Agents of Misfortune: La profezia oscura di Cliff Burton

Sembra che nel destino di ognuno di noi si attivi una strana coincidenza, che inconsciamente ci fa scegliere cose che determineranno gli eventi del futuro. Positivi o negativi, entrambi saranno in qualche modo legati a un colore, un luogo, un acquisto apparentemente casuale, che in realtà è una profezia che si avvererà. Nel caso di Cliff Burton questo evento è tragicamente collegato al nome di una sua band di college: Agents of Misfortune. In antitesi al titolo del quarto album dei Blue Öyster Cult, “Agents of Fortune”, il gruppo del futuro bassista dei Metallica aggiunge il suffisso “mis” e in qualche modo attiva la malasorte. Sfiga, iella, accidente, nomen omen: quella sfortuna sarà colei che ucciderà Cliff nel rovesciamento del bus dei Metallica. La notte tra il 26 e il 27 settembre 1986 lui e Kirk Hammett giocarono a carte per scegliere il posto letto migliore, mentre erano in tour in Svezia. Burton vinse con l’asso di picche e prese la cuccetta vicino al finestrino. Poche ore dopo il bus sbandò, uscì di strada e si ribaltò: Burton fu sbalzato fuori dal finestrino e il mezzo, precipitando su un fianco, gli finì addosso. Aveva ventiquattro anni.Chi ripercorre la biografia di Cliff con quel finale già in testa fatica a non vedere segnali ovunque. Non è nostalgia da fan che rilegge il passato alla luce del presente: certi nomi, certe scelte, tornano davvero, quasi sempre più cupi e non casuali. Bisogna partire da lontano, da una cameretta di Castro Valley, California, per vedere come la sventura abbia accompagnato Cliff Burton molto prima di quella notte in Svezia, e come lui, in un certo senso, l’abbia sempre riconosciuta e sfidata.

Cliff comincia con il pianoforte, a sei anni, spinto dal padre Ray verso la musica classica. È un bambino solitario, di quelli che a ricreazione si siedono su un muretto a leggere invece di correre in cortile. Poi, nel 1975, quando ha appena tredici anni, il fratello maggiore Scott muore per un aneurisma cerebrale. È il primo colpo vero, quello che spacca in due l’infanzia di Cliff. I genitori raccontano che a quel punto disse una frase semplice e definitiva: sarebbe diventato il miglior bassista possibile, per suo fratello. Passa dal pianoforte al basso, prende qualche lezione, poi si affida soprattutto a un’ostinazione che sfiora l’ossessione: tra le quattro e le sei ore di pratica al giorno, tutti i giorni, anche dopo essere entrato nei Metallica, secondo la testimonianza della madre Jan. Stringe con i genitori un patto che dice già molto del suo rapporto con il tempo che gli resta: quattro anni di vitto e alloggio garantiti, dopodiché o si manteneva con la musica o si cercava un lavoro vero.

Nel 1975, lo stesso anno del lutto, Cliff conosce Mike Bordin, futuro batterista dei Faith No More. Cliff è seduto nella sua stanza e gli dice semplicemente che avrebbe suonato il basso; Bordin risponde che avrebbe suonato la batteria. Nessuna programmazione, solo istinto, lo stesso che userà anni dopo per scegliere ogni band di cui farà parte. I due passano gli anni successivi a partecipare ai concerti, dai Black Sabbath ai Kiss del Destroyer Tour, da Andrés Segovia ai Ramones, fino ai Sex Pistols al Winterland, spesso accompagnati in auto dal padre di Cliff. La prima jam avviene sulla veranda di casa Burton, su “Jean Genie” di Bowie: Cliff ha appena ricevuto in regalo dai genitori un basso Rickenbacker, Bordin suona una batteria da quattro soldi. Da lì, jam session continue nel fienile di un ragazzo dell’East Bay soprannominato Jeb, un rituale a cui Cliff non rinuncerà anche da professionista.

La prima band vera si chiama Fry By Nyte, con l’aggiunta di Eddie Chacon, poi metà del duo pop Charles & Eddie: un debutto abusivo e sgangherato in un vecchio cinema, camion di alcolici sul retro, zero permessi. Poco dopo, a quindici anni, Cliff e Bordin entrano negli EZ-Street, nome rubato a uno strip club di San Mateo, guidata da Jim “Big Jim” Martin, futuro chitarrista dei Faith No More. Martin ricorderà che il loro bassista se n’era appena andato e aveva parlato bene di Cliff: bastò un pomeriggio di prova per capire che era già molto più bravo di chiunque altro nel gruppo. Gli EZ-Street non durano che un battito d’ali, l’antipatia tra Bordin e Martin è irrisolvibile, ma da quelle prove nasce il legame tra Cliff e Jim che sopravviverà a tutto il resto.

Al Chabot College di Hayward, Cliff e Jim formano il power trio Agents of Misfortune, curiosa e ironica storpiatura di un album dei Blue Öyster Cult, completato alla batteria da Dave Donato. Le session più importanti avvengono lontano da qualsiasi pubblico, in una proprietà di montagna della famiglia Martin, comprata nel 1969, fuori da ogni sentiero battuto: nessun vicino per l’intera durata del soggiorno, a parte qualche mandria di mucche di passaggio. Lì i tre registrano ore di improvvisazione pura, senza pubblico, solo per il gusto di farlo, come racconterà Martin. Ed è lì, tra un riff buttato via e l’altro, che nasce il materiale grezzo di brani che diventeranno storia: una sezione di “Woodpecker from Mars” dei Faith No More arriva da quei nastri, e soprattutto ci arriva “For Whom the Bell Tolls”.

Il documento che rende tutto questo verificabile, non leggende metropolitane ma prova video, è la partecipazione della band al concorso “Battle of the Bands” del Dipartimento Ricreativo dell’area di Hayward, nel 1981. Registrazione VHS di qualità pessima, contenuto storico enorme. In apertura la band elenca le proprie influenze, Rush, Pink Floyd, Velvet Underground, forse un po’ di Black Sabbath, e dichiara l’intenzione di mostrare al pubblico qualcosa che non si aspetta. Agli Agents of Misfortune vengono concessi dodici minuti di esibizione, e la band li passa quasi interamente a suonare la stessa, unica canzone, in un folle e delirante unico pezzo improvvisato che ricorda più il free rock alla Faust o i Velvet Underground più impenetrabili che qualunque cosa passasse per metal nel 1981. Quando il materiale è riemerso online decenni dopo, un’etichetta specializzata in psichedelia estrema, la Volcanic Tongue, lo ha stampato su vinile in trecento copie numerate.

A un certo punto di quel nastro, Cliff, diciotto o forse diciannove anni, pantaloni a zampa d’elefante e capelli sciolti, la Rickenbacker 4001 al collo, esegue il riff cromatico che aprirà “For Whom the Bell Tolls” su Ride the Lightning, tre anni prima che il disco esista. Poco prima, nello stesso set, si riconoscono frammenti di quello che diventerà il suo assolo per antonomasia, “(Anesthesia) Pulling Teeth”. Jim Martin, dal canto suo, non ha ancora i doppi occhiali da sole che lo renderanno iconico nei Faith No More, ma i suoi riff sulla Flying V spaziano già dal metal abbagliante alle stranezze alla Zappa, fino all’uso dell’archetto da violino in stile Jimmy Page.

Sulla performance, la madre di Cliff, Jan Burton, commenterà con un giudizio insieme materno e tagliente: sembravano strambi fuori di testa. Jim Martin, più prosaicamente, ricorda che l’obiettivo non era vincere il concorso: la moda del momento erano i Mötley Crüe, spandex ed eyeliner, e loro si presentarono come tre fattoni hippie decisi a scatenare un caos enorme e selvaggio per l’intera durata concessa.
Dopo gli Agents of Misfortune il trio prova ancora, per un periodo breve, sotto un nome che pare scelto apposta per proseguire la collana: Vicious Hatred. Feroce Odio. Il catalogo dei nomi di Cliff comincia a comporre, senza che nessuno se ne accorga davvero, un piccolo dizionario del male: sfortuna, odio, e presto qualcosa di ancora più fisico e diretto.

Nel 1982 Cliff entra a far parte dei Trauma, una delle prime band della Bay Area, fondata due anni prima e composta da Michael Overton e George Lady alle chitarre, Dennis Shafer alla batteria, Donny Hillier alla voce. È la prima formazione davvero professionale della sua vita: concerti al Keystone, all’Old Waldorf, al leggendario Whisky a Go Go di Los Angeles. Con i Trauma incide anche il suo primo pezzo su un disco ufficiale, “Such a Shame”, incluso nella compilation Metal Massacre II della Metal Blade Records nel 1982.

Il nome della band, in questo racconto, pesa più di ogni altro. Trauma è la parola che userà la medicina legale svedese quattro anni dopo, per la causa della morte di Cliff Burton, schiacciato dal peso del bus. Nessuno, nel 1982, poteva saperlo. Ma rileggendo oggi il percorso di quei nomi scelti quasi per gioco, dagli Agents of Misfortune a Vicious Hatred fino a Trauma, è difficile non pensare che la sfortuna avesse cominciato a lasciare le proprie iniziali sulle locandine molto prima di attaccare quel pullman.

È proprio in un concerto dei Trauma al Whisky a Go Go che la storia si mette in moto per l’ultima volta. James Hetfield e Lars Ulrich, alla ricerca di un bassista per sostituire Ron McGovney, sentono da lontano quello che credono un assolo di chitarra selvaggio: è “(Anesthesia) Pulling Teeth” ancora informe, suonato interamente al basso. Il primo tecnico dei Metallica, Dave Marrs, presente allo show, racconterà lo stupore dei due: erano abituati a vedere la chitarra come strumento solista, e invece c’era un ragazzo che faceva la stessa cosa con il basso. Cliff, che nel frattempo sentiva i Trauma prendere una piega troppo commerciale per i suoi gusti, accetta l’offerta a una condizione non negoziabile: saranno i Metallica a trasferirsi nella Bay Area, non lui a Los Angeles, città che considera caotica. Jim Martin, da parte sua, prova persino a dissuaderlo, dicendogli che quei tizi facevano schifo: un giudizio che la storia si incaricherà di smentire nel modo più clamoroso possibile.

Il legame tra Cliff e Jim non si esaurisce con la fine del trio universitario. Due anni dopo, quando Bill Gould, Roddy Bottum e Mike Bordin cercano un chitarrista per sostituire Mark Bowen nella band che diventerà Faith No More, è Cliff, già bassista dei Metallica, a fare il nome di Martin, spingendo perché lo prendano: sa che Jim, stritolato da un lavoro normale, ha bisogno di tornare a suonare seriamente. Il debutto insieme avviene sotto un nome che dice tutto dello spirito goliardico della scena di allora, The Chickenfuckers, con Bill Gould alla voce e lo stesso Cliff al basso, in apertura per i 45 Grave al Mabuhay Gardens di San Francisco.

Da lì, Cliff resta una presenza costante e informale nella crescita dei Faith No More, anche mentre la sua carriera con i Metallica esplode. Bill Gould ricorderà che, durante le session danesi di un album dei Metallica, andarono a trovarlo, e Cliff diede loro consigli pratici e diretti, compreso quello, poi rivelatosi decisivo, di licenziare i loro primi manager perché erano dei ladri.

Tutto questo, il piano da bambino prodigio, il lutto per Scott, il rigore quasi monastico delle sei ore quotidiane di pratica, i nastri improvvisati nel fienile di Jeb e sulla montagna dei Martin, confluisce in uno stile che ha ridefinito cosa un bassista potesse fare dentro una band metal. Cliff non suonò mai il basso come un chitarrista: niente plettro, solo fingerstyle, con un tocco che doveva a Jaco Pastorius gli armonici picchiettati e a Stanley Clarke parte della scioltezza tecnica. Citava Geddy Lee, Geezer Butler e Phil Lynott tra le influenze dirette, ma il tratto più riconoscibile, l’uso aggressivo della distorsione, lo attribuiva esplicitamente a Lemmy Kilmister. Il risultato compiuto di questo laboratorio è “(Anesthesia) Pulling Teeth” su Kill ‘Em All, registrato in un’unica ripresa e pensato, di fatto, come il suo benvenuto ufficiale nella band: gli altri pezzi erano già scritti, a Cliff restò un’intera traccia da riempire come meglio credeva. Ma è su Ride the Lightning che il suo contributo compositivo diventa strutturale: sei tracce su otto portano la sua firma, con “The Call of Ktulu” e proprio “For Whom the Bell Tolls”, il riff nato tre anni prima in un capannone di Hayward, a certificare che il salto di qualità dei Metallica, da thrash grezzo a songwriting ambizioso, passava in gran parte dalle sue mani.

Torniamo così ai nomi che hanno accompagnato Cliff Burton lungo tutta la sua breve carriera. Prima Agents of Misfortune, agenti della sventura, poi Vicious Hatred. Poi Trauma, la parola esatta che i medici svedesi useranno per descrivere ciò che lo ha ucciso. Ogni volta un nome scelto per gioco, senza pensarci troppo; ogni volta, con il senno di poi, un gradino più vicino alla notte del 26 settembre 1986, quando un asso di picche pescato per gioco tra amici valse a Cliff un posto letto vicino al finestrino, il posto sbagliato, sulla strada tra Stoccolma e Copenaghen. Cliff Burton fu cremato e le sue ceneri sparse al Maxwell Ranch di famiglia. Sulla sua lapide commemorativa sono incisi versi di “To Live Is to Die”, brano che i Metallica gli dedicheranno, postumo, su And Justice for All. Kirk Hammett, che gli doveva involontariamente la vita, dichiarerà pochi mesi dopo che il modo migliore per dare sfogo al lutto era tornare a suonare, portare quella rabbia sul palco, dove doveva stare fin dall’inizio. Nel 2009 Cliff è entrato, con la band, nella Rock and Roll Hall of Fame. E da quella notte in Svezia, su ogni bus tour dei Metallica, un pannello accanto ai finestrini delle cuccette porta ancora oggi un nome informale che i roadie continuano a usare: “Burton Board”. L’ultimo, involontario, di una lunga serie di nomi che a Cliff Burton la sorte aveva sempre affidato in anticipo.