Archeologia del rifiuto: Il raggio verde di Rohmer, le VHS del Corriere e il luglio della morte sociale

Mi piace pensare che la discarica, come tutti gli altri ambienti, abbia una specie di anima. O quantomeno una consapevolezza, a modo suo. Mi ha visto vivere in questi anni, non solo lavorare. Qui io una sera ho pianto e diverse volte ho perso il controllo, urlando contro un utente. Mi ha visto camminare come un ossesso, percorrendo e ripercorrendo il circuito e ha persino assistito ai miei tentativi di scrivere poesie per la mia compagna, un periodo in cui mi sentivo particolarmente irrequieto e tentavo di dare uno sfogo a quello squilibrio attraverso la poesia. Viene da ridere, eh?

E mi piace anche pensare che lei senta quanto le voglio bene; quanto io sia affezionato a essa e me ne occupi con un impegno che trascende i normali compiti di un operatore. Per esempio io trascorro qui più tempo di quanto sia pagato. Mi racconto un sacco di storie sulla necessità di venire a lavoro prima o di trattenermi qualche tempo anche dopo la chiusura, ma sono balle. Io sto bene, qui.

E la discarica ogni tanto, mi piace ancora una volta pensarlo, mi elargisce dei doni preziosi. No, non intendo che mi arrivi tra le mani qualche oggetto ancora buono di cui abbia bisogno. Quello succede, ma come a me anche ad altri. Tante persone entrano qui con degli oggetti di cui vogliono disfarsi e poi ne escono con altre cose trovate tra i cassoni e di cui interpretano un qualche riutilizzo.

Io parlo per esempio di questo film. Una videocassetta cartonata allegata al Corriere della sera. Sapete, ormai ho deciso di recensire la merce artistica avariata che buttano qui. Non mi va più di correre appresso alle nuove uscite al cinema o di seguire le piattaforme streaming. Molti scrivono di film basandosi sul catalogo Netflix o Prime, oppure li recensiscono dopo averli scaricati a gratis dai torrent. Non sto criticando quelli che lo fanno. Anche io lo facevo. Dico solo che io ho deciso di basare i miei articoli sul cinema, sulla musica e sulla letteratura, a seconda di quello che la discarica mi offre.

Quindi può succedere, come in questo caso, che io affronti un vecchio film di Eric Rohmer in formato VHS.

Ecco il regalo di cui vi dicevo.

Una volta succedeva nelle videoteche. Se conoscevate bene il proprietario poteva capitare che vedendovi entrare allungasse verso di voi la custodia di un film, dicendo, “questo è per te, devi assolutamente vederlo”. In un certo senso è quello che ho provato mentre guardavo “Il raggio verde”. La discarica me l’ha fatto trovare ed è come se mi avesse detto: “se ti conosco almeno un po’ e so cosa stai passando, guarda questo, ti prego!”

Non lo conoscevo, “Il raggio verde” e vi confesso che non ero così entusiasta di vederlo e tantomeno di scriverne. Eric Rohmer, nouvelle vogue, ou segnùr… Sdangher non è il genere di posto per queste finezze cinematografiche!

Eppure, mi sono detto, non importa cosa sia. Si tratta di un rifiuto e questo blog è amico dei rifiuti e i rifiutati. Qui tutto torna a vivere.

“Il raggio verde”, qui non è semplicemente un titolo di cui io scrivo e giudico, per qualche disperato che ancora legge in rete, le recensioni di film vecchi, il film di Rohmer è anche un oggetto che si trovava dentro un sacco nero, assieme a molti altri. Assieme a un vecchio golf cucito a mano, una radiolina e due pupazzetti di ceramica, nel sacco c’erano alcune VHS cartonate, di quelle che uscivano in edicola negli anni 90, spesso allegate ai quotidiani.

E io vorrei parlare del film di Rohmer anche in quanto “cosa”, reperto di un modo di fare “divulgazione” critica in seno agli impulsi coattivi del commercio, una roba che funzionava. O almeno arrivando a un certo punto.

Per dire, la signora che mi ha portato il sacco pieno di cianfrusaglie, tra cui queste VHS che io affronterò in una serie di articoli futuri una per una, era la figlia dell’effettiva proprietaria di quegli oggetti. Sua madre è morta pochi mesi fa e la donna ha preso coraggio e ha iniziato a portar qui, un po’ alla volta, la gran quantità di cose che l’anziana accumulava in casa. Tra di esse c’era il film di Rohmer. Prima di vederlo io, su un vecchio videoregistratore elargitomi generosamente sempre dalla discarica, la VHS era ancora avvolta nel cellophan. La proprietaria se l’era portato in casa, ma da lì a vederselo, è mancato lo slancio finale.

Scartandola, la VHS, dopo un momento di esitazione, ho sperato di sentire lo stesso odore di nuovo che sentivo quando ero io, negli anni 90, a tornare dall’edicola con una cassetta e scartarla prima di metterla sullo scaffale con le altre. Purtroppo non ho sentito quasi niente. Non c’era quell’odore pungente di colla e di plastica nuova.

Ho inserito il film nel videoregistratore, cosa che non facevo da anni e anni, e non è che si vedesse e sentisse benissimo. Sono ormai abituato alla qualità medio-alta dei canali satellitari, i film in streaming e i DVD. Non ricordavo che guardare una VHS significasse dover accettare una serie di compromessi. A volte l’immagine salta, altre il volume sembra ovattato. Certi momenti il colore della fotografia si fa quasi verde.

Il verde è importante in questo film. E questo film è importante per me.

Ho detto che la signora che lo comprò non l’ha mai visto. E dubito che lo conoscesse già prima di acquistarlo. Capitava infatti che questi film entrassero in un sacco di case, “a scatola chiusa”, perché la gente “seguiva” i quotidiani e li acquistava senza ragionarci troppo, solo perché l’avevano sempre fatto. E come i quotidiani, anche le cose a essi allegate, che fossero libri, film o fumetti. Non avete idea quante VHS mi arrivano, dai classici erotici di Panorama, al cinema americano dell’Unità e via dicendo.

Come può una donna di sessant’anni, vissuta per tutta la vita in provincia e con la terza elementare, desiderare di vedere un film che si intitola “Il raggio verde”?

Sulla copertina dell’edizione del Corriere, una ragazza e un ragazzo guardano qualcosa e ne sembrano entusiasti. Visto il titolo, uno immagina che si tratti di questo “raggio verde”. Poi dirò di cosa si tratta.
Per Rohmer questo film, è quasi un’escursione nel cinema fantastico, a modo suo. La verità è che, come per tutti gli altri che ho visto, c’è della gente che cammina da un posto a un altro e parla, parla, parla.

Non sono film noiosi, quelli di Rohmer, almeno per me. Il suo cinema ha un tocco molto “leggero”, delicato, elegante. Il protagonista, o La protagonista, come in questo caso è la giovane Delphine, è in cerca di qualcosa o qualcuno. All’inizio non lo sappiamo di preciso. Crediamo soltanto che lei non sappia cosa fare delle proprie ferie. Aveva in programma di passarle con un’amica che però la chiama all’inizio del film per darle buca.

E così la ragazza è sola. Noi iniziamo a vedere cosa fa. Ne parla con un’amica, poi con un’altra. Gira per la città con l’aria sempre più sconsolata. Pare che il suo problema sia giusto come affrontare la vacanza. Poi trova una carta da gioco in terra e un motivo un po’ inquietante di violino irrompe dalla colonna sonora, per lo più silenziosa.

Lei non ama viaggiare senza qualcuno accanto, ma ecco che emerge il vero problema. Delphine è stata lasciata dal fidanzato di lungo corso e di conseguenza, questo periodo senza lavoro è un abisso, un baratro che si apre davanti a lei.

L’amica la molla e Delphine non sembra averne molte altre con cui fuggire in vacanza.

Vive a Parigi, ama la città, ma il senso di solitudine se la mangia viva.

Io, e penso ogni spettatore al posto mio, non mi sono subito reso conto di quanto Delphine soffrisse e di come la sua sofferenza, la sua depressione, fosse simile alla mia. Inoltre, l’aspetto della protagonista, Marie Revière, una delle attrici più frequenti nel cinema di Rohmer, mi ha ricordato quello di mia figlia Cecilia. E anche il carattere è come il suo: una gran rompicoglioni. Lo dico con l’affetto di un genitore, sia chiaro. E di un genitore che sa, quanto di carattere sua figlia abbia preso da lui.

Una volta mio padre e mia madre, in uno di quei rari momenti in cui guardavano insieme qualcosa in TV senza litigare sul telecomando, convennero, immaginando di parlare alla larga dalle mie orecchie, che il protagonista del film che stavano guardando somigliasse molto a me, sia d’aspetto che come tipo. Indovinate un po’? Era sempre un film di Rohmer: “Un ragazzo, tre ragazze”. Anni dopo lo vidi e ne convenni: quel tipo ero io subito dopo l’adolescenza: un ragazzo problematico, innamorato dell’amore e che trascorreva il tempo guardando le donne moltissimo, ma a distanza di sicurezza, e che trascorreva il tempo libero componendo canzoni da marinai con una chitarra classica a cinque corde.

Rohmer ha raccontato di me e della mia famiglia. Un regista parigino, dinoccolato, colto, con l’aria un po’ “intimidente” a vederlo in foto, che racconta così bene di me e mia figlia (e quindi ancora una volta di me per come vedo me stesso in mia figlia).

Delphine si confida con amici e conoscenti sul suo problema di non sapere cosa farne delle vacanze. La gente vuole aiutarla. Chi le presta la casa in montagna, chi al mare. Tutti vorrebbero che lei andasse lo stesso in villeggiatura ma rifiutano di accompagnarla. Insistono nel dire che “da soli, viaggiando si fanno incontri interessanti. Lei non sembra entusiasta della prospettiva, ma ci prova e riprova.

Arriva in quei posti, al mare, in campagna, sui monti. E ogni volta scoppia a piangere e torna a Parigi. Anche lì piange. Ed ecco che emerge il vero problema. Delphine ha il cuore spezzato. Sente la mancanza dell’ex. Lo chiama ancora, di tanto in tanto, ma è solo lei a cercarlo. Le amiche dicono che ormai tra loro è finita e che dovrebbe accettarlo. La pressione degli altri su di lei, sul fatto di reagire, di fare qualcosa, aprirsi al mondo, mentre la poverina sprofonda sempre più nella tristezza e nel disprezzo per se stessa, mi strugge parecchio. Io so cosa vuol dire. Ti ritrovi incastrato nel tuo dolore. Ne parli ma non stai meglio. Te lo tieni dentro e soffri ugualmente. Gli altri provano a spronarti, a scuoterti, ma facendo così, ti spingono sempre più giù, tra le grinfie ghiacciate del tuo vuoto.
In più la storia di Delphine e del Raggio verde, è ambientata a luglio. Il mese della morte sociale.

Ma è un luglio del 1986, quindi si vedono gli attori portare il maglione o il giacchetto in certe giornate. Nessuno si lamenta del caldo; anzi, c’è chi commenta che è “freschino” per essere luglio. Quella è l’estate che io ricordo e che amavo, da ragazzo. L’aria fresca sulle mie gambe scoperte, i brividi mentre mi stringevo addosso il giacchetto di jeans la sera, dopo cena, mentre passeggiavo lungo le vie con tutte le case dalle finestre aperte. I rumori delle posate, delle TV… Questo mondo è morto stecchito. Oggi le finestre sono chiuse, la gente è isolata nei propri auricolari, i condizionatori tengono l’aria fresca, a patto che si resti blindati.

C’è una lunga scena in spiaggia in cui Delphine si aggira tra la gente. Tutti sembrano felici, indaffarati, chi gioca, corre, chi prende i sole e ascolta musica. Lei invece fatica a trattenere le lacrime. Sdraiata sul proprio asciugamano, è come su una piccola zattera in mezzo alla tempesta. Mi ha ricordato una cosa che mi è capitata lo scorso anno. Ero andato al mare a Santa Severa e davanti a me e alla mia compagna c’era il tramonto e una donna su una sdraio, con dei grandi occhiali da sole, che piangeva ininterrottamente. Io l’ho guardata estasiato. La mia compagna si godeva il tramonto ma io di fronte a quella signora in lacrime, non potevo resisterle. Confesso che adoro le donne che piangono. Sicuramente stava sfuggendo a qualcosa a cui non si poteva sfuggire. La donna era venuta in spiaggia e lì era rimasta bloccata, fino alle lacrime.

Cercava di non emettere singhiozzi o sospiri. Nessun rumore. Il suo corpo era teso a contenere manifestazioni evidenti del proprio dolore, ma le lacrime scendevano lungo il suo viso e io, che mi ero lasciato trascinare come un cadavere su quella spiaggia, in preda al mio di dolore, io mi sono sentito per un po’ liberato. Ho avuto compassione di lei e ho pensato che doveva avere avuto qualcosa di tremendo nella vita, un casino tutto assieme. Un abbandono. Non un lutto vero e proprio. Qualcuno se ne era andato e lei provava una grande mancanza per quella persona. L’amore è orribile. L’amore ci ammazza quando rimaniamo soli. Non lascia testimoni.

“Il raggio verde” ha tutta una parte esoterica e fantastica che lo rende un po’ diverso dagli altri film di Rohmer. Delphine è superstiziosa e segue dei segnali. Trova carte da gioco in terra. A metà film le capita di nuovo e lei ammette con un’amica, che è una cosa che le succede da anni. La cosa buffa è che anche io, qui alla discarica ne trovo, qualche volta, di carte.

E c’è un racconto di Verne che le viene proposto in diverse occasioni, nel film. Ne sente parlare da alcune signore; un negozio in una delle località di vacanza dove prova a scappare, ha il titolo di quel racconto: “Il raggio verde”, appunto.
Non sapevo che ci fosse una leggenda del genere. L’ultimo raggio del sole è verde. Nel film spiegano fisicamente perché succede. È un fenomeno reale e spiegabilissimo. La parte misteriosa dice però, così come la mette anche Verne nel suo racconto, che se vedi il raggio verde sai finalmente cosa vuoi nel tuo profondo e capisci i sentimenti di chi ti sta accanto.
Non vi svelo niente su come finisce il film di Rohmer. La copertina del Corriere della sera vi racconta già tutto.