La città odora di piscio e di bidoni che macerano il loro contenuto al sole; tapini in pantaloni lunghi e camicia s’aggirano in cerca di piccoli affari immobiliari, incrociando ragazzine dodicenni che espongono il confine fra natiche e gambe. Non han bisogno della realtà virtuale: sono già alienati perché paiono fuori posto rispetto alle condizioni reali di ambiente e contesti urbani. Quasi quasi mi adeguo, chi cazzo sono per sentirmi diverso? Però se mi mettessi in camicia e mutande sarei ridicolo, invece con pantaloni lunghi e canotta, sudando e asciugandomi in modo nevrotico, sembrerei la parodia di Harvey Keitel in “Taxi driver”, grottesco e inquietante. Mentre faccio questi pensieri, è morta Gaynor Hopkins. Non scrivo il nome d’arte: tutti stanno citando le canzoni più famose in cui la sua voce è diventata iconica, non voglio fare massa: l’idea del riferimento facile è stronza perché banalizza il resto della storia, liquefacendo i dischi e le loro vicende per estrarne un bignamuccio puerile. Ogni disco è una storia, un granello di vicende legato al mondo: uomini e donne che s’incrociano per giorni o anni e i cui risultati influenzano le vite di chi canticchia “Gods of War” dei Def Leppard o corre a comprare i Death perché Beavis e Butthead li sfottono.
Tutte queste cose fanno arricchire qualcuno o rovinare l’investimento di altri; il solito altro lato della medaglia che non è evaporato con le piattaforme d’estrazione del tempo di chi non si fa uno stereo. Non ci saranno eulogie per i due disconi con Jim Steinman, bensì per il seguito, il punto in cui il cristallo della sua fama s’incrinò. La sua vita non ha attraversato esplosioni o implosioni, né un lento degrado. A livello materiale non pare sia vissuta male, usando i soldi derivati dalla musica per acquistare proprietà immobiliari e affittandole. Il mio vuole essere un omaggio vero: le cose meno riuscite sono meno facili da esaltare e solo chi ama, può celebrarle davvero.
Nella storia delle grandi produzioni è stata una protagonista, fra le poche capaci di competere con le Heart e Pat Benatar a metà anni 80, grazie a una voce intensa e potente ma personale, riconoscibile. Pare sapesse comporre, ma lo lasciava fare a chi era più bravo, poi sceglieva le canzoni che sentiva vicine al proprio gusto.
Nel 1987 la piccola bionda gallese aveva voglia di cambiare: il lavoro con Steinman l’aveva provata mentre quello con Desmond Child era decisamente meno impegnativo.
Lo stile recente di Gaynor era quello sublime e sontuoso che aveva proiettato nell’olimpo del Rock “Bat Out of Hell”, non l’AOR delle concorrenti sopracitate o l’hard tradizionale; i campioni di quello stile, vale a dire Journey, Styx e Kansas, avevano preso altre vie o erano in crisi. La cantante si rivolse dove c’era vitalità, quindi l’AOR.
CBS e Columbia le credettero, ma fino a un certo punto che svelerò più avanti. Scattò la produzione con lo schema del periodo: sessioni in studi faraonici, mesi di lavoro con Desmond e un’armata di fonici; il solito George Marino al master e un nutrito gruppo di musicisti clamorosi: John McCurry, Tony Levin, Jerry Marotta, Holly Knight, Joe Lynn Turner…
Sembrava tutto perfetto, ma qualcosa non funzionò, il disco realizzò in Regno Unito e USA posizioni basse in classifica. Si sarebbe detto che c’era troppa concorrenza in quel 1988 (Bon Jovi, Winger, Great white), le persone non potevano comprare tutto; poi far uscire l’album con due titoli diversi (uno specifico per gli USA) non era stata una grande idea: “Hide Your Heart” in Europa e “Notes from America” negli Stati Uniti
Erano tutte balle. Lo sguardo alle canzoni presenti che lascia attoniti, stupefatti: “Hide Your Heart” fu poi un discreto successo per i KISS, “Save Up All Your Tears” portò Cher al 37° posto su Billboard e soprattutto, “Simply the Best” divenne una delle canzoni più famose al mondo di Tina Turner.
Perché con Gaylor non funzionarono?
La voce aveva raggiunto la maturità artistica, controllo interpretazione adeguate, le canzoni valevano la pena al punto che in tanti le reincisero: Molly Hatchet, Bonfire, Robin Beck. Di fronte a questo enigma, scatta la foga del recensore, che cerca indizi negli ascolti.
Concentrando l’attenzione sull’impatto sonoro forse la produzione degli strumenti è impeccabile per un disco AOR dalle voci cristalline, ma non per sostenere il ruggito vellutato della cantante. Basta questo a spiegare la curiosa discrasia fra i risultati?
Certo non è un lavoro essenziale. A stento alcune canzoni sono discrete ma è dignitoso e guadagna fascino con gli ascolti, attestandosi a un livello accettabile. Contiene due interpretazioni superiori agli originali: “To Love Somebody” sembra un brano del miglior Joe Cocker e non di quei loffioni dei Bee Gees e “Don’t Turn Around” è un gioiello di Soul/AOR migliore della versione di Tina Turner.
E invece, fece poi la fortuna (anche qui, il contrasto dei riscontri) degli insulsi Ace of Base.
Va inoltre segnalata “Take a Look at Your Heart”, scarto di Michael Bolton che la cantante restituisce all’ascoltatore con trasporto e passione che mi sembrano sinceri. Il disco si chiude su un’altra cover, il “Turtle Blues” di Janis Joplin, artista a cui Gaynor guardava come stella polare. Con quel pezzo lei tentava di bazzicare un’altra via ancora, l’hard blueseggiante fra le pieghe setate delle policromie iper-prodotte del periodo.
Mentre fra pochi giorni si spegnerà l’effimera tempesta digitale sulle canzoni più famose e non sul significato della vita di una grande cantante, restano dei punti oscuri: osando di più e appesantendo la ricetta, poteva sfidare i colossi dell’hard più massiccio o andare verso il Glam Metal? Il mistero dei brani che han fatto la fortuna d’altri e non la sua, si può spiegare in termini razionali? La scelta della scialba copertina per l’edizione statunitense aiuta a darsi ragione della disfatta economica dal punto di vista dell’immagine?
Jim Steinman aveva ragione a negarle l’uso di “It’s All Coming Back To Me Now”, che lanciò Celine Dion a livello internazionale? E perché ci fu il diniego?
La storia artistica della Hopkins sarebbe potuta andare in direzioni più sperimentali? Le collaborazioni con Mike Oldfield e Steve Hackett e la sua parte in un dramma radiofonico scritto da Dylan Thomas, lo indicano.
Guardandola e ascoltandola oggi, mi appare ancora oggi un’artista incompatibile col culto blasfemo della paccottiglia femminile attuale: non ci sono voci simili che contemporaneamente abbraccino sfumature ritenute contrastanti, come spesso facevano le cantanti hard e metal di allora e con una fisionomia particolare come la sua, oggi si ricorrerebbe alle plastiche.
Dal punto di vista della storia personale, non c’erano traumi sbandierati o robe simili, nulla d’eroico o bohemienne da far esaltare qualche lettore di Verlaine e Huysmans (chi sono?); ma mentre la città puzza, ragazzi e ragazze sudano con e senza pantaloni, il pensiero che una voce svetti anche in mezzo alla sfortuna più imprevista d’un mondo un po’stronzo, alimenta la mia riconoscenza per ciò che la povera Gaynor mi ha lasciato.

