Dal retro di copertina della VHS di “La Bonne”: Vicenza anni ’50: noiosa la vita di Anna (Florence Guierin). Un’esistenza infelice spesa tra un marito avvocato e una suocera ammalata e lamentosa. Sarà Angela (Katrine Michelsen) a indicarle la via verso la perdizione. La ragazza di campagna infatti prima diviene domestica poi amica intima, quindi amante. Salvatore Samperi si ispira alla “serva” di Jean Genet, realizzando un film dove la tensione di una sessualità repressa sfocia in un fiume di passioni e torbidi segreti.
Salvatore Samperi a proposito di “La Bonne” (che si può tradurre come La serva) ha detto di essersi scontrato con la produzione in merito a “logiche moderne” che non condivideva. Non so quali fossero. A distanza di 30 anni e passa, quello che per lui era il nuovo con cui un cineasta fuori tempo doveva sottomettersi si sovrappone a quello che ancora lui rappresentava per gli spettatori del “miracolo italiano” e tutto diventa la stessa formetta di cacio.
Non sto paragonando al formaggio questa VHS con la cornice rossa, appena liberata dal cellophane, uscita per la collana de “i classici dell’erotismo” dell’Espresso. Me la giro tra le mani, la annuso prima di inserirla nel vecchio videoregistratore ancora funzionante che ho salvato dal macero. Essa fonde sul medesimo nastro un progetto rivelatosi fallimentare da tutti i punti di vista e di cui questa contrapposizione tra vecchio cinema e “nuovo” cinema non si percepisce più.
Almeno per me.
La critica recente ha rivalutato anche i lavori meno riusciti di Samperi incluso “La Bonne” e “Malizia 2000”. Quella di allora lo macellò, ma almeno una parte dei recensori salvarono dalla stroncatura le musiche, invero piuttosto chiassose e standardizzate di Riz Ortolani, e difesero il buon gusto del regista, che nonostante le scene di nudo, di sesso e di quella che oggi sarebbe giudicata violenza ma che fino ai primi anni 90 era vista come gli estremismi del gioco seduttivo, lui non concede comunque nulla al triviale, cosa atipica per quegli anni di Colpo Grosso, Drive-In e Boncompagni.
Nonostante tutto questo, io trovo La Bonne insalvabile da qualsiasi punto di vista. Risparmio all’oblio le terga delle protagoniste, davvero magnifiche e rese in modo notevole dalla messa in scena “elegante” e “arrapante” del vecchio volpone Samperi.
Stiamo parlando di uno degli autori cinematografici più sottovalutati e rappresentativi del cinema italiano. Non pensiate che io non ami il suo cinema. “Malizia” e “Uccidete il vitello grasso e arrostitelo” sono due film della mia vita, ma è innegabile che arrivati a questo punto della sua filmografia, Samperi avesse perso fiducia, determinazione, ispirazione e vigore.
Del resto ci vuole il cazzo affamato per girare un cinema erotico pungente e destabilizzante, specie se farcito di implicazioni politiche e sociali. La Bonne non me lo fa rizzare mai, a parte il finale, quello è potente.
Tornando agli anni 80, è innegabile che si stesse assistendo alla morte in diretta del cinema italiano dopo decenni di trionfi e di capolavori. I thriller di Argento, gli horror di Fulci e gli erotici di Samperi e Brass mostravano quanto non fosse più possibile tirare avanti per quella strada e andasse ridefinita tutta una messa in scena, un linguaggio che ormai i cineasti nostrani avevano perduto.
Attori troppo belli per i nuovi standard “realistici”. Attori troppo stranieri e con la voce troppo doppiata. Inflessioni dialettali relegate alle macchiette di contorno, che poi di solito erano caratteristi con i coglioni grossi così, doppiati da attori di teatro e di cinema.
Personaggi sempre più ritagliati e staccati dal contesto storico in cui li si calava. Gli anni 50 di “La Bonne” con la politica comunale meschina, i figli di papà delinquenti, il dialogo a compartimenti stagni della classe piccolo-borghese, la media-società pavida e lasciva ormai nelle mani plasmanti di Mike Bongiorno, tutto questo è presente, ma non pugna. Il film è ambientato nel 1956, e come mi suggerisce l’intelligenza artificiale, non è un anno casuale: è quello del debutto della Fiat 600 e del boom di Lascia o raddoppia? Confesso che per me, è solo l’anno in cui è nata mia madre e c’è stata la nevicata della canzone di Venditti.
Interessante lo scorcio dei villici, nella tenuta di campagna, con la scena finale delle due donne che se la menano guardando il proprio ritratto sullo specchio d’acqua dello stagno, nel podere operoso. La signora scontenta è lì che evade dalla noia della vita domestica, lontana da un marito ricco, avvocato stimato e progressista che però non se la ciula; con le orecchie a riposo dalla suocera lagnosa e sospettosa. Eccola lì per un giorno che si gode l’ambiente “nobile” e sereno della sua servetta. Quello scorcio campagnolo è per me dove si incontra il cinema di Avati e quello di Samperi. Immaginate due vagoni della metro che si incrociano andando in direzioni opposte.
Mentre il primo, Avati, realizza negli anni 80 il suo cinema più ispirato e godibile, partendo dalla bassa, dai poderi, dalla memoria, dal costume, con i cascinali, le ville padronali, le lontananze, il jazzino di provincia, ma anche le oscure superstizioni e la magia del sogno, Samperi si trascina negli stessi filari, ma vi annaspa ancora una volta con i suoi dualismi servo-padrone vecchi di vent’anni, bloccato al solito duello tra istinti carnali del crogiolo borghese versus la libertà animalesca (e un po’ fantasticata) dei contadini pasoliniani che ancora fuori da certe moralità perbeniste, si godono la carne al sicuro tra i vitigni appiccicosi e intorno agli umidi e odorosi cumuli di letame.
Ho l’impressione che anche Samperi in “La Bonne” stesse raccontando il proprio passato di fanciulletto, ma che non l’abbia fatto con la stessa pacca creativa di Avati. Si tratta di un passato in cui il regista è ancora in conflitto e non un luogo di ristoro dalla modernità in cui rievocare le streghe e gli amorini perduti.
Salvatore sembra collassare sotto il peso di “Malizia”, Pupi nei secondi anni 80 crea ferocemente un genere tutto suo. C’è un’altra scena di “La Bonne” che si incrocia con l’universo di Avati: quando la protagonista affannata scende a cercare Angela e si ritrova nella stessa cantina di Paolo Zeder.
La scena del gioco seduttivo con la benda sugli occhi porta al classico duello samperiano in cui l’ipocrisia crepa nella veemenza spergiurante dell’urlo supplice e orgasmico, sotto gli occhi compiaciuti e aguzzini della servitù. La società è divisa in classi sociali negli anni 50 e il sesso, così come ogni altro aspetto dell’esistenza, si vivono in modi differenti. Per questo dicevo che il finale è possente. Le due ragazze sono entrambe possedute da un farmacista cocainomane di mezza età. Lui eiacula nel corpo di entrambe. Quando lo fa in quello della serva, lei per la prima volta perde la posizione di controllo e rimane travolta sotto i colpi lombari dell’arraposo farmacista. La padrona che ancora sente colare il seme dell’uomo tra le gambe, è lì che la rassicura e la consola, credendola vergine e spaventata dal dolore della penetrazione.
Il giorno dopo l’orgia, la strada delle due rivali/amanti/complici si divide per motivi sociali: la serva è licenziata e sostituita, la padrona, anche se ha in corpo il figlio di un altro, è vezzeggiata e trattata in guanti bianchi dal marito, convinto che sia figlio suo.
“La Bonne”, per oscure ragioni distributive e di costume, è stato fino a pochi anni fa, uno dei film più presenti nelle case degli italiani. Ancora oggi arrivano in discarica (una piccola discarica di provincia) una copia al mese di questo film. Non perché sia stato un successo epocale come “La Chiave”. I film di Samperi, di Brass e degli altri autori “erotisti” non raggiungevano più risultati altissimi al cinema. Rinascevano economicamente con l’arrivo sul mercato home video e poi sui palinsesti televisivi.
Grazie poi alla suddetta collana de “I classici dell’erotismo” de L’espresso, “La bonne” in particolare è diventata per tutti gli anni 90 e parte dei 2000, un soprammobile in molte case, specie quelle di gente che ormai ha una certa età e continua a tener roba inutile, tipo le vecchie VHS.
Negli anni 90, la collana de L’espresso diventò un valido surrogato delle riviste porno e dei filmetti sozzi. Mi domando quanta gente abbia eiaculato a margine di “La bonne”. Non credo sia stata molta. L’attrice protagonista si chiama Florence Guérin e in abiti d’epoca non è granché. Nuda è davvero irresistibile quanto la Penelope Cruz di Bigas Luna.

