Therapy? – Il grande bluff (o quasi) dell’alternative metal

A volte bisogna semplicemente ammetterlo, io con questa band non c’ho mai azzeccato niente. Li ho ascoltati, ho provato a comprenderli, a farmeli addirittura piacere, perché in fondo nutrivo una certa simpatia istintiva per il volto cicciottello di Andy Cairns, quindi sono stato ben disposto nei loro confronti, ma la verità è che non mi hanno mai fatto impazzire. E non so bene se in Italia, il pubblico si sia davvero soffermato in numero consistente su di loro o li abbia subiti, come chissà, la Dave Matthews Band o i Placebo.

Erano uno di quei gruppi che giravano molto all’inizio degli anni 90. Te li ritrovavi ai festival generalisti e anche puntuali sulle riviste specializzate di metal e hard rock ogni volta che usciva un nuovo album. Non lo sono mai stati, metal ma questo lascia il tempo che trova.

I Therapy? avevano, almeno al tempo di “Nurse”, quando passarono a una major, un approccio depressivo e caustico vicino ai Nirvana. Bisognerebbe fare una conta di tutti quei gruppi che finirono nel calderone promozionale delle grandi etichette solo perché somigliavano vagamente alla roba di Seattle. Per questi tre irlandesini, possiamo parlare di Bob Marley e Al Jourgensen, di Kurt Cobain e dei Clash in una colla sciropposa; di sicuro erano più punk di Offspring e Green Day, però con l’alternative-grunge c’entravano poco e niente. Approfittarono di un vento involontariamente favorevole e furono spinti in alto.

Il mood di un disco come “Nurse” è ottimo per quei primi, plumbei anni 90, quando i capelli si tagliavano sempre più corti e al massimo si coloravano di blu, verde o arancione. C’era un blando nichilismo verso tutto, ogni cosa perdeva di contenuto e diventava contenitore, al punto che quando parte il violino sul cadenzoso disperato stomp di “Gone”, uno non pensa a dei veri violini che intonano una melodia, ma al violino come concetto sonoro, buttato lì, per fare dramma e sintesi, con quell’approcciante assemblaggio di elementi disparati del fottuto postmodernismo.

Quando ero adolescente ho guardato il mondo da dietro la cascata di note di qualche arpeggio malinconico come quelli di “Disgracelands” (molto bella) e mi sono rimirato l’ombelico del mio schizonismo interiore con il tric-trac sperimentale di “Teethgrinder” ma ora che non sono più un ragazzino problematico ma un adulto problematico, tornare a certe atmosfere esistenzialiste del rock e pop di inizio anni 90, mi porta a sdrammatizzarlo un po’, a sfoltire la coltre di foglie cadenti che coprivano quell’andazzo così dimesso e melanconico del rock “semplicemente complicato” di allora, sensuale e paraculo, con cui sono comunque cresciuto.

“Nurse” è un buon album e giustamente portò soldi e fama ai Therapy?. A riascoltarlo noto un innegabile valanga di energia e quel senso di sicurezza spavaldo, esagerato, di chi sa cosa sta facendo, anche se non è lui a dover tirare fuori definizioni per classificarlo e metterlo su uno scompartimento del negozio. Ebbene, a un certo punto, tutto questo al simpatico Cairns è sfuggito di mano e il resto è diventato un routinario eclissarsi verso il dimenticatoio.

Ma c’è da stupirsi e da dolersi che la cosa non potesse funzionare oltre la soglia del vecchio millennio? Prendete “Deep Sleep”, con il basso che rulla una preghiera al dio dub, mentre sopra la chitarra ci sfringhuella armonici sinistri, è ovvio che non si vuole cambiare il mondo con quel molosso, lo si vuole solo spingere in piedi e farlo passeggiare sulla sognante città, così da lasciare macerie da rimirare per qualche minuto e poi passare a un nuovo esperimento già fatto.