Cadaver – Il contrabbasso nel Death Metal, le gufate di Euronymous e la pensione statale

Ricordo che avevo una vecchia TDK registrata con questo album dei Cadaver, “…In Pains”. Me la fece un mio amico più esperto di me in death e black metal. Gli domandai di aiutarmi ad approfondire un po’ di più i due generi e tra le cose che mi doppiò c’erano loro. Ammetto di aver atteso anni e anni prima di ascoltarli. Mi immaginavo qualcosa di più essenziale, di più brutale. Una roba diretta, essendo un trio. Perché nella mia testa, forse a causa dei Motorhead o i Venom, mi immaginavo sempre musica di grana grossa se fatta in tre, e non mi veniva mai in mente che esistessero anche i Rush, per dire.

Beh, che poi i Cadaver non erano neanche un trio ma al tempo di …In Pains erano diventati un quartetto, con l’aggiunta di un altro chitarrista con l’aggiunta del secondo chitarrista René Jansen (purtroppo scomparso nel 2014) per rendere il suono più corposo.

Vero però che i Cadaver prima furono un trio, al tempo del loro esordio nel 1990. Li avevano scoperti Bill Steer e Jeff Walker dei Carcass e quell’album, “Hallucinating Anxiety” uscì proprio per la loro piccola etichetta, la Necrosis Records.

“Hallucinating Anxiety”, è quella che qualche mio amico poco incline agli estremismi del metal definirebbe, “‘na monnezza”, e che io invece, intendendomene di death, descriverei come un lavoro “primitivo” o “marcio fino all’osso del sublime più selvatico”.

Beh, tra questo incipit e “…In Pains” ci fu “Human” dei Death. Per sua stessa ammissione,  Anders Odden (per gli amici Neddo), chitarrista, fondatore e principale compositore del gruppo, l’uscita di quell’album fu una folgorazione e lo convinse a spingere i Cadaver nella direzione tecno-progressiva.

“…In Pains” fu registrato in Inghilterra, ai Rhythm Studios, sotto la supervisione del produttore norvegese Ketil “Kællen” Johansen, ma coadiuvato dall’esperto Paul Johnston, ingegnere del suono e missaggio finale, il quale aveva già messo le mani su alcuni album dei Carcass e i Benediction ed era una figura centrale in quei precisi studi.

Ecco perché il suono del disco dei Cadaver ricordava molto i Carcass più complessi e in parte aveva la medesima impronta dei Death di “Human”, dei Pestilence di “Consuming Impulse” e delle cose degli Atheist. Insomma con “…In Pains” siamo lì e credo sia di diritto un altro tassello di quel momento magico definito da tali gruppi. Dentro ci trovate anche una buona dose di intriganti sperimentazioni: violini, passaggi bucolici e un approccio di grande precisione e pulizia, oltre a un approccio tematico incentrato sulle malattie psichiche, per via dell’esperienza in un ospedale psichiatrico da parte di Anders Odden.

In un mondo giusto il trio norvegese avrebbe dovuto raccogliere successo e complimenti per “…In Pains”, ma se questo mondo fosse “giusto” (e dovremmo discutere mesi su cosa lo sia davvero per tutti) non esisterebbe il metal e nemmeno questo blog. I Cadaver, tornarono sul mercato con il loro lavorone più ambizioso e riuscito ma alla fine del 1992, vale a dire nel momento più caotico e sensazionale della storia del black metal norvegese, le cose si misero molto male per loro.

Intanto erano deathsters ad alto tasso tecnico, che è come essere catto-comunisti-omosessuali nella Berlino del 1939. Euronymous, che a sentire Odden era un suo buon amico, aveva da tempo emesso una bolla di “scomunica” e massimo sdegno per tutti i gruppi dediti al death metal e che suonassero in tuta, e la cosa rese le esibizioni dei Cadaver all’interno del paese d’origine, un tantino difficili. Inoltre, all’esterno di Oslo, in giro per l’Europa e gli Stati Uniti, Odden essendo norvegese, e quindi era “uno di loro”, fu assalito da domande sulle chiese bruciate e sugli omicidi tra blackster, lasciando nelle parti marginali delle interviste, domande su “…In Pains” e l’evoluzione del gruppo.

Chiaramente la situazione non fu delle migliori, anche perché i Cadaver non si riconoscevano in ciò che stava avvenendo e avrebbero dovuto per lo meno occuparsi di un’altra battaglia, quella che avrebbe portato i vicini di specie, gli Atheist o i Cynic, ad arrendersi negli Stati Uniti, davanti al becero e birresco pubblico dei Deicide e dei Cannibal Corpse, che poi erano la maggioranza di appassionati del death metal di quegli anni. Gente che rifiutava con un gigantesco rutto libero fantozziano le raffinatezze tecniche, le sperimentazioni cervellotiche e reclamava solo macello e “Hammer Smashed Face” forever.

Inoltre, nonostante l’etichetta a pubblicare e distribuire il disco fosse la Earache, regina del mercato estremo nel 1992-93, “…In Pains” non vendette quasi niente, al punto da alimentare un incendio di discussioni e malesseri all’interno della band. In effetti la situazione all’interno risentiva già da un po’ delle solite beghe dei gruppi: differenze di vedute in primis. C’era un distacco anagrafico di dieci anni tra il bassista Eilert Solstad, (esecutore sul disco anche delle parti di violoncello) e gli altri membri. Del resto ecco spiegato come potesse pretendere di fare death con un contrabbasso. Doveva essere un uomo di un altro tempo rispetto ai ragazzini degli anni 90 in fissa con i Venom.

Poi, per alcuni i Cadaver erano uno sfogo creativo e poco altro, mentre per il batterista Ole Bjerkebakke dovevano diventare al più presto un lavoro a tempo pieno in grado di sistemarlo. Ecco quindi che già nel 1993, questa formazione si sbriciolò.

Successero poi due cose interessanti, anzi tre. Voglio raccontarvele qui perché non so quando ricapiterà di parlarne. Intanto il gruppo si rimise insieme e a quanto mi risulta, gira ancora oggi con quel tardone di Eilert in prima fila col suo fottuto contrabbasso.

Nel 1995 si erano sciolti ufficialmente e pochi anni dopo si riformarono con una nuova line-up. Ecco, sul finire degli anni 90, non so se Odden o chi altri, ispirato dal fenomeno Blair Witch Project, aprì un sito farlocco in cui Cadaver era una ditta di pulizie di scene del crimine al servizio di eventuali serial killer bisognosi. Al tempo ne capitavano un sacco di siti web finti ma così realistici da impressionare e far scattare le autorità. Nel caso dei Cadaver i poliziotti vollero accertarsi che non si trattasse di una cosa seria, anche perché sembra che il sito fosse fatto con i controcazzi e sembrava autentico, ma era come direbbe Christian De Sica, “una burla” ma non offrì un nuovo exploit commerciale per il gruppo, che comunque uscì presto con un nuovo album e si prese un po’ di soddisfazioni da una scena molto diversa rispetto a quella dei primi anni del decennio.

La terza e incredibile cosa che vorrei raccontarvi è questa. Nonostante Odden avesse sofferto molto l’accostamento, la pressione e la moda del Black Metal ai tempi di “…In Pains”, negli anni 2000 è stato ufficialmente nominato dal Ministero degli Affari Esteri norvegese come docente sul black metal per gli ambasciatori inviati in tutto il mondo. In pratica lui li indottrina e li prepara a sponsorizzare là fuori uno dei prodotti di maggiore esportazione del paese, anche perché così costoro possono accogliere e gestire i fan, i giornalisti e i promotori musicali che chiedono visti per le band, patrocini per i festival o informazioni sulla scena di Oslo. Gli ambasciatori all’inizio, davanti a questa fiumana di esaltati non sapevano come comportarsi. Adesso grazie a Odden dei Cadaver sono molto più preparati.

I Cadaver mostrano maturità e intelligenza, riuscendo a mantenere un equilibrio ideale fra musica aggressiva ed estremismo esasperato. Peccato per il nome… – Metal Shock 1993 (SK)