Prima dei Rammstein – La tavola sparecchiata dai Fleischmann

A volte, rileggendo le recensioni dei vecchi Metal Shock, i numeri degli anni in cui ero un adolescente e un compulsivo lettore della rivista, mi domando quanti dischi siano stati effettivamente acquistati seguendo i suggerimenti di Della Cioppa, Pascoletti, Maiorino e così via. So che ancora oggi alcuni signori accusano scherzosamente sul web il Fuzz o Gianni, per questo o quel disco “di merda” che si erano comprati per dar retta a loro. Di recente, studiandomi i numeri dei primi anni 90, mi è capitato di notare l’operato di Massignani; e di chiedermi quanti album il pubblico si sia lasciato scappare per via delle sue stroncature o dei commenti tiepidi.

Fabio è prima di tutto un ex capo-redattore di Metal Shock. All’inizio degli anni 90 gestiva lui la rivista, per quanto già nei corridoi della redazione scalpitasse, assieme alle ticchettanti segretariette, un giovane virgulto dalla chioma luminescente e l’aria iper-attiva: il Pascoletti. Presto la patata bollente sarebbe toccata a lui e Massignani avrebbe continuato a collaborare, gestendo soprattutto le recensioni del settore più estremo.

Altro che posso dire a suo favore è che ha sempre scritto meglio della media dei redattori di tutte le riviste metal uscite in Italia. Purtroppo, in questo periodo storico ho notato uno scazzo, uno “sfavamento” una resistenza piuttosto sorniona davanti a decine di band death o black, uscite tra il 1992 e il 1994.

Pensate a quanto fosse fiorente la scena estrema in quel periodo e immaginate come venisse accolto il gruppo svizzero death-neoclassical-qualcosa o quello olandese di vocazione più operaia (per non parlare dei ceffi pittati che ululavano inni al grande dio nord in lo-fi) dalla penna scoglionata e fuori-posto del Massignani… Erano tutti fatti a pezzi. E vi posso garantire che se gli avessi dato retta, avrei perso robetta davvero interessante.

Semplicemente non era adatto a quel settore. Forse al tempo mancava uno “specialista”, uno “Stefano Longhi” della situazione. Perché se a Metal Hammer non ci fosse stato lui, cosa pensate che avrebbero scritto Signorelli e Pera di gente come gli Immortal, Marduk, Absu o Amorphis? Ci voleva il tipo con la sensibilità giusta e in grado di sondare e orientarsi nel copioso profluvio di uscite underground.

Vi scrivo questa pippa non per infangare la memoria storica di Massignani, che rispetto e a cui volgo anche un certo affetto, visto che i numeri gestiti da lui mi sverginarono come lettore e metallaro, ma per dovere di cronaca. E stamani ne ho trovata un’altra, sempre scritta da Massignani, sul secondo album dei Fleischmann, vale a dire “Fleischwolf”. La sua recensione davanti a un momento per me saliente del metal tedesco si risolve in un clamoroso tiro fuori area, come direbbe Bruno Pizzul, pace all’anima sua.

Sapete cos’è la Neue Deutsche Härte? No? Beh, io l’ho scoperto dieci minuti prima di voi cos’è, quindi siamo nella stessa scatola d’ignoranza, tranquilli, epperò ne verremo fuori! Con quella definizione di solito si intende ciò che fanno i Rammstein, ovvero una musica “tunza e truzza” pesante e marziale, cantata rigorosamente in tedesco e venuta fuori nella prima metà degli anni 90. La maggior parte della gente pensa che l’anno esatto sia il 1995, quando uscì appunto “Herzeleid” dei Rammstein, ma per la verità andrebbe spostata a tre anni prima, quando i Fleischmann pubblicarono via Noise Records questo malloppo infernale intitolato “Fleischwolf”.

I Fleischmann erano già usciti con un album intitolato “Power Of Limits”, a cui Massignani riconosceva il torto, secondo lui, di essere in gran parte un disco strumentale, ma lì il chitarrista e vocalist Martin Leeder cantava in inglese e quindi non è davvero rappresentativo di ciò per cui il gruppo viene ancora, da pochissimi, ricordato.

Il secondo disco invece è tutto in lingua tedesca e fa a pezzetti l’universo. Il tipo di riff a martello è simile alle parti da solenne scapoccio dei Pantera su una struttura ritmica di basso e batteria molto squadrata e assillante.

Se state pensando che i Fleischmann, precursori o meno dei Rammstein, dovevano essere proprio fichi, beh, non posso che darvi ragione. Ovviamente non li avreste mai provati dopo aver letto la recensione moscietta e insoddisfatta di Massignani. Per lui erano molto fumo e poco arrosto. Per me invece sono sempre stati tanta roba.

Erano un trio, allerta e pieni di bile, e dal vivo spaccavano a testate lo stage. Purtroppo per loro, il passaggio dalla Noise alla Sony non favorì il salto di popolarità a cui ambirono. Anzi, fu proprio il tracollo delle vendite dopo essere entrati nel libro paga della major, più le solite divergenze creative (e altri scazzi che non sto a dire) a spingere i Fleischmann, dall’essere la next big thing, ad annientarsi fin quasi a non lasciare traccia. Il trio non ha più preso quel discorso per il resto della propria vita. Sono tutti personaggi rimasti in vista nell’ambiente culturale tedesco, ma non chiedetegli nulla sui Fleischmann, vi prego. Ancora oggi, i tre non hanno rilanciato, anche solo con un concerto commemorativo o un DVD postumo quel doloroso transito verso ciò che sono diventati.

I Fleischmann di “Fleischwolf” ovviamente non erano e non sarebbero mai diventati i Rammstein. E io non voglio togliere nulla a ciò che questi ultimi hanno fatto con la stessa idea dei primi; e non dico nemmeno che gliel’abbiano rubata. Le idee sono nell’aria. C’è chi le percepisce prima e chi dopo. L’importante è cosa se ne fa. Ed è chiaro che il disco “Herzeleid”, rispetto a tutti i lavori dei Fleischmann è imponente e definitivo, assoluto. Gli ha praticamente sparecchiato la tavola e tutto il resto della cucina. Probabilmente fu anche per quella ragione che mollarono, davanti a una simile creatura, ai Rammstein, non c’era concorrenza. Eppure va riconosciuta la precedenza al gruppo di Leeder e la qualità assoluta almeno di questo secondo album.

L’approccio insistito su ritmi squadrati (“Krieg”, “Hölle”), la retorica meccanica e schiavista della vita consumistica e consumante dell’uomo moderno nei testi gridati da Leeder, i passaggi lugubri e struggenti di brani come “Kind Der Depression” o “Alles” oggi forse sapranno un po’ di stantio ma sono certo che agli inizi degli anni 90 era davvero roba fresca e stimolante. Ok, facile dirlo ora, è chiaro. Non sto accusando Massignani di non “sentirci” chiaro, soltanto di non essere in quel tempo al posto giusto, tutto qui. Era per l’esattezza, come dicono gli americani, al momento giusto nel posto sbagliato.