Quando lo scorso ottobre uscì il nuovo album dei Coroner, “Dissonance Theory”, ci fu una certa fibrillazione nella Stalla, l’idea era che venisse confezionato un articolo sulla band. Tra i papabili c’era il sottoscritto ma in diversi sarebbero stati titolatissimi a scriverne uno. Padre Cavallo suggerì anche l’ipotesi di non dover necessariamente battere il ferro caldo, ma di lasciar sedimentare l’ascolto dell’album per poi svilupparci una riflessione sopra. Tutti in quelle settimane avrebbero scritto di “Dissonance Theory”, quindi l’ansia di far parte del flusso avrebbe potuto fiaccare la bontà del pezzo; certo, così facendo si sarebbe perso il gancio, il traino della nuova uscita, ma non era affatto detto che ciò dovesse essere un male, anzi, molte cose estemporanee spesso hanno la sola qualità di essere estemporanee, se di qualità si tratta. Col passare dei mesi nessuno ha presentato delle righe sui Coroner ed eccomi qua a scriverne qualcuna per il puro piacere di farlo. La mia necessità non è quella di parlare strettamente di “Dissonance Theory” (anche se lo farò), e nemmeno di fare una pedante retrospettiva di carriera sulla band a partire da come e quando si sono formati i Coroner, che lavoro facesse la madre di Ronald Broder (aka Ron Royce) o di che colore fosse la prima batteria di Markus Edelmann (aka Marquis Marky). Io i Coroner li ho amati da subito e li ho amati sempre, non ho dovuto aspettare “Dissonance Theory” per accorgermi di loro, e nemmeno “Mental Vortex”, da molti ritenuto il climax della band. C’ero già prima, convintamente schierato con gli elvetici, convintissimo che fossero sul podio del thrash mondiale, certamente su quello mio personale (assieme a Nuclear Assault e Annihilator). Dunque ho solo avuto conferme, e in parte mi sono un po’ stupito e persino vagamente infastidito per questa scoperta tardiva, questa attribuzione di sangue nobile così lenta e intempestiva. Ci hanno messo 30 e passa anni i Coroner per venire riconosciuti, evidentemente perché tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90 la gente era troppo affaccendata con nomi pesanti come quelli dei Metallica, Slayer, Megadeth, Anthrax, Testament, Exodus, etc, per accorgersi di loro. La verità è che (fino a “Dissonance Theory”) sono sempre stati considerati delle seconde linee, anche se oggi se ne parla come di conti e marchesi della classe gentilizia Mitteleuropea.
A me interessa enucleare alcuni punti chiave dell’universo Coroner per spiegare cosa li ha resi da subito interessanti ed imperdibili ai miei occhi. In un fazzoletto di anni, poco più di un lustro, la band pubblica cinque album, segno di una creatività furiosa e vulcanica, poi una compilation celebrativa (ma alla maniera dei Coroner, cioè piena di inediti, cover e chicche varie), quindi il silenzio discografico. Enorme. Trentuno anni di nero. Tecnicamente non si sono mai sciolti, hanno continuato a suonare live a fasi alterne ma nuove pubblicazioni zero. Finché, con una formazione orfana di Edelmann e integrata da Diego Rapacchietti (che io avevo conosciuto con gli ottimi 69 Chambers di Tommy Vetterli e di sua moglie Nina), spunta dal nulla “Dissonance Theory”. L’album viene accolto magnificamente, non una sola critica negativa, anzi si arriva al parossismo opposto e contrario, lodi sperticate, patenti auree di eccellenza, corone di alloro apposte sulle teste dei tre cavalieri di Helvetia. Verrebbe quasi da chiedere, dove eravate quando i Coroner pubblicavano “No More Color”? Cito quell’album perché per me è una ferita aperta, è quello che potrei definire il mio preferito della band, posto che questo tipo di classifiche con i Coroner ha davvero poco senso, trattandosi di un rarissimo caso di gruppo che non solo non ha pubblicato lavori scadenti o mediocri in carriera, ma dal primo all’ultimo si può parlare di ottime realese se non di capolavori conclamati. “No More Color” è un album ostico, un groviglio di pece nera, nichilismo, spine di rosa (nera) e afflizione. È ricco, articolato, intricato ma attenzione, mai cervellotico. Cervellotici sono i Dream Theater (soprattutto quelli dei 2000), i Meshuggah, i Nile, i Lorna Shore, i Gigan; i Coroner erano (e sono) più una sorta di intellettuali del thrash, andrebbe coniato appositamente per loro il termine di Adult Oriented Thrash (A.O.T.). Nelle loro opere (testi e musica) c’è una profondità, un’accuratezza, una sottigliezza rara se non unica; non si tratta del piacere vanaglorioso di ingarbugliare le cose, sorprendere a tutti i costi, cercare l’effetto wow o dare sfoggio della propria manualità esecutiva, quanto semmai la naturale inclinazione ad andare oltre la superficie, ad addentrarsi nella remota e profonda complessità delle cose, facendosene al contempo interpreti e divulgatori. “No More Color” è uno splendido monolite nero tale e quale a quello di Clarke e di Kubrick, è un calvario, un viaggio spirituale nel travaglio dell’esistenza umana, è la sopravvivenza tribolata di Leopardi, di Montale e di Cioran. Ogni canzone di quell’album è, come detto, un intreccio di rovi, un trapasso, una sospensione del battito cardiaco, una lenta e dolorosa risalita verso la realtà, al termine della quale catrame e fanghiglia rimangono attaccati alle nostre membra come zavorre eterne. Mai copertina di un disco fu più adeguata e profetica. “No Need To Be Human”, “Read My Scars”, “D.O.A.” (dead on arrival), “Tunnel Of Pain”, “Why It Hurts”… mai titoli di canzoni furono più adeguati ed esplicativi. Per un adolescente tormentato entrare in sintonia con un album del genere era la cosa più naturale del mondo, un amico fidato a cui appoggiarsi, uno specchio nel quale riflettersi, una mano tesa alla quale aggrapparsi. Pura empatia del dolore.
Anche per questo il passo successivo con “Mental Vortex” mi lasciò stupefatto. Non deluso, stupefatto, nell’accezione più neutra del termine. Fu un’autentica sorpresa, inaspettata. Ma a ben vedere fu anche l’evoluzione più logica possibile; il pianeta metal stava tutto andando in un’unica direzione, saldo e compatto, prossima fermata: Frisco, black album. I Coroner a modo loro si misero in scia ma parecchio a modo loro. “Mental Vortex” non ha i crismi del black album classicamente inteso, è vero che c’è una semplificazione e uno snellimento generale ma per fini diversi da quelli dei Metallica e di molti loro epigoni. Nei solchi di “Mental Vortex” non c’è spazio per “Nothing Else Matters” e “The Unforgiven”, e non ci sono riff piacioni e paraculi (il riferimento a “Enter Sandman” è puramente voluto e affatto casuale). L’intenzione non era arrivare al più ampio pubblico possibile, acchiappare il mainstream, esondare oltre i confini della borchia. I Coroner avevano un bisogno epidermico di sciogliere e districare le partiture, per resistere sui palchi alla fatica fisica di eseguire sera dopo sera la loro discografia 1987-89 e per essere certi che il loro messaggio arrivasse in modo più diretto e comprensibile. La semplificazione è sempre relativa al punto di partenza, dieci semplifica a cinque; quattro semplifica a due. “Mental Vortex” non è un album semplice, lineare, in 4/4, senza ombre semantiche e cromatiche, è più snello e diretto in rapporto ai suoi predecessori, è fondamentale capire questo. Si tratta di un disco pieno di strati e di livelli di lettura, commettere l’errore di etichettarlo come “facile” sarebbe imperdonabile, ma certo la sua densità è dimezzata rispetto anche solo a “No More Color”. Proprio questo gli consentì di fare assai più breccia rispetto alla discografia dei Coroner sin lì. È un album clamorosamente bello, ma rimane ciò che ho detto, la metà di “No More Color”.
Quando nel 1993 esce “Grin” il mondo è totalmente cambiato, fuori e dentro i confini del metal, e quell’album è coerentemente qualcosa di completamente diverso. I Coroner sono in ascolto della contemporaneità, l’acciaio delle industrie siderurgiche, le presse, i bulloni, i nastri trasportatori, l’alienazione e la frustrazione dei tempi moderni di Chaplin elevate a potenza nel 1993. “Grin” prosegue sulla falsariga più diretta ed immediata di “Mental Vortex” ma è tutto fuorché un lavoro diretto e immediato. Ha un primo livello di lettura e acquisizione, ad un primo ascolto non suona astruso ma scomodo, disagevole, freddo e chirurgico come le fabbriche e le sale operatorie. Ascolto dopo ascolto si va in profondità, si apre un mondo futuribile ed enigmatico, emerge l’anima di “Grin”, pulsante, bellissima, luminosa come quella di una supernova. Un album che ti entra sottopelle come il liquido di una flebo, goccia a goccia, richiede tempo. Ad oggi credo di poter dire che sia forse l’album dei Coroner che ho ascoltato di più in assoluto; ora credo di non poter più dire che “No More Color” sia il mio album preferito della band, ma debba perlomeno parlare di ex aequo con questo tempio di incanto e magnificenza. “Grin” sta ai Coroner come “Eyes Wide Shut” sta a Kubrick, è un disco sottile, arcano, misterioso, che non si esaurisce mai e svela continuamente nuovi segreti, come le sfingi d’Egitto. C’è sempre un altro livello, si va sempre più in profondità, un portale verso un oltre che pare infinito. Non ho mai compreso la freddezza con cui è stato accolto anche dagli stessi fan della band. Un caro amico la cui intelligenza musicale reputo fuori discussione me ne ha sempre parlato sminuendolo e relativizzandolo (“i Coroner che giocano a fare i Prong”), punto di vista che assolutamente rispetto ma che fatico a comprendere. Forse il peccato originale di “Grin” è di non picchiare duro, di non essere thrash come i thrasher si aspettavano dovesse suonare il thrash (anche nel 1993). “Grin” non è thrash, “Grin” è i Coroner e io ho accettato di seguirli ovunque mi avessero portato, esattamente come a suo tempo feci con i Celtic Frost. Per me “Grin” è di una bellezza paralizzante, indiscutibile, ha suoni lunari, extraterrestri, come il violino di Paganini fa risuonare corde e gangli così remoti dell’animo umano che accende un terzo occhio, è fisica quantistica, è una vibrazione cosmica. “Until I lose myself” recita il ritornello della title-track ed è esattamente ciò di cui stiamo parlando, un mantra che ripetuto all’infinito risuona dentro e spalanca le porte della conoscenza onnisciente, fino a farci fondere con l’Uno, l’ipostasi di Plotino e della filosofia neoplatonica.
Quando nel 1995 arriva una compilation (omonima) della band è una celebrazione postuma, un rintocco di campana a morto, i Coroner non proseguiranno oltre. Sarebbe bastato un greatest hits vigliacco e opportunista, invece la band riempie la scaletta di inediti preziosi (“The Favourite Game”, “Shifter”, “Gliding Above While Being Below”), cover e remix. Un ennesimo capitolo imperdibile per chi è affezionato ai Coroner. Negli anni a venire echeggia un silenzio assordante, sicuramente non ci saranno state le condizioni per pubblicare nuovo materiale, label, produttori, soldi e quant’altro, tutto il contesto che permette ad una band di esprimersi. Ma è un fatto che i Coroner anziché vivacchiare, pubblicare magari con label minori, accontentarsi di produzioni modeste, dare alle stampe materiale di cui erano poco convinti tanto per esistere, tirare a campare ed essere sul mercato, cadono nell’oblio per un trentennio. Nel mentre il music biz va avanti e i loro competitor pubblicano album spesso e volentieri mediocri, di testimonianza, di sopravvivenza. Quando si è parlato di ritorno sulle scene per i Coroner ho avuto un brivido, così come nel caso di Acid Reign, Xentrix, Mordred, Death Angel, Forbidden, Exhorder, Evil Dead, Dark Angel, Sadus invece ho avuto paura. Nessuna di quelle band figlie degli anni 80 mi ha mai trasmesso una fiducia tale da pensare che oggi avrebbero potuto onorare il proprio monicker e pubblicare qualcosa che perlomeno non infangasse il passato. Impossibile avere l’ispirazione di allora, ma almeno concepire qualcosa di cui poi non doversi vergognare e verso la quale non dover provare imbarazzo. Quelle band hanno tutte indistintamente pubblicato album sconfitti già prima di essere messi in vendita, dischi che non hanno aggiunto nulla al profilo del nome stampato in copertina, dischi inutili o meglio, utili solo a garantire qualche entrata a chi li aveva scritti, incisi e prodotti. In qualche caso dischi che sarebbe stato assai più onorevole non pubblicare. Lo stesso discorso si può fare per molti di quei sopravvissuti rimasti coriacemente in attività attraverso i decenni, da un millennio all’altro; Testament, Megadeth, Overkill, Kreator, Sepultura, etc, nessuno può competere con il se stesso di fine anni ’80 e inizio anni ’90, si tratta semplicemente di una coazione a ripetere, a tratti imbarazzante. Stendo un velo pietoso sui Metallica. Avrei tributato grandi onori agli Slayer se non sentissi parlare un giorno sì e un altro anche di reunion, concerti di ritorno e progetti a vario titolo che sembrano tutti sinonimi di “stay tuned”. L’annuncio dei Coroner non mi ha spaventato perché avevo la ferrea certezza dentro di me che sarebbero tornati solo a condizione di proseguire il percorso interrotto a metà anni ’90. Così è stato, “Dissonance Theory” è in tutto e per tutto un nuovo capitolo della storia dei Coroner. Si va avanti, non indietro, né si vivacchia. Non ha la minima importanza dove vada collocato nella classifica personale dei dischi preferiti dei Coroner, quello risponde ad un criterio del tutto arbitrario e soggettivo, il punto è che “Dissonance Theory” è oggettivamente un album solido, ispirato, che ha senso perché ha nuove cose da dire, nella forma e nella sostanza. Non credo esista nessuno al momento che possa vantare un profilo come quello dei Coroner, la loro carriera (discografica) potrebbe esaurirsi qui, o forse proseguirà con altre invenzioni, quel che so è che li aspetterò ad occhi chiusi, sapendo di poter contare su di loro. Non è stato così con i Celtic Frost. Oggi i Coroner stanno riscuotendo la semina del passato, il frutto del lavoro svolto senza che il grosso del pubblico metal ne avesse consapevolezza e lo valorizzasse come avrebbe meritato. Oggi i Coroner sono diventati dei super eroi. Beh, insomma ve lo voglio proprio chiedere, dove eravate quando usciva “No More Color”?

