Sacred Reich – “Independent” fu il sogno Disney della musica cattiva?

Non sono mai stato un grande ascoltatore dei Sacred Reich. Ammetto che per molti anni li ho praticamente ignorati. Ho iniziato a sentire metal quando ormai la scena della Bay Area era al collasso e i gruppi thrash più rappresentativi, seguendo l’esempio dei Metallica e facendosi influenzare da Sepultura, Pantera e Alice In Chains, rallentavano i ritmi e sceglievano strutture più lineari e asciutte. Al contrario della maggior parte dei grandi amanti del metal anni 80, io vissi quella specie di metamorfosi (in gran parte abortita), con la giusta apertura mentale di chi era appena arrivato e non si aspettava nulla di preciso. Avevo scoperto a ritroso e recuperato i Testament di “The New Order”, “Master Of Puppets” e “Ride The Ligthining” di chi sapete voi, “Reign In Blood”, poi gli Overkill di “The Year Of Decay” e me li godevo tutti, ma di fronte al “tradimento” di queste band io ero ancora troppo fresco per indignarmi. Questa nota biografico è per dirvi che amo ancora oggi sia “Bonded By Blood” che “Force Of Habit” degli Exodus, così come ho nel cuore “I Hear Black” degli Overkill insieme a “Under The Influence”. E probabilmente non avrei fatto una grinza se avessi conosciuto i Sacred Reich in quello stesso periodo.

Nel 1993 infatti uscirono con l’album della discordia, “Independent”, che può essere messo nella stessa terra di mezzo a cavallo tra il 1992 e il 1994. Queste povere band thrash, dopo aver raggiunto grandi risultati di vendita sul finire degli anni 80, tentavano il doppio salto carpiato con scappellamento a destra, sperando di salire in cima alle classifiche come era accaduto ai Metallica.

A dire il vero oggi, sapendo tutto quello che sappiamo, capiamo subito che era impossibile per gli Exodus di “Impact Is Imminent” o gli Anthrax di “Persistence Of Time” arrivare agli stessi risultati del “Black Album”. I Metallica avevano preparato con grande intelligenza e lungimiranza il terreno per quell’exploit che li trasformò negli ormai incontenibili METALLEEECAAA.

Nel 1988 e 89 erano andati in giro a suonare ovunque, fino quasi al crollo nervoso e per il nuovo album avevano coinvolto un produttore molto in voga nel circuito glam metal e su cui nessuna band del thrash, inclusi i Megadeth, avrebbe mai pensati di farsi guidare. Con l’aiuto essenziale di Bob Rock, i Metallica realizzarono la nuova versione in soldoni del “rock cattivo” acchiappa-famiglie.

E non dimentichiamoci che avevano infilato nella scaletta del loro più grande best-seller, una ballata vera e propria.

Non un pezzo che iniziava lento e poi diventava una bolgia violenta (tipo “One”, “Fade To Black”, “Sanitarium”) ma proprio una canzone da strimpellare sulla spiaggia davanti al fuoco e gli spiedini di mashmellow. E erano stati i primi a farlo, sfondando con una sola, gigantesca spallata, dopo una estenuante rincorsa, tutte le porte possibili tra il metal e il resto del mondo.

Se guardiamo come si erano regolati Overkill, Exodus o Testament nello stesso periodo storico di ascesa dei Metallica, vale a dire tra il 1986-1988, ci rendiamo conto che quei gruppi, a parte la strategia “disco-tour-disco e tanto pensa a tutto l’etichetta”, non avevano organizzato niente di speciale. Credevano di trovarsi sul nastro giusto e che bastava lavorare a testa bassa per giungere tutti felici allo stesso punto.

Ecco quindi che Anthrax e tanti altri, alle soglie del nuovo decennio, dopo l’esplosione tonante di quattro brutti ceffi come loro, schizzati verso le alte stanze dorate dell’Impero, si ritrovarono da piedi al palazzo spompati, esauriti, sporchi ma convinti che sarebbe bastato fare un album simile a quello nero dei Metallica, su per giù, per accedere anche loro allo stesso ascensore stratosferico, e salire lassù, tutti insieme aggrappati alla coda del pachiderma di Hetfield e Ulrich.

Sbagliato di brutto.

I Sacred Reich fecero come tutti gli altri. Dopo una serie di lavori thrash usciti per la Metal Blade e apprezzati dai patiti del genere, firmarono un contrattone con la Hollywood Records, (di proprietà della Disney) e di colpo convertirono lo stile musicale a una via di mezzo tra Black Album + Pantera del periodo “Cowboys From Hell”, riducendo all’osso il comparto dei riff e puntando moltissimo sulla melodia.

Il risultato, come scrisse al tempo Stefano Karakotch su Metal Shock, era qualcosa che non si poteva nemmeno più definire thrash ma un heavy metal molto simile a quello dei “poveri” Armored Saint. Sì, perché in quegli anni il gruppo di Bush era finito male e lo si accompagnava a ogni citazione con un aggettivo triste e fatidico.

Non è un caso che ci fosse questa somiglianza, in alcuni momenti la riconosco anche io. Ma con la versione dei Saint di “Symbol Of Salvation”, che guarda caso era stato prodotto, così come “Independent”, sempre da Dave Jerden, non credo sia un caso.

Jerden, pace all’anima sua dal 2025, all’inizio degli anni 90 era molto richiesto in ambito metal, perché aveva prodotto “Dirt” degli Alice In Chains. E oltre a “Independent”, sempre nel 1993, Dave stava aiutando gli Anthrax e il cantante John Bush, a trovare una nuova quadra con “Sound Of White Noise”.

Le critiche rivolte ai Sacred Reich da parte di fan furono ingenerose. Con quel disco erano molto cambiati e la loro progressione si assommava a quella di tanti altri nomi del thrash, producendo un senso di frustrazione sempre maggiore da parte del pubblico innamorato di quelle combinazioni frastagliate di riff e ritmiche esasperate. “Pure voi smettete di combattere!” sembravano urlare i kids.

I Sacred Reich  risposero piccati. Si sentivano stanchi delle solite dinamiche forsennate di un genere sfiancante. E poi sapete che c’era: all’inizio degli anni 90 non esisteva ancora la cosiddetta retorica trueista o dell’old school. Sarebbe nata in seguito per contrapporsi a questa tendenza verso il cambiamento delle band heavy.

Stavano venendo fuori cose diverse nel 1991-1992: il grunge non era solo una parola alla moda. Alcuni di quei gruppi come Soundgarden o Alice In Chains, stavano aiutando le band metalliche a ritrovare le radici degli anni 70, sia nel modo di comporre una canzone che nel sound più diretto. Le spingevano con l’esempio a fare i conti con se stesse, a parlare dell’esistenza vera, della difficoltà di gestire le emozioni, del drogarsi per sfuggire al vuoto interiore. Per dei ragazzi di venticinque, ventotto anni come i Reich, quindi, non c’era nulla di male a firmare un contratto più vantaggioso con una grossa label, dopo tanto sgobbare su un furgone, e nemmeno ad alzare il tiro creando una musica che non spaventasse i gatti dei vicini, ma spingesse le persone a superare le apparenze, ascoltando e comprendendo le parole, così da suscitare perché no, una riflessione.

“Independent” è soprattutto questo, oggi che lo risento. Si poteva accusare il gruppo di essersi allontanato dall’energia dei dischi precedenti e di provare un approccio più accessibile, ma è innegabile che in canzoni come la title-track o “Just Like That”, la rabbia non era venuta meno e neanche l’ispirazione del riff giusto “…Crawling”.

Le parole di Phil Rind, sempre intelligenti e schiette, continuavano a voler colpire al cuore il pubblico, spingere verso un riscatto, lavando persino via le lacrime davanti a tutti. Il “lento” che per qualcuno fu soltanto il tentativo dei Sacred Reich di scrivere la propria “Nothing Else Matter”, vale a dire “I Never Said Goodbye” credo resti una delle più schiette e accorate confessioni di un uomo davanti al mondo. Chiunque può aggrapparsi a quel pezzo ogni volta che si ritrova frastornato a farsi una ragione della perdita improvvisa di una persona importante e non aver avuto neanche modo di dirle addio.

Inoltre, bisogna riconoscere, sempre a posteriori, quanto volle dire per i Sacred Reich ritrovarsi con un batterista come Dave McClain, (poi nei Machine Head). Di certo il suo stile e le sue idee influenzarono il percorso dei Sacred Reich, almeno nel solo disco in cui la band si autorizzò a fare qualcosa di davvero diverso. A quanto ne so infatti, già dal successivo “Heal”, ci fu un parziale ritorno al thrash e scommetto tutte le mie VHS che da lì in poi, il gruppo ricacciò la testa sotto la calda e confortevole zolla del thrash metal, senza più tirarla fuori per cercare nuove strade espressive.

L’accusa di essersi “svenduti” era legata al passaggio alla Hollywood Records (come se Overkill o Testament in scuderia con l’Atlantic fossero ancora fideizzati all’underground). Come successe a molti altri gruppi metal, per i Reich passare da una piccola ma solida realtà come la Metal Blade a una multinazionale generalista che desiderava fare due spicci con la “musica cattiva”, fu un disastro. La band vide senza dubbio qualche soldo. Dave Jerden non lavorò con loro perché erano simpatici, rinunciando alle richieste di decine di nomi grossi desiderosi di collaborare con lui. Grazie alla Disney si garantirono un passaggio costante su Headbanger’s Ball del 1993, cosa che offri loro la possibilità di fare tour di livello, ma quanto a convincere il pubblico a comprare “Independent” e soprattutto a farglielo trovare, la Hollywood Records diede prova di grande inadeguatezza.

E infatti appena possibile, nonostante gli slanci difensivisti sulle proprie posizioni rilasciati a riviste e fan, le tirate sulla necessità di evolversi e di crescere, di essere stanchi del thrash, ormai così monotono e noioso, i Sacred Reich tornarono in fretta alla casa madre di Brian Slagel e tentarono di ripartire da lì.