Prima o poi credo proprio che dedicherò uno speciale di approfondimento ai The God Machine. Per ora ne sto scrivendo in modo occasionale, via via che mi imbatto in un loro vecchio disco. Non che abbiano avuto vita lunga. Erano tre transfughi di San Diego. Uscirono da un gruppo di nome Society Line e si diressero a New York. Poi successe qualcosa di poco chiaro e si ritrovarono tutti e tre a Londra, dove vissero di merda, nell’indigenza per mesi, prima di riuscire a riguadagnare una stabilità e dare il via a questo nuovo progetto in cui infilare tutto il male e il dolore della terra nella macchina musicale.
Io ho già scritto del loro secondo album, ma è la prima volta che ascolto il disco d’esordio, “Scenes From The Second Storey”, lavoro ambizioso e senza compromessi che spinge oltre i 70 minuti una serie di composizioni molto evocative, ostili, rassegnate o dissacranti, tra rock alternativo strappacapelli e tergiversazioni psichedeliche che per un po’ fanno passare il gruppo come una versione lugubre dei Jane’s Addiction, come scrive un recensore su un Metal Shock del 1993, ma questo solo per chi si sofferma alle prime battute della selvaggia “She Said” o della cruda “Dream Machine” con cui si apre l’album, introdotta dalla citazione di Paul Bowles tratta dal “Té nel deserto” bertolucciano (quella usata anche in “Souls At Zero” dai Neurosis).
L’album parte sì forte, feroce, diretto, ma non è tutto lì. A mano a mano che si va avanti aumentano le digressioni, fino a perdersi in composizioni impressioniste piuttosto estenuanti, come la lunga traversata di “Seven” e la struggevole decadenza di “Purity”, in cui il cascame esistenziale dei violini provoca crepe di romanticismo dark da cui far entrare una bocca famelica di luce e urla.
Non se li filò quasi nessuno quando uscirono. Continuarono a non cagarli dopo essere tornati sul mercato con il secondo disco. Li archiviarono presto dopo che si arresero alla tragedia della vita. Gli anni 90 erano pieni di band creative e “strane”; bisogna ammettere che The God Machine erano un po’ difficili da digerire e molto meno carismatici di Ministry o Warrior Soul. Questo loro primo disco sfruttò la capienza del CD e uscì integrale in tutta la sua durata mastodontica, nonostante l’etichetta che li pubblicò avesse provato a fargli tagliare qui e là qualche brano.
“Scenes From The Second Storey” è perfetto per una gita in ospedale, l’oscurità puzza di antisettico. Il silenzio tra i pezzi è pregno della pace dei malati. Ascoltateli con i testi davanti (“The Blind Man” è poesia pura su un arpeggio mesto); ripetete le frasi tre o quattro volte prima di chiudere gli occhi e abbandonarvi alla musica; continueranno loro il mantra al posto vostro, calandovelo come una bara nella buca di angoscia che avete in mezzo al petto. La musica di The God Machine insegna che la purezza dei giusti è al fondo della disperazione più marcia.
Ah, l’incipit di “Home”, che per il recensore di Metal Shock inizia come “Il Pippero” di Elio e le storie tese, è vero, parte esattamente con lo stesso Coro delle voci bulgare, ma dopo fa pensare a qualcosa a un grosso palazzo demolito a testate da una folla inferocita.

