Mia madre aveva l’edicola, ero quindi un adolescenza fortunato, lo ammetto, mi evitava di spendere soldi in quel settore e destinarli ad altro. Io avevo quattordici anni e un accesso quotidiano, illimitato, spesso non sorvegliato a tutto quello che arrivava in pacchi legati con lo spago il martedì mattina. Spesso aiutavo a sistemare tutto, talvolta lavoravo direttamente io, dietro al bancone. Tra i giornaletti di moto, i quotidiani e i settimanali di gossip c’era sempre, infilato dentro: il filone “sporco”. Zora, Lando, qualche numero del Montatore. Li rubavo, anche se rubare i fumetti da tua madre è un concetto piuttosto controverso. Li sfilavo dal pacco prima che finissero esposti, e come un panino ripieno, li mettevo tra un Dylan Dog e un Martin Mystere visibili, per non destare sospetti. Li leggevo poi in luoghi appartati, e li rimettevo a posto come se niente fosse, con la stessa cura ossessiva di chi nasconde le prove di un reato che nessuno sta sospettando. Le pagine erano pulite, lo giuro.
Poi c’era il barbiere, che era un secondo fronte e funzionava su una logica diversa. Lì i fumetti non li rubavi, te li lasciavano leggere apertamente mentre aspettavi il turno, accanto alle riviste di motori e i calendarietti profumati con il pon pon di velluto bordeaux, in un patto tacito tra adulti che fingevano di non vedere un quattordicenne con il naso colante dentro Sukia. L’edicola era il crimine. Il barbiere era un porto franco. E in mezzo a questi due luoghi, uno mio e uno pubblico, ho costruito senza saperlo una mappa mentale che decenni dopo, sbirciando una copertina di power metal si è riaccesa tutta insieme. Ma procediamo per gradi.
Dal 1969 alla metà degli anni Ottanta l’Italia produce un filone di fumetti per adulti che oggi qualcuno liquiderebbe come pulp erotico horror da camionisti e che invece merita di essere preso sul serio almeno quanto un disco dei Rhapsody. Jacula, Zora, Sukia, Lucifera, Biancaneve, Messalina e una processione intera di sorelle minori. Editori come Edifumetto, Ediperiodici, SIE sfornano titoli su titoli con la stessa ricetta. Fantasmi, mostri, vampiri, ragazze belle. Ovviamente amplessi a palate, neologismi glottologicamente insuperabili e tanto kamasutra all’amatriciana. Punto. Non serviva altro e per quindici anni nessuno ha cambiato gli ingredienti perché reggevano benissimo.
Renzo Barbieri è il nome che torna sempre, l’editore che con Giorgio Cavedon mette in piedi questo impero pruriginoso con un istinto da catena di montaggio più che da bottega artigiana. Jacula nasce nel 1969 sulla scia del successo dei fumetti neri degli anni Sessanta, quelli coetanei di Diabolik, a cui viene aggiunta una buona dose di erotismo. Zora arriva nel 1972, disegnata con il viso di Catherine Deneuve perché anche il fumetto da edicola sapeva che la classe vende più del trash nudo e crudo. E poi Sukia, che secondo certe fonti dell’epoca aveva il volto di Ornella Muti, e che io infatti rubavo con una preferenza spiccata, lussuriosa, sulla quale non ho mai indagato troppo, ma che potete ben immaginare.
Ma Barbieri non si ferma al filone gotico. Lancia anche Lando, una serie umoristica per adulti che corre dal 1975 al 1986 e che diventa un classico da barbiere quanto Zora, forse di più. Il protagonista è un milanese del Giambellino, perdigiorno e spaccone, costruito apertamente sulle fattezze di Lando Buzzanca, l’attore che in quegli anni incarnava il donnaiolo italiano per eccellenza. In copertina, dopo la elle del nome, c’è disegnata una testa di gallo, perché la sobrietà non era proprio la cifra stilistica del genere. Sempre nello stesso universo nasce Il Montatore, che gioca sulla stessa fisionomia di Buzzanca con un titolo che da solo dice tutto quello che c’è da sapere sull’ambizione artistica e anatomica dell’operazione.
Eccoci al punto. Cosa c’entra tutto questo con il metal, e in particolare con il power e il metal sinfonico che, diciamocelo, spesso fa ridere quasi quanto Lando?
La vampira.
La vampira di questi fumetti non è un personaggio con un arco narrativo, dei dubbi morali, una crescita interiore. È un’icona fissa che si ripete identica per centinaia di numeri, immutabile come una statua di sale, e funziona proprio per questo. Jacula seduce, scopa, uccide, torna, seduce e scopa ancora. Non cambia mai e il lettore non vuole che cambi. Vuole l’iconografia, non la trama. È lo stesso identico meccanismo che regge mezzo power metal europeo: la guerriera in armatura cromata, la sacerdotessa col pugnale, la dea della notte coi capelli al vento su sfondo di luna piena. Non sono personaggi, piuttosto loghi antropomorfi. Si ripetono perché nessuno li vuole diversi, li pretende riconoscibili come un blasone araldico. Non ciulano, ma sicuramente qualche metallaro incel un bel pippone su quelle cover se lo è tirato. E qui sta la cosa che mi fa più ridere e insieme più pensare. Entrambi i generi prendono la stessa materia prima, gotico, vampirismo, mostro, erotismo represso, religione capovolta, e la trattano con un atteggiamento opposto e identico al tempo stesso. Opposto nella forma, perché il fumetto va dritto al corpo mentre il metal sinfonico lo veste, lo orchestra, gli mette il velluto sopra. Identico nella funzione, perché entrambi prendono un’ossessione che la cultura ufficiale considera bassa e la trasformano in rituale ripetibile. Rubavo Pompinella da sotto il bancone di mia madre con la stessa frenesia ormonale con cui qualche anno dopo compravo certi dischi che non avrei mai messo davanti a lei. Stessa vergogna, stessa fame. Solo che nel primo caso il negozio era suo e io ero il ladro, nel secondo il negozio non era mio e i soldi li dovevo spendere e il senso di colpa, incredibilmente, non cambiava di un grammo.
C’è poi una linea comica parallela che racconta ancora di più, secondo me, e quella è Lando. Perché lì il sesso non è gotico, non è vampirico, è proprio rivendicato come scemenza nazionalpopolare, milanese, da bar. Lando ha tre testicoli, vive al Bar Mario (altro che Ligabue!), passa la vita a inseguire ragazze con la determinazione e l’eleganza di un cane dietro una macchina. Non c’è trascendenza, non c’è mistero. C’è solo fame di stantuffare e sfacciataggine. Ecco, quella linea lì il metal non ce l’ha quasi mai; prende lo stesso impulso di Lando, lo stesso desiderio greve e immediato, e lo traveste sempre da qualcos’altro. Da epica, da mitologia, da viaggio dell’anima. Lando almeno non finge, vuole solo scopare e lo dice in copertina con un gallo disegnato sopra la elle.
E qui arriva il dettaglio editoriale che amo di più perché spiega tutto quello che penso di questi due mondi che li ha prodotti entrambi. Jacula vende benissimo per tutti gli anni Settanta, poi all’inizio degli Ottanta perde lettori, complice la perdita di freschezza delle storie e l’arrivo di cloni che ripropongono le stesse atmosfere fino alla nausea. Il genere muore per indigestione di se stesso, non per censura, anche se era sempre lì minacciosa sullo sfondo, pronta a sequestrare tutto. Stesso identico destino di certe ondate power metal. Estetica fortissima, riconoscibile, che esplode per qualche anno e poi implode per saturazione. Non muore di proibizionismo, ma finisce le variazioni possibili su un tema, che era già piccolo in partenza, e si congeda.
Ora però voglio essere onesto fino in fondo, perché l’elogio facile mi annoia. C’è una differenza grossa tra questi due mondi ed è una questione di consapevolezza. Il fumetto pulp italiano sapeva benissimo di essere basso. Nessuno a Edifumetto pensava di star facendo letteratura, e proprio per questo l’operazione resta pulita nella sua sfacciataggine. Il power metal no. A volte si crede arte e letteratura accademica alta mentre fa la stessa identica cosa, vampira più mostro più eros più orrore, solo con un’orchestra sopra e un libretto patinato che parla di viaggio iniziatico. Zora non finge di essere altro da una vampira sexy disegnata bene per dieci lire a tavola, che finirà tra le mani callose di un muratore, un autotrasportatore, un operaio.
Forse è per questo che, ricordandomi di genialate come “A Ischia si ciula e si fischia”, comprimari eccellenti come il Lardoso e testate mitologiche come il Tromba, queste pubblicazioni mi sembrano più vere di certi concept album patinati che fingono nobiltà d’animo e spiegoni filosofici da Accademia della Crusca, quando invece gli ideatori dovrebbero solo scaricarsi i testicoli, cosa che fa solo bene.

