LA FAVOLA PER SEMPRE (DI FARSI DEL MALE) – La FOMO (Fear of Missing Out) è l’ansia sociale di essere tagliati fuori o di perdersi esperienze ed eventi gratificanti che gli altri stanno vivendo. Spesso amplificata dall’uso dei social media, spinge le persone a un controllo compulsivo di notifiche e aggiornamenti per non rimanere escluse.
Diciamocelo subito, senza girarci troppo intorno: quello che è successo il 4 luglio a Tor Vergata non è un evento musicale. È un rito di massa travestito da concerto, e il fatto che 250.000 persone abbiano pagato per assistervi non lo rende meno imbarazzante semmai il contrario. I numeri, sì, parliamo dei numeri, tanto è l’unica cosa che conta.
Partiamo dai dati, perché è lì che si nasconde il vero contenuto artistico dell’operazione, visto che di musica ce n’è pochina. Il concerto di Ultimo a Tor Vergata ha registrato il maggior numero di biglietti venduti nella storia della musica italiana, con 250.000 spettatori paganti. L’incasso stimato sui soli biglietti si aggira intorno ai 16 milioni di euro, con un indotto per la città che supera i 90 milioni.
Numeri da Superbowl, presentati con la stessa retorica trionfalistica riservata di solito a un trattato di pace o a uno sbarco lunare. Ultimo ha superato i 225.000 spettatori di Vasco Rossi al Modena Park del 2017, e secondo alcune ricostruzioni giornalistiche si tratterebbe del secondo concerto a pagamento più partecipato di sempre a livello mondiale.
Bene. Applausi.
Ma la domanda che nessuno sui giornali generalisti ha il coraggio di porsi è: cosa significa davvero questo primato, a parte l’entusiasmo contabile? Significa che in Italia il record di affluenza per un evento musicale a pagamento appartiene, nell’ordine, a un rocker cinquantenne che canta di vita on the road e a un ventisettenne che scrive diari sentimentali per liceali col cuore infranto. Il genere non conta più niente. Conta solo il brand, l’identificazione tribale, la partecipazione come atto di fede.
San Basilio come mito fondativo, il marketing come liturgia – Il concept dell’evento “Il Raduno degli Ultimi”, una giornata per celebrare il cammino di un artista partito da zero è la summa perfetta di come si costruisce oggi una retorica pop in Italia: prendi un ragazzo di periferia, ci cuci sopra l’epica del riscatto sociale (San Basilio come le strade di Compton, con tutto il rispetto per le reali disparità economiche del quartiere), e trasformi ogni tuo fan in un piccolo protagonista della stessa favola. “Dalla parte degli Ultimi, per essere primi” uno slogan che suona come un manuale di auto-aiuto scritto da un ufficio marketing, non come un verso.
Il problema non è che Ultimo racconti la propria storia. Il problema è che quella storia è diventata un prodotto scalabile, esportabile, riproducibile ogni estate con incassi record, mentre il contenuto musicale resta fermo agli stessi tre accordi e alla stessa retorica sentimentale da terza media che va avanti dal 2018. Non è cinismo, è osservazione: quando il format supera il contenuto, quello che resta da vendere è l’appartenenza, non la canzone.
Il flash mob degli occhiali da alieno, ovvero l’infantilizzazione del pubblico come strategia di fidelizzazione – Poi c’è il dettaglio che da solo racconta tutto quello che c’è da sapere sul rapporto tra l’artista e il suo pubblico: durante la serata è prevista un’iniziativa coordinata dalle principali fanpage storiche di Ultimo, con l’invito a tutti i partecipanti di indossare occhiali verdi da alieno non appena partiranno le prime note del nuovo brano, richiamando un’estetica già vista nel videoclip ufficiale. Un flash mob visivo di 250.000 persone con gli occhialini verdi, organizzato dal basso (si fa per dire, perché dietro ogni fandom “spontaneo” di questa scala c’è sempre una regia) per colorare l’intera spianata.
È lo stesso meccanismo dei cori sincronizzati, delle magliette a tema, dei rituali collettivi che trasformano lo spettatore in comparsa e la fruizione musicale in partecipazione a un evento sportivo. Non è un giudizio morale sul pubblico, che ha tutto il diritto di divertirsi come vuole. È un giudizio sull’industria che ha capito, con lucidità quasi cinica, che il vero prodotto non è più la canzone: è l’esperienza di appartenenza a un corpo collettivo, venduta a peso di biglietto.
L’ospite, il non-ospite, e il romanticismo cannibale della scena romana – Sul palco è salito Fabrizio Moro, storicamente il primo a dare fiducia a un giovanissimo Ultimo, facendogli aprire i suoi concerti anni fa. Un gesto che diventa passaggio di testimone generazionale, ma che a guardarlo con un minimo di distacco è anche l’ennesima operazione di legittimazione: il cantautore romano “vero”, quello con la strada nelle canzoni, che benedice l’erede pop.
La scena cantautorale romana funziona così da sempre, un ecosistema di “padrinaggi” reciproci che si autoalimenta a colpi di featuring e di palchi condivisi. E poi c’è il giallo mediatico attorno ad Antonello Venditti, che aveva lasciato intendere in TV un possibile passaggio sul palco salvo essere smentito dai canali social dello stesso Ultimo. Un dettaglio minore, se vogliamo, ma perfetto per raccontare quanto ogni singola virgola di questo evento sia stata gestita come comunicazione, mai come cronaca musicale spontanea.
L’infrastruttura come spettacolo, la logistica come mitologia – La parte più surreale, se possibile, è la copertura giornalistica dedicata non alla musica ma alla macchina organizzativa: l’infrastruttura tecnica ha richiesto oltre 120 chilometri di cavi elettrici e oltre 500 bilici per il trasporto di materiali e attrezzature, mentre nell’area evento sono stati garantiti numerosi punti acqua gratuiti da un bacino di oltre 20 cisterne e 2.000 bagni chimici.
Le metropolitane di Roma restano aperte tutta la notte, i biglietti diventano gratuiti al ritorno, si parla di navette e geolocalizzazione dei parcheggi come se si stesse organizzando un G7, non un concerto pop. Non sto dicendo che l’organizzazione non fosse necessaria, con 250.000 persone in un solo posto la sicurezza è sacrosanta.
Sto dicendo che il vero storytelling mediatico dell’evento si è spostato tutto lì, sulla logistica, sui bagni chimici e sui bilici, perché di contenuto artistico da raccontare, alla fine, ce n’era davvero poco. La stampa italiana ha coperto per settimane orari di navetta e piani parcheggio con lo stesso zelo che riserverebbe a un’inchiesta giudiziaria. Il concerto come infrastruttura civica, altro che evento musicale.
Conclusione: cosa resta, oltre ai bagni chimici – Quello che resta, spogliato di ogni retorica, è un fenomeno sociologico più interessante del suo oggetto: un Paese che ha bisogno disperato di raduni collettivi, di storie di riscatto facili da masticare, di rituali condivisi in un’epoca in cui tutto il resto è frammentazione algoritmica.
Ultimo non ha inventato niente di tutto questo, ha semplicemente occupato con efficienza chirurgica lo spazio lasciato libero da un’industria discografica che da anni non produce più eventi, ma solo prodotti di consumo collettivo mascherati da concerti. 250.000 persone con gli occhialini verdi in mano non cantano una canzone.
Celebrano se stesse.
E quella, altro che favola, è la vera storia che nessuno vuole raccontare.
Post scriptum: il Komandante non ci sta – E infatti, puntuale come la ruggine sulla lamiera, arriva la contromossa. Vasco Rossi, che si era complimentato pubblicamente con Ultimo definendo ogni record “fatto per essere battuto”, ha subito rilanciato: nel 2027, per i suoi 50 anni di carriera, punta a una residency da dieci date consecutive all’Olimpico di Roma con oltre 500.000 spettatori complessivi, altro che singolo evento-monstre. “Stiamo cercando il locale”, ha scritto, con quel misto di understatement rock e megalomania da mezzo secolo di stadi pieni che solo lui si può permettere.
Il messaggio, va detto, è più interessante del gesto in sé: Vasco ricorda le paure del 2017 (attentati, sicurezza, “una follia… una sfida… sconsigliabile”) per poi ribadire che quella sera non avevano vinto i numeri, ma “l’amore sopra la paura”. Genuino o no che sia, il framing è comunque diverso da quello di Ultimo: non un raduno-celebrazione di sé, ma un’escalation dichiarata, competitiva, quasi sportiva. La logica del record che deve sempre essere ribattuto, però, resta identica cambia solo il generale, non la guerra.
E la vera domanda, tra un anno, sarà se anche mezzo milione di spettatori sapranno dirci qualcosa sulla musica, o saremo punto e daccapo a parlare di bagni chimici, cisterne d’acqua e piani di viabilità. Intanto il Kom si kom-plimenta e si fa la punta al cazzo!!!

