Ogni volta che riascolto un album di un gruppo storico del death metal, realizzato negli anni d’oro del death metal, è come se rivisitassi un luogo dove non andavo da molto tempo. Di nuovo lì, la mia mente ritrova cose che non si era portata dietro, nel bagaglio della memoria attiva. Per esempio oggi sono tornato a un disco che non ho mai sentito davvero in profondità, pur apprezzandolo molto: “The Red in the Sky Is Ours” degli At The Gates. Si tratta, come saprete, del primo loro titolo ufficiale, registrato senza la guida di un produttore di tendenza e pubblicato con una sotto-etichetta della Peaceville. Ebbene, anch’esso contiene qualcosa che non ricordavo assolutamente e che non trovo mai quando ascolto un gruppo nuovo che sia dedito al vecchio death metal perchessì. Chiaro che se tu fai un genere senza cambiare una virgola, con la ferma intenzione di proseguire una tradizione, “travestendoti” da qualcosa di passato, io mi aspetto di viaggiare nel tempo, nel migliore dei casi. Eppure, non vi trovo le cose che vivono ancora in un disco che è stato davvero creato ed è quindi esistito in quel momento di grande creatività collettiva per numerose piccole band, tutte prese a definire ed esplorare i confini di una musica nuova a tutti gli effetti.
Quando “The Red in the Sky Is Ours” uscì, non vendette granché. Ovvio, la tiratura era già bassa, non più di mille copie circa pubblicate; c’era un pubblico ancora limitato di numero, però il disco disattese le aspettative dell’etichetta, anche per le cifre standard di un gruppo death metal esordiente con la Peaceville.
Che poi, gli At The Gates erano in parte formati da veterani; solo che presentavano una combinazione di suoni, di strumenti e uno stile, molto diversi rispetto ai primi Death o ai Cannibal Corpse di quel periodo.
Non possiamo definire l’incipit della band di Tompa Lindberg come progressive o technic death metal, anche se di sicuro, rispetto allo stile dei precedenti Grotesque, a cui in parte gli At The Gates succedevano, le cose erano molto più complesse, ma più che altro si trattava di una formula strana, inattesa e non proprio gradita a tutti, almeno all’inizio.
Intanto c’era il violino. Il 1992 fu l’anno d’ingresso trionfale per questo strumento nel regno dell’estremo. Sia i My Dying Bride sul finire del 1991 che i Therion pochi mesi dopo erano usciti con dei lavori estremi in cui gli archi non venivano usati come un abbellimento o per uno sfondo neoclassico, ma diventavano parte integrante delle composizioni. Anche gli At The Gates, grazie al contributo del session Jesper Jarold, inserirono il violino come voce aggiunta alle chitarre e in alcuni momenti gli permettevano di prendere completamente la parola (“The Season To Come”).
In “The Red In The Sky Is Ours” l’approccio è poi decisamente emotivo, non brutale, ma questo languore è sovente disturbante, pieno di dissonanze e inquietudini nervose. Ci sono momenti di grande tensione sinfonica (“Windows”; “The Scar”) ma gli intrecci di chitarre, le ritmiche schizzoidi e la voce ululata e rauca di Tompa sembrano formare scorci sonori di horror malsani di serie B e nei momenti più ricercati paiono trasposizioni al contrario dei fraseggi più cruenti delle “Métamorphoses nocturnes” di Ligeti.
Anche il violino, che per un recensore di Metal Shock di cui non rivelerò l’identità “sembra suonato da un bambino delle elementari”, pareva svolgere spesso una funzione disagiante, sinistra, minacciosa e non consolatoria.
Il sound degli At The Gates in questo primo disco non somigliava a quello di nessun altro. Nel 1992 tutti erano votati alla moda di Stoccolma e ormai gli ascoltatori si aspettavano determinate dinamiche produttive per riconoscere se si trattasse o meno di death metal. “The Red…” non si capiva bene nemmeno cosa fosse. Era stato prodotto in autonomia dal gruppo e inciso con l’aiuto di un certo Hans Hall (assistito dal co-ingegnere Håkan). Costui era un tecnico del suono interno allo studio ART di Göteborg e non sapeva cosa fosse il metal estremo. Fece del suo meglio ma alla band, di sicuro, il risultato non dispiacque. Il contributo alienato di Hall permise infatti a “The Red…” di presentarsi con un mood più secco e tagliente rispetto alle solite cose degli Entombed o dei Grave.
Però, e qui mi riallaccio con quello che dicevo nell’incipit, non era un problema suonare diversi, né per gli At The Gates, né per gli altri nomi che potreste fare al posto loro. Prima di sciogliere i Grotesque per divergenze di vedute, Lindberg e Alf Svensson avevano sentito il bisogno di creare qualcosa di meno immediato e diretto.
I riff creati per il nuovo corso non andavano bene per i Grotesque e da quelli ripartirono quando fondarono gli At The Gates. L’intento era solo di esprimere con melodie e strutture il “sentimento” della morte che li pervadeva, sfogare la pressione esercitata su di loro dall’inesorabile forza predatrice che ci attornia tutti quanti.
Oggi “death” è solo un tag e comporre un disco death significa un preciso modo di suonare codificato e perfezionato nel corso degli ultimi 30 anni. La riproposizione di tutte le accezioni e interpretazioni che quei ragazzini svedesi, tedeschi, inglesi, americani della fine degli anni 80 avevano sviluppato intorno all’idea di putrefazione, perdita, corruzione, annichilimento, è ormai inappuntabile in chi voglia cimentarsi nella sterile sagra della rivisitazione folcloristica delle vecchie scene, ma quell’originaria intenzione di creare musica spaventosa, travolgente, inaccettabile e pericolosa, oggi non è proprio il motore centrale di tutto il traccheggio tecno-compositivo di questa marea di cloni e “studentini fuori corso” del death metal.
Riascoltano i vecchi album di Autopsy, di Entombed e Morbid Angel e cercano di rifare quei suoni, quella violenza sporca in modo certosino, come degli appassionati di cosplaying che riproducono nei dettagli i costumi dei loro personaggi preferiti, ma quanto ai contenuti da muovere sotto quella coltre ben ricostruita, si limitano a rielaborare i dati già depositati, fino a creare qualcosa di apparentemente personale ma che è il medesimo riff di quel brano dei Napalm Death, solo con un do diesis anziché un do.
Svolgono la medesima funzione dell’A.I. che tanto aborrono. Partono da qualcosa di creato e di finito e ricombinano gli elementi per trasmettere un vago senso di ripetizione originale. Non comprendono lo spirito creativo che invadeva quei musicisti e che ancora aleggia in quei vecchi album da cui sono superficialmente ossessionati. E non lo percepiscono perché probabilmente non c’erano in quel tempo e non avvertirono sulla propria nuca, quel battere d’ali demoniache svolazzanti sulle cucuzze di un’intera generazione. Non fecero conoscenza diretta con quel demone.

