A volte, a sfogliare vecchi numeri di Metal Shock, nella sezione recensioni, mi sorprendo per la presenza di certi strani ceffi che con il metal non hanno mai avuto nulla a che fare. Per dire, mi domando quanti lettori della rivista nel 1993 siano corsi a comprare il nuovo disco di Tom Cochrane, oltretutto già vecchio di due anni. L’autore del pezzo, tale PC, non fa capire che si tratta di un album mainstream, assolutamente estraneo a certi estremismi del rock. Immaginate il lavoro medio di Billy Joel che batte cassa e classifica ogni tot di anni, di Chris Rea o Tom Petty, quella roba lì, capite? Ma vi dirò di più. Se ho pensato a qualcuno ascoltando “Mad Mad World”, stamani, è Larry Underwood, il personaggio di The Stand. Nel romanzo lui è una popstar che piazza un grande successo in classifica e inizia ad assaggiare soldi, fama e schizofrenia dovute al music business, e poi il mondo finisce per colpa di un raffreddore. Lui sopravvive ma non potrà portarsi dietro la sua tanto ambita veste da rockstar. Ho scritto prima popstar e ora rockstar, ma immagino che a un certo livello di fama e soldi, le due cose diventino una sola. Ecco, Larry è quel tipo, così come il nostro Tom Cochrane, ha sbancato all’inizio degli anni 90 e ancora siamo qui a scriverne.
Diciamo che la figura di Underwood, creata da Stephen King, si ripresenta da molti anni e probabilmente continuerà a spuntare per molti anni ancora, prima del raffreddore dell’esercito. Un uomo che fa roba commerciale, imbrocca il motivo giusto, il momento giusto e ci campa di rendita tutta la vita.
Sì, perché il brano di apertura di “Mad Mad World”, che si intitola “Life Is A Highway”, non solo valse milioni di copie vendute e una fracca di soldi per Tom, ma altrettanti gliene fece guadagnare ancora, quando nel 2006 i tipi della Pixar riesumarono il residuato pop-rock, per una nuova versione da mettere su Cars, cantata da Rascal Flatts.
Allora, intanto bisogna puntualizzare una cosa. Alle spalle di un uomo che raggiunge il successo, di solito c’è gente che sbraita, lo accusa, vorrebbe la sua testa. Sono coloro a cui ha dato nel culo per arrivare al traguardo. Solitamente le cose si mettono in questo modo. E mi viene da pensare a quanto potesse essere infelice il resto della band, i Red Rider, quando le canzoni che avevano scritto e suonato tutti insieme, le incisero per un disco dove compariva solo il nome del frontman: Tom Cochrane.
Tra lui e il gruppo pare non ci siano mai stati risentimenti per questa faccenda. Che volete, sono canadesi, hanno una testa a parte.
E in effetti, nella vita vera, Cochrane è uno che si è molto prodigato per i poveri, un brav’uomo. Ha trascorso anni nel terzo mondo.
“Life Is A Highway” inizialmente si chiamava “Love Is A Highway” ed era un abbozzo che non convinceva nessuno. Dopo un viaggio in Africa da cui Tom tornò in stato di profonda depressione per tutte le miserie con cui si era confrontato, usò quell’abbozzo come terapia riabilitativa. Dopo averci lavorato a lungo, era diventato “Life Is A Highway” e suonava che era una bellezza.
Era una canzone che Cochrane però non intendeva utilizzare in un disco. Ne aveva fatto un viaggio riabilitativo a ritroso per il proprio spirito creativo. La moglie poi ascoltò il pezzo e disse, “sei scemo?” e per scherzo ma neanche tanto lo minacciò che se non avesse pubblicato quel brano meraviglioso, lei avrebbe chiesto il divorzio.
“Life Is A Highway”, citato pure dai Griffin, è davvero capace di infondere un’energia positiva in chi lo ascolta. Io per esempio ho spazzolato il piazzale dell’ecocentro con almeno dieci minuti di scarto rispetto al solito, sulle note di quella canzone.
Diciamo che il resto del disco però lo percepisco più come una coda riempitiva di quel pezzo. Non ci sono altri brani alla stessa altezza. Sembrano dei frammenti pop-rock in una birreria americana durante un telefilm poliziesco, se riesco a spiegarmi.
Per la cronaca, i Red Rider furono una band nata ufficialmente alla fine degli anni 70 e in azione per tutta la decade successiva. In Canada avevano raggiunto un buon successo e anche negli Stati Uniti erano riusciti a piazzare un super singolo (“Lunatic Fringe”) ma era successo nel 1981 e da lì le cose non erano più andate bene negli U.S.A. Il mercato per cui l’etichetta voleva che ottenessero dei risultati era quello e la pressione intorno a loro diventò tale a metà anni 80, che a un certo punto i membri del gruppo sbroccarono e si menarono. Nella rissa finì mezza crew e la Capitol Records licenziò tutti quanti per via dell’accaduto. Se ne diedero tante ma non si ruppero. Come band non mollarono e si rilanciarono con ottimi risultati di vendite come Tom Cochrane & Red Rider, ma da lì iniziarono una transizione che portò infine, di fatto a sparire come gruppo e stringersi tutti intorno alla figura del singer.
Tom Cochrane fece uscire il disco “da solista” nel 1991 e fu un trionfo. Accanto a lui i Red Rider erano spacciati per turnisti al suo servizio. E con gli altri in line-up c’era anche un certo John Webster, tastierista e programmatore di grande talento che aveva già, con il suo “tocco dorato”, gestito i synth e il design generale per i Motley Crue di Dr. Feelgood e gli Aerosmith; il brano “Regrets” infatti noto che ha un arrangiamento vicino ai dischi della band di Perry e Tyler di quegli anni.
Non mi fraintendete, l’album è gradevole, a mano a mano che lo si ascolta: tutti i dischi rock del Canada sono generalmente dei figli di puttana che ti si infilano sotto le unghie. A tratti Tom Cochrane va deciso in territori AOR (“Washed Away”), ma è difficile almeno per me non appisolarmi prima della fine. L’album dura più di un’ora, dopotutto.

