Mi si apre un mondo. Quante volte vi è capitato di pensare questa frase? Io se mi succede mi sento alleggerito di qualche anno perché ho scovato una sacca di band, filosofie, arte, che non conoscevo. Per esempio Helios Creed. Questo chitarrista psichedelico, venuto su con l’esperienza space-punk dei Chrome (altro progetto di cui non so quasi nulla e che voglio approfondire al più presto) è riemerso nella seconda metà degli anni 80 per proporre viaggi intergalattici nelle fogne più bieche e olezzanti dell’universo. L’album che ho ascoltato tutto ieri al lago, mentre mia figlia si divertiva con le amiche a fare le paperelle su quella tomba d’acqua, si intitola “Kiss To The Brain”.
La versione che ho trovato su Spotify è la trasposizione di un LP che deve essere stato usato come sotto-bicchiere in qualche locale hippie anni 80. Non credo sia un effetto voluto. Ci sono alcuni brani, soprattutto quelli più vicini al centro, che saltano in continuazione, creando un effetto strano. Se ascoltate la musica in cuffia, col wi-fi, collegati al telefono, ogni volta che si interrompe, può significare che qualcuno vi sta chiamando. Ecco, io ho ascoltato “Kiss To The Brain” trasalendo ogni dieci secondi circa con l’illusione che qualcuno mi volesse parlare, ma ho tenuto duro e superata la burrasca centrale, ho finito per sfumare alla deriva del pomeriggio domenicale, accoccolato sui ghirigori pentatonici della strumentale “Acid Rain”. Le birre doppio malto che mi sono sparato già dalle dieci e mezza, hanno aiutato.
Del resto c’è musica che va sentita alterandosi un po’. C’è anche musica che ti altera da lucido. Helios Creed e il suo “Kiss To The Brain” ha un suo potere di stimolazione. Posso dirlo perché mentre ieri ero sdraiato dietro un vecchio cassone dei rifiuti del parcheggio del lago, sotto un albero gigantesco, sorseggiando rosse e mi veniva di cavalcare nella mente anziane streghe russe nei boschi di Gogol sulla scorta della metallosa “Throw Away The Rind”, oggi ero in casa e facevo i letti, svuotavo la lavatrice e altre faccende che a mezzogiorno di luglio uno preferirebbe la sodomia, e un altro pezzo di Creed, “Nemesis”, mi ha costretto a fermarmi un momento, tenendo il lenzuolo bagnato tra le mani e poi coprendomici il viso mentre l’atmosfera da film di fantascienza-zombi che nemmeno su Odeon TV, mi pervadeva.
Coprendomi con il lenzuolo fradicio, ho pensato agli antichi egizi che per combattere il caldo usavano lenzuola di lino fradicie e ci dormivano. Quando ho tolto il lenzuolo e l’ho steso, mi sono accorto che la mia vicina, sul balcone accanto, mi osservava. Ho bofonchiato qualcosa sul caldo assurdo e sono rientrato poco dopo, senza aspettare qualche frase in risposta.
In casa, mentre “Anubis Warpus” (titolo eccellente) rimbombava nel mio cranio, immaginavo un gigantesco robot tritacarne umana che avanzava su per le scale del mio condominio. E io, con il mio taglio mullet e i miei baffi a manubrio, mi bevevo una birra pensando al da farsi. Sono quindi tornato sul balcone e ho creduto che per sfuggire all’essere robotico affamato di carne, avrei potuto salvarmi solo affrontando il vuoto, oppure legando tutti gli asciugamani e facendo una corda stile evasioni a Sing Sing.
La mia vicina era ancora sul balcone a stendere i suoi panni e mi ha sorriso. Nei suoi occhi ho notato una valanga di incertezze.
Certo, pensare che Helios Creed, con un disco psychedelic-punk sperimentale, quasi strumentale, volesse ricavare un buchetto di vendite nel grande flusso grunge-metal, mi diverte. E pensare che su Metal Shock diedero a “Kiss To The Brain” quattro cazzi di pallini. Chissà se qualcuno si comprò questa ciofeca, pensando che fosse roba grunge?
Il meglio accade nella title-track. Ha un inizio solenne, tra tastieroni a tappeto e chitarre acustiche in stile “Welcome To The Machine” dei Pink Floyd, poi emerge una specie di assolo di flauto incantatore e la voce borbottosa di Creed che sembra quella di un vecchio mago in trance occulta sepolto da secoli sotto il mare.
Nonostante l’acqua e il fondale denso di sabbia, lui, il mago morto-vivente ci raggiunge dalla sua tomba con certe formule in grado di evocare tutti i morti dell’oceano in un gigantesco esercito di ossa e melma marina. Una voce lirica stile Phenomena/Simonetti/Goblin, sancisce l’arrivo dell’apocalisse, trascendendo il tutto in un organo messianico di quelli che farebbero sborrare Stefano Cerati su una panchina del Wacken. A metà brano ogni cosa diventa Black Sabbath + Billy Idol ubriaco che usa un megafono dei poliziotti venuti per arrestarlo per dire cazzate in libertà. Billy nel mentre fa anche qualcosa con un gatto. Il rantolo di un gigantesco ranocchione ci dice che Billy e il megafono hanno fatto una brutta fine.
Ho sempre pensato che per la musica psichedelica siano necessarie troppe cose per farla funzionare a dovere. Ci vogliono droghe e una mente surriscaldata. Non sempre un ascoltatore può fare affidamento su tutto questo, ma col caldo che mi cuoce il cranio, mentre sono sul balcone a fare la lavanderina in fuga dai robot, ecco che si innesca qualcosa di magico grazie ai cervelli alieni e alle lande putride di Helios Creed.

