Quando ho iniziato ad avere contezza di stare al mondo, più o meno fra i dieci e i quattordici anni, la parola “progressive” non sapevo proprio cosa fosse, musicalmente parlando. Penso di poter parlare a nome di tutti quelli nati alla fine degli anni Settanta; ricordate benissimo cosa impazzava all’epoca, quali linguaggi, usi, mode, trend la facevano da padrone. Valeva anche per il rock e il metal. Non solo avrei fatto fatica a trovare sul dizionario “la parola progressive”, o il suo equivalente in italiano, ma non mi sarei mai sognato di associarla alla musica o ai Genesis, che pure a quell’epoca impazzavano sotto ben altre premesse.
Nel metal si parlava di classic, glam o thrash. Di lì a poco sarebbe arrivato il death, toh, il grind ma oltre non si andava; l’AOR non era metal vero e proprio. Persino il concetto power metal sarebbe arrivato soltanto attorno al ’94, sulla necessità di dare un nome a tutto quel ben di Dio che la Germania stava partorendo in quegli anni con i Blind Guardian e i “nuovi” Rage o Running Wild.
Per i Queensryche si parlava semplicemente di metal, o di una band che trascendeva gusti e generi tanta era la classe che debordava. Un tizio che frequentava il mio stesso lido parlava di techno metal, ma era forse una roba tutta sua, o la voglia di farsi un bagno in più.
La svolta arrivò con i Dream Theater. Nessuno poteva pensare che quella band fuori da ogni logica avrebbe traviato le menti di intere generazioni e scatenato tic incurabili. “Images & Words” è ancora oggi uno di quei dischi che mi porterei su un’isola deserta e che non accenna a perdere un briciolo di fascino con gli anni, a dispetto di quei suoni a tratti posticci.
E’ lì che si inizia a parlare di progressive metal. Nulla di male e tutto sommato definizione abbastanza logica: i riferimenti stilistici erano chiari: i Rush, i Genesis, i Kansas, un po’ di Metallica, qualche melodia AOR sul primo disco, un po’ più pop nel secondo, e il mix è pronto, la formula è quasi matematica.
Tralasciando l’evoluzione artistica dei Dream Theater, per il bene di tutti, nessuno poteva pensare che quel momento avrebbe costituito uno spartiacque nel linguaggio e nella psiche del metallaro medio. Come ogni band che rompe le regole, sarebbero seguiti illustri epigoni e sterili fotocopie. Il problema è che da quel momento sarebbe stata tutta una gara a “chi la spara più grossa”.
Impossibile non tornare col pensiero all’ ”Hollywood Metal” dei Rhapsody o al “cinematic metal” di Luca Turilli, sdoganamento anticipato di una testosteronica tamarraggine figlia dei Manowar e anticipatrice delle tendenze odierne.
Sono arrivati lo stoner, il nu metal (scritto come i bimbi scemi americani, si diceva in Toscana), il metalcore, il djent, il math, più qualcos’altro che sicuramente mi sono perso, ma sono generi nuovi per cui nulla da dire.
E’ sull’uso della parola progressive che abbiamo tutti dato il peggio di noi. Già dopo i Dream Theater, sentire gli amici truzzi che utilizzavano questa parola per Fargetta e Gigi D’Agostino mi creava un senso di smarrimento. Non che avessimo noi rockettari il diritto di uso esclusivo sulla parola, ma l’associazione di idee era troppo fuori dagli schemi per un pischello come me.
Spinto dallo sdoganamento di quella parola mi ero tuffato a ritroso nella scoperta dei vari King Crimson, Gentle Giant, ELP e dei loro mondi impolverati sugli scaffali dei miei zii; dubito che gli amici impomatati abbiano fatto altrettanto.
Mangiata la foglia, il nuovo millennio avrebbe fornito ulteriori motivi di sconcerto, tutti peraltro provenienti da un mondo a me familiare. Per la serie, il nemico è sempre in casa.
Con la reunion dei Maiden di “Brave New World” molti fans non si ritrovano nella formula già elementare della band. Il mi-do-re in terzinato scatena angosce e senso di smarrimento. Ecco i che i Maiden diventano progressive. I pezzi sono più lunghi, è vero. Ma le note sono quelle, i controtempi di Nicko sempre gli stessi, abusati sin dagli anni di “Somewhere In Time”.
Ci sono gli arpeggini stracciapalle fatti col basso, sai che fantasia. E’ aumentato il minutaggio, ma la dilatazione dei pezzi è dettata dalla ripetitività di strofe e ritornelli. Gli assoli peraltro, sono spesso brutti e inutili. Un po’ limitata come definizione di progressive. Gli elementi di novità si concentrano in pochi pezzi, quando addirittura in frammenti. E’ mancato il coraggio alla band e qualcuno lo diceva già vent’anni fa.
Siccome il metal è da sempre un genere di serie B, almeno per la critica, ecco che il riferimento musicale colto diventa motivo di riscatto sociale per il suo popolo. Al punto tale di volerlo inserire anche quando non c’è.
Nonostante il genere sia stato riscoperto da oltre trent’anni, ancora si fa fatica a fare pace con la definizione di progressive. Non basta allungare la durata dei pezzi per essere prog. Altrimenti i Metallica odierni lo sarebbero. La discografia di Neil Young è letteralmente tappezzata di brani fra i sette e i nove-dieci minuti, spesso anche oltre; “Psychedelic Pill”, forse il suo ultimo disco degno di nota, uscito nel 2012, contiene un pezzo di mezz’ora, due di sedici minuti e uno di otto, più svariati altri fra i tre-quattro minuti di durata. Nessuno si è mai sognato per un attimo di accostarlo al concetto di progressive rock, neppure i suoi amici hippie incartati sotto il peggiore degli acidi.
Non andrò oltre con gli esempi. Lo spunto come sempre è arrivato dalla stalla, dove qualcuno, mi pare il Lotti, ha condiviso un evento legato a una band “brutal prog”. Lì sinceramente, mi sono caduti tutti gli attrezzi del mestiere, per cui diamoci una calmata, facciamo pace col vocabolario e piantiamola di voler stare sempre al centro dell’attenzione. Tanto se siete validi la vostra musica la venderete lo stesso.

