Tempo fa ho scritto degli Asgard in modo molto positivo e oggi faccio la stessa cosa riguardo i Black Jester, altra band del trevigiano legata per varie ragioni al progetto di Albert Ambrosini. Vorrei puntare oggi l’attenzione sul loro disco d’esordio, uscito lo stesso anno del bellissimo “Imago Mundi”. “Diary Of A Blind Angel” è il promettente incipit di un trittico che percorrerà gli anni 90 fino quasi alla fine in coppia con gli Asgard, i quali dopo il loro titolo più ambizioso seguiteranno a incidere album e non si fermeranno fino al 2000. A quel punto i Black Jester saranno sciolti per divergenze artistiche e scontentezza dovuta agli scarsi apprezzamenti di pubblico. I loro dischi sono fuori catalogo da molto tempo, quindi non penso li conoscano in tanti. Hanno avuto un ruolo importante come apri-pista per il progressive metal italiano e questo non glielo toglie nessuno, anche se la loro prova iniziale oggi sembra un carretto che collassa sotto il peso di una magnifica e gigantesca statua di marmo.
“Diary Of A Blind Angel”, uscito con la stessa casa discografica tedesca che pubblicava gli Asgard, (la WMMS, nota anche come Music Is Intelligence Records), suscita tenerezza perché i mezzi a disposizione, è evidente, erano davvero limitati: le idee c’erano e tante, ma non dovette essere facile unirle assieme e rendere in studio tutto l’ambaradam di metal, neoclassicismo, tastiere fantasy e rock opera, un amalgama commestibile.
I suoni delle chitarre e della voce sono i più problematici. Parliamo prima della prestazione del compianto Alessandro “The Jester” D’Este. Non voglio mettere in discussione la sua importanza nel gruppo: era il creatore del concept, i testi, l’interprete sul palco del “giullare nero”, sicuramente un artista di talento, estroso e determinato, però io qui fatico a sopportarlo.
Alessandro spinge le corde in uno svolazzo monotono che, su cavalcate epiche e fraseggi malinconici mantiene sempre la medesima evanescenza spettrale; la sua voce sembra provenire da qualche torracchione in cima al castello mentre la band suona in bilico sul ponte levatoio. “Ale, ma dove sei?” sembra incalzarlo il resto del gruppo, “fatti vedere, perché ti nascondi?” E lui niente, seguita a cantare passando di corsa, bricconcello, da un corridoio al successivo passaggio segreto, alla larga dai loro sguardi. Non capisco se sia falsetto puro, il suo, o solo un problema di scarsa pressurizzazione polmonare. Di sicuro ci sarebbe voluto un lavoro più impegnativo in studio per fargliela uscire fuori, la voce. Le linee melodiche sono buone e non è che stoni, sembra solo Hansi Kürsch che canta durante una maratona di venti chilometri.
Il disco mostra grandi ambizioni, a momenti riesco a far tacere il mio spirito critico e godermelo, come per esempio durante la notevolissima “The Tower And The Minstrel”, gli arpeggi, le armonie in stile Fates Warning o nell’incedere maideniano della femminea “Mother Moon” e il tiro alla Warlord della conclusiva “Black Jester Opera”; riemergo dalla visione quando Paolo Viani esagera con le scale. Non sto mettendo in dubbio la sua tecnica sopra la media del periodo, almeno in Italia, e nemmeno il suo talento compositivo. Trovo solo che nei punti in cui le chitarre sono più copiose e intraprendenti, nei passaggi più power-speed, il sound non regga e si sbricioli in un impasto troppo “casereccio” per gli standard di quegli anni.
Anche le tastiere di Nick Angel aka Daniele Soravia, tastierista originario e compositore associato a Viani, vorrebbero offrire una potenza orchestrale che non possono offrire: sono solo tastiere, con i suoni tipici dei primi anni 90 fatti di violini sfarfallanti e rimbombi sintetici.
So che faranno molto meglio nei due titoli successivi e anche Alessandro riuscirà a lasciare un miglior ricordo di sé come vocalist. Qui siamo sul vorrei ma (ancora) non posso. Gianni DC scrisse una recensione molto incoraggiante sul Metal Shock di inizio 1993. Forse la sua gioia bonaria e parrocchiale non faceva questo grande favore ai gruppi metal italiani. Certo, meglio che stroncarli, ma l’elogio sperticato probabilmente infondeva nei lettori un’aspettativa che gruppi come i Black Jester non sarebbero stati in grado di soddisfare, sempre se i loro dischi fossero stati facili da reperire per i kids. Vi ricordate quando i metallari si chiamavano kids, tra loro? Paragonarli a una roba tra Shadow Gallery e Kansas era un po’ troppo. Io approvo invece quando sottolinea l’aspetto emotivo e crepuscolare dei Black Jester. Parlare di ricerca sonora in queste condizioni mi sembra un’esagerazione.

