuti maniaci e mi manca molto questo nel metal. È fantastico che possiamo essere una band con questo tipo di approccio autentico a ciò che facciamo, perché penso che sia molto sottorappresentato nel metal in generale. Penso che il metal sia diventato “normale” sotto molti aspetti e sono contento che i Watain possano rappresentare una sorta di antitesi a questo.” – Erik Daniesson
Siamo abituati a concepire l’arte come intrattenimento. Dietro la creazione spesso c’è un sistema, un metodo, seguito comodamente da chi ha abbastanza talento e fantasia da mettere in piedi una canzone orecchiabile, una storia avvincente, un film romantico e coinvolgente. Ma creare vera arte è doloroso e nessuno, se volesse onorarla sul serio, dovrebbe poter stare con il culo seduto comodamente su una sedia a godersi un po’ di evasione. L’arte dovrebbe essere traumatica.
Il parto mammario fa male da cani; lo è e così anche tirar fuori qualcosa che resti vivo su una tela o una pellicola. Si è romanzato molto sui travagli gestionali dell’artista, sui blocchi dello scrittore e sulle depressioni precedenti ai capolavori, ma è così che funziona, se è vera arte. Intanto non è mai una scelta. Non è un passatempo. L’artista il tempo deve rubarlo a tutto il resto. Non ha mai un minuto libero.
Io mi sento artista in questo momento perché sto scrivendo mentre avrei mille altre cose da fare, i nervi li ho tesi, se suona il telefono o bussano alla porta del mio ufficio ricevo una scossa in tutto il corpo e salto via dalla sedia. Sopporto la pressione di una vita che non vuole concedermi la libertà di esprimere qualcosa che non rientri nel proprio sistema di consumo.
Vivrei sicuramente meglio se invece di scrivere ottenessi lo stesso sollievo andando a pesca o ubriacandomi su un balcone la sera. Se vivessi semplicemente la mia cazzo di vita anziché scriverla, forse sarei meno incasinato. Ma non posso. Devo inventarmi storie, cercarne e raccontarne, riflettere, scrivere per riflettere, e poi darvi cose da leggere, leggere leggere. E lo sto facendo contro tutto, anche contro me stesso. Una parte mi tifa contro dalla mattina alla sera. E non è felice quando non l’ascolto.
L’arte richiede impegno totale, sia in chi la fa che in chi la fruisce. Il mercato però ci ha allontanati da questa concezione. Pensiamo intanto che l’arte sia per le masse, cosa non vera. L’arte è per pochi. In pochi possono farne uso sul serio e in pochi possono riceverne i tesori.
Con pochi intendo che a volte, non è nemmeno per me. Ci sono libri che mi hanno respinto dalla prima all’ultima pagina e che ho letto solo per la presunzione di voler essere parte di un gruppo elitario, uno di coloro che sono riusciti a leggere quel libro difficile e possono parlarne bene o male. Ho passato giorni e giorni a sentirmi uno che vuole essere uno scrittore perché invaghito di quella che è solo un’altra immagine subita, assieme a quella del calciatore, dell’astronauta e dell’assassino. La vita di un artista è paragonabile a quella di un credente. Il dubbio e la fede pasteggiano sulla tua anima tutto il tempo.
Insomma, il discorso sarebbe lungo. Qui parliamo di Watain. E devo ammettere che provo rispetto per ciò che Erik Danielsson sta facendo, al di là dei suoi dischi.

